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giovedì 11 dicembre 2014

Mafia Capitale dietro la rivolta di Tor Sapienza. Il centro per minori rifugiati sotto il mirino della "29 giugno" da anni.

La Repubblica
La coop che gestiva il centro minori preso d’assalto era stata per anni nel mirino della "29 giugno" e dei suoi sgherri. "Ti facciamo cambiare città". E dopo la rivolta il braccio destro di Carminati disse: "Ora ce li abbiamo in pugno"

Chi insufflò le prove di pogrom di Tor Sapienza? Chi doveva incassare i dividendi delle notti di fuoco, sassi e cocci di bottiglia di una borgata "rossa" che improvvisamente, a metà novembre, si era accesa al comando di saluti romani e ronde assetate di "negri" e "arabi"? Sono stati scomodati i sociologi per provare a dare un senso alla furia della banlieue di Roma.

E invece, per raccontare quella storia bisogna cominciare da un'altra parte. Dagli appetiti mafiosi del Mondo di Mezzo . Dai Signori degli appalti del "terzo settore" Salvatore Buzzi e Sandro Coltellacci, oggi a Regina Coeli per mafia, dal loro interfaccia "nero" Massimo Carminati e dalla sua manovalanza del Mondo di Sotto . E da una coraggiosa donna salentina, Gabriella Errico, presidente della cooperativa sociale Un sorriso, che in quelle notti ha perso tutto. I 45 minori non accompagnati di cui aveva la custodia e la struttura che li ospitava, resa inagibile da un assedio violento.

Seduta nel suo ufficio a Cinecittà, Gabriella respira profondo. "Sono madre di due bambini. Ho paura", dice. "Ho ancora paura". Ma non della furia di Tor Sapienza. Di quei due lì. Buzzi e Coltellacci. Del ricordo di quella telefonata arrivata durante il secondo giorno dell'assedio. "Mi chiamò Buzzi. Mi disse: "Resisti, Gabriella, mi raccomando". Gli spiegai cosa stava succedendo. "Qui fuori è l'inferno. Sono fascisti, Salvatore. Gridano "Duce, Duce". Mi rispose lasciandomi di sale: "Non ti preoccupare. Ora faccio un paio di telefonate e sistemo"".

"CE L'HO IN PANCIA"
Un paio di telefonate. E a chi? "Non capivo cosa c'entrasse Buzzi con i fascisti", dice Gabriella. Con i giorni, quel dubbio diventa un pensiero cattivo. La rivolta di Tor Sapienza è sedata, la cooperativa Un sorriso ha perso il centro e i suoi minori, trasferiti nella struttura della Domus Caritatis all'Infernetto. Gabriella viene avvicinata da un amico. "Mi disse che Buzzi andava dicendo che ora "mi aveva in pancia". Sì, così diceva: "Ora, ho in pancia quella lì del Sorriso". Mi infuriai. E per un attimo pensai che a Tor Sapienza solo la mia cooperativa era stata assediata.
Come mai le strutture nell'orbita di Tiziano Zuccolo, grande amico di Buzzi, che pure ospitavano migranti adulti non erano state sfiorate dalla rivolta? Dissi al mio amico che Buzzi non aveva in pancia proprio un bel niente". E però, dopo poco, Buzzi si fa vivo. "Mi fissò un appuntamento per il 4 dicembre alle 11. Mi disse che era venuto il momento di sedersi intorno a un tavolo e discutere del "Condominio Misna"". Condominio Misna? "Era il suo modo di dire. Per riferirsi alla spartizione degli appalti, lui diceva "condominio". O anche "cartello". Voleva parlarmi di come intendeva dividere la torta dei "misna", che sta per "minori stranieri non accompagnati". Pensava evidentemente che, dopo Tor Sapienza, fossi finalmente pronta a cedere. Per fortuna, il 2 dicembre lo hanno arrestato".

"NON AVREMO PIETÀ"
Per Gabriella Errico, Tor Sapienza è l'epilogo di una storia che comincia nel 2005, anno in cui è sindaco Walter Veltroni. Di un incubo, dice ora, "che mi ha tolto il sonno per anni". E che si manifesta con i modi, le allusioni e le minacce di Sandro Coltellacci, la mano di Buzzi, presidente di Impegno e promozione, una delle coop del suo Sistema.

Sono i giorni in cui Un sorriso è ancora un'associazione e ha sede in viale Castrense, in un palazzo di proprietà del Comune che ospita anche gli uffici del Servizio giardini. Ad insaputa di Gabriella Errico, Coltellacci ha convinto "con una cospicua liquidazione " l'allora presidente dell'associazione Un Sorriso, Saverio Iacobucci, a costituire una cooperativa che ha lo stesso nome dell'associazione, ma una diversa partita Iva e ad affidarne la presidenza a sua moglie, Simonetta Gatta.

