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giovedì 27 dicembre 2018

USA, bambino migrante muore sotto custodia nel New Mexico: è il secondo bambino in un mese

La Repubblica
Il piccolo, 8 anni, di origine guatemalteca, è deceduto in un ospedale del New Mexico, dopo avere attraversato illegalmente il confine con il Messico. Era stato dimesso lunedì una prima volta dalla stessa struttura. Pochi giorni fa aveva perso la vita una bimba di 7 anni.

Un bambino migrante originario del Guatemala è morto mentre era sotto la custodia delle autorità Usa. Il piccolo, 8 anni, è deceduto oggi in un ospedale nello stato del New Mexico, dopo aver attraversato illegalmente il confine con il Messico, ha riferito l'Ufficio della Dogana e Polizia di frontiera.

In un comunicato l'ufficio ha spiegato che il bambino è morto poco dopo la mezzanotte di Natale, per cause ancora ignote. Era stato trasportato all'ospedale di Alamogordo insieme al padre, poi dimesso, perché mostrava "segni di potenziale malattia". Lì, ha aggiunto l'agenzia, è stato diagnosticato che il bambino aveva il raffreddore e aveva la febbre. È stato curato con dei medicinali e dimesso lunedì. Ma più tardi è stato nuovamente ricoverato perché soffriva di nausea e vomito ed è morto alcune ore dopo. La polizia di frontiera non ha ancora detto quando il bimbo e il padre fossero entrati negli Stati Uniti né da quanto fossero sotto custodia. Alamogordo si trova a circa 145 chilometri dal confine di El Paso, in Texas.

Il governo del Guatemala ha chiesto una indagine "chiara" sulla morte del bambino. Alcuni giorni fa, sempre a dicembre, sotto la custodia delle autorità Usa è morta anche una bambina di 7 anni, anche lei guatemalteca, Jakelin Caal, per "disidratazione". Il corpo della piccola è stato restituito ai suoi familiari nel villaggio d'origine lunedì scorso, per permettere lo svolgimento dei funerali.

domenica 16 dicembre 2018

New Mexico - Bambina migrante di 7 anni muore disidratata dopo aver passato il confine e reclusa in un centro di detenzione in Usa.

Corriere Adriatico
Una bimba migrante è morta disidratata dopo essersi sentita male sotto gli occhi degli agenti di polizia di frontiera: aveva solo 7 anni. È successo negli Stati Uniti, dove la piccola, originaria del Guatemala, ha perso la vita per le conseguenze di una grave disidratazione dopo essere stata fermata insieme al papà e altri 160 migranti dalla polizia nel deserto del New Mexico.


Il gruppo di migranti, ha reso noto la US Customs and Border Protection, si era consegnato alla pattuglia delle guardie di frontiera la sera del 6 dicembre intorno alle 22: otto ore dopo, la bambina ha iniziato ad avere le convulsioni. Non mangiava né beveva da giorni e aveva la febbre a oltre 40. I soccorsi sanitari sono intervenuti e la piccola è stata trasferita in elicottero all'aeroporto di El Paso, dove ha avuto un arresto cardiaco ed è morta nelle 24 ore successive al ricovero.

La notizia della tragica morte della piccola migrante è destinata ad aumentare le polemiche sulle condizioni di detenzione delle famiglie dei migranti che, secondo le nuove disposizioni dell'amministrazione Trump, vengono fermate e trattenute in custodia dopo aver varcato il confine. 

Il portavoce dell'agenzia per il confine, porgendo le «più sincere condoglianze» al padre della piccola, ha difeso l'operato degli agenti del Border Patrol che «hanno fatto tutti i possibili passi per salvare la vita della bambina nelle circostanze più avverse».

giovedì 24 novembre 2016

California, Nebraska e Oklahoma affermazione della pena di morte nell'anno del minimo storico di esecuzioni in USA

Il Manifesto
Il 2016 sembrava l'anno giusto per festeggiare una sensibile regressione della pena di morte negli Stati uniti. Da una recente statistica del Pew Research Center, infatti, risulta che quello in corso è l'anno con meno esecuzioni capitali dell'ultimo quarto di secolo. Dal mese di gennaio i boia statunitensi hanno giustiziato 17 persone, con altre 3 esecuzioni previste entro la fine dell'anno, per un totale di 20, il minimo storico dal 1991, quando vennero portate a termine "soltanto" 14 esecuzioni.


Tuttavia, negli stessi giorni in cui gli Usa eleggevano il nuovo presidente, i cittadini di tre stati, California, Nebraska e Oklahoma, hanno votato anche in rispettivi referendum, i cui esiti non hanno affatto smentito i risultati che incoronavano contemporaneamente il repubblicano Trump. 

La California è lo Stato che vanta il braccio della morte più affollato, con 750 condannati. Tra la proposta referendaria 62, che chiedeva l'abolizione definitiva della pena di morte e la proposta 66 che, al contrario, auspicava addirittura l'accelerazione delle procedure per le uccisioni legalizzate, il 52% degli elettori ha votato per quest'ultima opzione. Il problema è che se adesso la proposta 66 venisse applicata alla lettera, sarebbe una vera e propria mattanza; parecchi giuristi si augurano che non sarà così, altrimenti dovremmo assistere "all'esecuzione di una persona a settimana per 14 anni".
Poi è toccato al Nebraska, dove la pena di morte era stata abolita nel maggio 2015 e reintrodotta dopo appena una manciata di mesi con il consenso del 57% dei cittadini

Infine l'Oklahoma, paese forcaiolo (percentualmente ha il numero più alto di esecuzioni in rapporto al numero di abitanti), che ha confermato la sua ferale tradizione con il 67% degli elettori. Dopo questo voto l'Oklahoma è diventato il primo Stato americano che legittima la pena capitale, includendola nella propria stessa Costituzione.

 Eppure lo stesso sondaggio del Pew Research Center, soltanto il 30 settembre scorso, aveva rivelato una sensibile decrescita di consensi verso la pena di morte da parte dei cittadini americani, con il 49% che restava favorevole alla legge dell'occhio per occhio.

All'interno di queste percentuali, come riportato anche dal Comitato Paul Rougeau nel suo ultimo "Foglio di collegamento", è interessante vedere come si pongono le varie categorie della cittadinanza statunitense. Tanto per cominciare, si conferma che la maggioranza dei Repubblicani (72%) continua ad essere favorevole alla pena di morte, mentre solo il 34% dei Democratici lo è. Per quanto riguarda gli "indipendenti", la percentuale è equamente ripartita (45% a favore, 44% contrari).
Anche il sesso, la razza, il credo religioso e il livello culturale fanno pendere il piatto della bilancia da una parte o dall'altra: i maschi sono più favorevoli alla pena di morte delle femmine (55% contro 43%), i bianchi lo sono molto più degli afroamericani e degli ispanici (57%, contro rispettivamente 29% e 36%), i protestanti evangelici sono favorevoli (69%) mentre i cattolici sono quasi equamente ripartiti (43% favorevoli, 46% contrari) e, concludendo la rassegna, le persone che hanno conseguito almeno la licenza della scuola superiore sono meno "forcaiole" di quelle meno colte (43% contro 51%).
Come se non bastasse, però, adesso anche il New Mexico si è messo nella scia della triade di Stati tornati a quei fasti medievali che permettono ai governi di disporre della vita dei propri cittadini. Nel New Mexico la pena di morte era stata abolita da sette anni, ma l'attuale Governatrice repubblicana, Susana Martinez, sta facendo di tutto per ripristinarla, pretendendo che il Parlamento del suo Stato approvi la legge per la reintroduzione già a gennaio

In tema di diritti umani, sembra che negli Usa tutte le più rosee aspettative si siano infrante nella manciata di poche settimane ed ora, con l'avvento di Donald Trump, forse ci sarà da aspettarsi il peggio.

di Marco Cinque

lunedì 29 agosto 2016

USA - Vescovi del New Mexico: no alla reintroduzione della pena di morte

Il Domani d'Italia
No alla pena di morte, “una pratica moralmente insostenibile”: i vescovi del New Mexico, negli Stati Uniti, si schierano contro la proposta avanzata dalla governatrice Susana Martinez di rintrodurre nello Stato la pena capitale, abolita nel 2009. La proposta arriva dopo l’uccisione di un poliziotto in servizio ad Hatch, a metà agosto.

La vita è sacra, difenderla dal concepimento e fino alla morte naturale
“L’abrogazione della pena di morte – scrivono i presuli in una nota pubblicata sul sito dell’arcidiocesi di Santa Fe – è stata una pietra miliare che ha permesso al New Messico di passare dalla cultura della violenza alla cultura della pace, della giustizia e dell’amore”. I presuli, poi, ribadiscono l’insegnamento della Chiesa sulla sacralità della vita, da proteggere “dal concepimento nel grembo materno e fino alla morte naturale”.

Giustizia sia riparativa, non meramente punitiva
“È sempre tragico e triste – continua la nota episcopale – quando viene ucciso un membro della comunità. Ma tali atti insensati devono essere evitati attraverso un cambiamento sistematico della società, a partire dai più piccoli”. “Il crimine, infatti – affermano i presuli – può essere prevenuto investendo nel capitale sociale”. Di qui, l’appello ad una giustizia che sia davvero ripartiva e non meramente punitiva.

Sempre più Stati hanno abrogato la pena capitale
“Ci uniamo Papa Francesco ed ai suoi predecessori – si legge ancora - nel suo continuo richiamo a porre fine alla pratica della pena di morte”. Infine, i presuli ricordano che “negli ultimi cinque anni, cinque Stati americani hanno approvato una legge per abrogare la pena di morte. Ci opponiamo, quindi, alla proposta di Susana Martinez di ripristinare la pena capitale e chiediamo al legislatore di respingere la normativa”. (I.P.)