La mossa è necessaria a impadronirsi della sede dell'associazione (subentrando nella concessione dell'immobile da parte del Comune) e, progressivamente, delle sue attività. Ma la Errico si mette di traverso. Trasforma a sua volta l'associazione in cooperativa, si asserraglia in viale Castrense e avvia una serie di esposti. "Nel 2006 cominciarono le minacce - ricorda Gabriella - Coltellacci mi affrontò: "Ti faccio cambiare città. E sappi che non guardo in faccia a nessuno. Né alle donne, né ai bambini"". Il marito di Gabriella, Germano De Giovanni, prova a difenderla. Coltellacci lo manda all'ospedale San Camillo.

PROVOLINO E I NAR
Il Campidoglio passa di mano. Alemanno - è il 2008 - è il nuovo sindaco. Il calvario si fa ancora più spaventoso. La cooperativa di Gabriella, nonostante si sia rassegnata a lasciare la sede di viale Castrense, è fuori dal tavolo che conta. Da quello che Buzzi chiama "il cartello" e che - come documentano gli atti dell'inchiesta - si spartisce la ricca torta degli appalti per i "richiedenti asilo" (il cosiddetto progetto "Sprar", 34 milioni di euro) e i servizi di sostegno ai senza dimora (pasti e alloggi in residence). "Nel cartello - spiega Gabriella - la parte del leone la facevano Buzzi e la sua 29Giugno. E se a lui toccava 100, al suo amico Tiziano Zuccolo, spettava 50. Mentre a tutti gli altri, le briciole". A Zuccolo (che nelle carte dell'inchiesta scopriamo in grande confidenza con Luca Odevaine) fanno infatti capo le cooperative bianche: La Cascina (Cl) e Domus Caritatis. E né Buzzi, né Zuccolo amano la concorrenza. Al punto che, quando qualcosa sfugge alle maglie del monopolio, è il Comune a mettere le cose a posto.

Accade quando Un sorriso vince il bando per la Casa dei papà, alloggi e sostegno per padri separati. E per questo Gabriella viene convocata dal Dipartimento per le politiche sociali, dove si trova di fronte un tipo che all'anagrafe si chiama Maurizio Lattarulo, ma che nel giro è meglio conosciuto come Provolino. Guarda caso, un ex Nar vicino alla Banda della Magliana (il suo nome, per dire, si guadagna 90 citazioni nella maxi ordinanza del giudice Otello Lupacchini) che la giunta Alemanno ha reinventato "consulente per le politiche sociali". "Questo provolino mi disse che non dovevo permettermi", ricorda Gabriella. Ma lei non recede. E, per questo, paga il conto. Negli anni successivi, la gara per Sos (Unità mobile di sostegno sociale) in cui riesce a vincere un lotto, viene congelata perché Buzzi ne è rimasto fuori. Ma, soprattutto, Buzzi decide che Un Sorriso non debba più neanche provarci a partecipare alle gare.

L'UOMO SOTTO CASA
"Nel 2010 - prosegue Gabriella - Coltellacci venne arrestato per una storia di stupefacenti. E pensai che l'incubo fosse finito. Invece, neppure due anni dopo, lo rividi in giro. Lo avevano messo a scontare la pena ai domiciliari presso la sede della sua coop. E tutto ricominciò come prima ". Coltellacci torna infatti ad affrontarla: "Mi sono fatto la galera per colpa tua", ringhia. E la scorsa estate diventa quella della resa dei conti.

È luglio, e Un sorriso si è azzardato a presentare una manifestazione di interesse per i servizi di guardiania e pulizia dei residence per i senza dimora. Buzzi chiama la Errico. "Mi disse: "Questa è roba nostra. Non devi metterti in mezzo". Capii la musica. E lo rassicurai: "Va bene, ritiro la mia manifestazione di interesse". Ma lui insistette e, qualche giorno dopo, mi disse che c'era una persona che doveva incontrarmi sotto casa mia. Si presentò un ragazzo giovane, i capelli lunghi, su una Fiat 500. Che mi ripeté quello che mi aveva detto Buzzi. Gli spiegai che avevo già preso un impegno a ritirarmi. E lui disse che aveva bisogno di vedermelo dire di persona. Risalii a casa sconvolta. E provai a ritirarmi. Ma un funzionario per bene del Comune mi disse che non se ne parlava neppure". Arrivarono quindi l'autunno e le notti di Tor Sapienza.

domenica 23 novembre 2014

Tor Sapienza, viaggio dentro il centro di accoglienza. "Quando hanno sentito le bombe carta si sono paralizzati"

SKY TG24
Sky TG24 è entrata nella struttura che ospita i migranti nel quartiere romano dove la scorsa settimana è scoppiata la protesta dei residenti. "Siamo qui per fuggire dalla guerra e dalla povertà" raccontano gli ospiti, "non vogliamo fare ribellioni"
Le telecamere di Sky TG24 entrano nel centro richiedenti asilo di Tor Sapienza, dove qualche giorno fa i residenti del quartiere hanno dato vita a tafferugli con la polizia e lancio di bombe carta. Nella struttura vivono molti rifugiati, arrivati in Italia da zone di guerra. "Quando hanno sentito le bombe carta si sono paralizzati" racconta uno degli ospiti del centro, spiegando come chi viene da zone di guerra si porta dietro ferite e reazioni profonde.

Nella struttura rifugiati da guerra e povertà - Nella struttura vivono persone fuggite da miserie e guerra. Qui si svolgono anche le attività della cooperativa che si occupa di loro, attraverso il lavoro sanitario, formativo, di orientamento al lavoro. O dove semplicemente si insegna l'italiano. "Non siamo venuti qui per creare ribellione - spiega un'ospite del centro - siamo qui per cercare aiuto", mentre un altro rifugiato, scappato dall'Etiopia per motivi politici, racconta del suo sogno di frequentare l'università. "Siamo venuti dal Mali per salvarci dalla povertà e dalla guerra - conclude un altro - ora siamo dispiaciuti, non ci aspettavamo questo finale".

sabato 15 novembre 2014

Tor Sapienza, lettera aperta dei rifugiati: "In Italia per salvarci"

Blog Diritti Umani
L'appello degli immigrati del centro di accoglienza di via Morandi, teatro negli ultimi giorni di tentati assalti da parte dei residenti del quartiere: "Siamo qui per costruire una nuova vita"
"Tutti parlano di noi in questi giorni, siamo sotto i riflettori: televisioni, telegiornali, stampa. Ma nessuno veramente ci conosce". Inizia così la lettera aperta dei rifugiati del centro di Tor Sapienza presi di mira da proteste e tentati assalti del centro che li ospita alla periferia di Roma.

"Noi siamo un gruppo di rifugiati, 35 persone provenienti da diversi Paesi: Pakistan, Mali, Etiopia, Eritrea, Afghanistan, Mauritania -si legge- Non siamo tutti uguali, ognuno ha la sua storia; ci sono padri di famiglia, giovani ragazzi, laureati, artigiani, insegnanti ma tutti noi siamo arrivati in Italia per salvare le nostre vite. 

Abbiamo conosciuto la guerra, la prigione, il conflitto in Libia, i talebani in Afghanistan e in Pakistan. Abbiamo viaggiato, tanto, con ogni mezzo di fortuna, a volte con le nostre stesse gambe; abbiamo lasciato le nostre famiglie, i nostri figli, le nostre mogli, i nostri genitori, i nostri amici, il lavoro, la casa, tutto. Non siamo venuti per non fare male a nessuno".

"In questi giorni abbiamo sentito molte cose su di noi: che rubiamo, che stupriamo le donne, che siamo incivili, che alimentiamo il degrado del quartiere dove viviamo. Queste parole ci fanno male, non siamo venuti in Italia per creare problemi, nè tantomeno per scontrarci con gli italiani -scrivono- A questi ultimi siamo veramente grati, tutti noi ricordiamo e mai ci scorderemo quando siamo stati soccorsi in mare dalle autorità italiane, quando abbiamo rischiato la nostra stessa vita in cerca di un posto sicuro e libero. Siamo qui per costruire una nuova vita, insieme agli italiani, immaginare con loro quali sono le possibilità per affrontare i problemi della città uniti insieme e non divisi".

"Da tre giorni che viviamo nel panico, bersagliati e sotto attacco: abbiamo ricevuto insulti, minacce, bombe carta. Siamo tornati da scuola e ci siamo sentiti dire negri di merda; non capiamo onestamente cosa abbiamo fatto per meritarci tutto ciò. Anche noi viviamo i problemi del quartiere, esattamente come gli italiani; ma ora non possiamo dormire, non viviamo più in pace, abbiamo paura per la nostra vita. 

Non possiamo tornare nei nostri Paesi, dove rischiamo la vita, e così non siamo messi in grado nemmeno di pensare al nostro futuro -aggiungono- Vogliamo dire no alla strada senza uscita a cui porta il razzismo, vogliamo parlare con la gente, confrontarci. 

Sappiamo bene, perchè lo abbiamo vissuto sulla nostra stessa pelle nei nostri Paesi, che la violenza genera solo altra violenza. Vogliamo anche sapere chi è che ha la responsabilità di difenderci? Il Comune di Roma, le autorità italiane, cosa stanno facendo? Speriamo che la polizia arresti e identifichi chi ci tira le bombe. Se qualcuno di noi dovesse morire, chi sarebbe il responsabile?".

"Non vogliamo continuare con la divisione tra italiani e stranieri. Pensiamo che gli atti violenti di questi giorni siano un attacco non a noi, ma alla comunità intera. Se il centro dove viviamo dovesse chiudere, non sarebbe un danno solo per noi, ma per l'intero senso di civiltà dell'Italia, per i diritti di tutti di poter vivere in sicurezza ed in libertà. Il quartiere è di tutti e vogliamo vivere realmente in pace con gli abitanti.
Per questo motivo non vorremmo andarcene e restare tutti uniti perchè da quando viviamo qui ci sentiamo come una grande famiglia che nessuno di noi vuole più perdere, dopo aver perso già tutto quello che avevamo", concludono.