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mercoledì 27 novembre 2019

Bari - Presentazione del libro "Liberi dentro" presso l'Università degli Studi di Bari - Dip. di Giurisprudenza

Blog Diritti Umani - Human Rights
Università degli Studi di Bari - Aldo Moro
Dipartimento di Giurisprudenza - Aula G. Contento

Mercoledì 4 dicembre, ore 9.30
Piazza Cesare Battisti, 1 - Bari
I diritti fondamentali 
e la riabilitazione possibile dei detenuti





Presentazione del volume di Ezio Savasta,

"Liberi dentro. Cambiare è possibile, anche in carcere"


Ne discuterà, con l’Autore:

Dott.ssa Clara Goffredo, Giudice Ufficio di Sorveglianza, Tribunale di Foggia




Il Seminario chiude i Corsi di Diritto Costituzionale LMGI (Prof.ssa Cecilia Pannacciulli), Diritto Processuale Penale II LMG (A-L) (Prof.ssa Lucia Iandolo), Diritto Processuale Penale II LMG (M-Z) (Prof.ssa Marilena Colamussi), Diritto Ecclesiastico LMGI (Prof.ssa Maria Luisa Lo Giacco)
Agli studenti che partecipano sono riconosciuti 0,5 CFU

mercoledì 17 luglio 2019

Braccianti stranieri occupano la chiesa di San Nicola a Bari - "Pretendiamo i nostri diritti - Non siamo schiavi!"

Moondo
«Bari. Non siamo né migranti, né trogloditi. Non vogliamo carità o accoglienza. Siamo braccianti, siamo lavoratori. Noi pretendiamo soltanto i nostri diritti». 


Davanti al santo nero, al santo dell’accoglienza, quello arrivato dal mare e che unisce cristiani e ortodossi, grandi e bambini, visto che l’altro nome di San Nicola è Santa Klaus, i nuovi schiavi d’Italia hanno chiesto ieri mattina di essere chiamati e protetti per quello che sono: braccianti.

Lo hanno fatto occupando in maniera simbolica la basilica di San Nicola di Bari, chiedendo al Vescovo, monsignor Francesco Cacucci, di farsi mediatore con il presidente della Regione, Michele Emiliano.

In Puglia, e in particolare nel foggiano, sta accadendo qualcosa di molto particolare. Da qualche settimana — su mandato esplicito del ministro dell’Interno, Matteo Salvini — è in corso, infatti, lo sgombero di Borgo Mezzanone, uno dei più grandi ghetti d’Italia abitato, come in questo periodo, da quasi quattromila persone. Le ruspe stanno abbattendo le baracche e i braccianti vengono trasportati in centri di accoglienza. La maggior parte di loro si sta però spostando altrove, creando così altri micro ghetti» [Foschini, Rep].

Mentre, come ogni mattina, andavano al lavoro in bicicletta verso le campagne del Foggiano, due braccianti extracomunitari – un senegalese di 33 anni e un cittadino della Guinea Bissau di 26 – sono stati avvicinati da un’automobile scura da cui è partito un fitto lancio di sassi che li ha colpito in testa e sul corpo. Soccorsi dal 118, guariranno in cinque o sei giorni.

domenica 3 maggio 2015

Cristiani in Medio Oriente, Sant'Egidio: nasce il "Tavolo di Bari" per passare dal grido di allarme alla proposta

Comunità di Sant'Egidio
Bari– Progettato come prima occasione di incontro e di confronto fra tutte le Chiese cristiane del Medio Oriente, con i politici e i diplomatici che intendono affrontare i drammatici problemi di questa martoriata regione del mondo, il primo summit intercristiano organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla diocesi di Bari, si conclude con una proposta ambiziosa sulla quale si è raggiunto un primo considerevole consenso: la nascita di quello che è stato chiamato il “tavolo di Bari”, formula originale di dialogo fra personalità a vario titolo impegnate nella ingarbugliata matassa mediorientale e “interlocutore privilegiato” di tutte le piccole, medie e grandi potenze implicate nella questione.

E ancora: elaborare proposte concrete di soluzione per le situazioni più difficili, a partire dalla Siria, preda da quattro anni di una spietata guerra civile che ha fatto decine di migliaia di vittime e centinaia di migliaia di profughi e di sfollati”. “Forse - ha detto il fondatore di Sant’Egidio Andrea Riccardi, a conclusione del convegno - potremmo continuare il tavolo di Bari dando vita ad un legame operativo, problematico”. Ecco dunque il percorso tracciato per il “tavolo di Bari”: “Passare dall’allarme alla proposta, e poi alla sua diffusione e all’impegno morale e politico per farla passare ”. E in questo processo potranno avere cittadinanza anche i progetti per alcuni “safe haven”, rifugi sicuri per i cristiani e le altre minoranze in aeree della regione come ad esempio la piana di Ninive in Iraq, e la risposta all’appello “Save Aleppo”, lanciato nel giugno 2014 dallo stesso Andrea Riccardi.

A dare risalto a questa idea, a metà dei lavori della seconda giornata del summit, era stato il presidente della Comunità di Sant’Egidio Marco Impagliazzo, che ha rilevato come il Colloquio sul futuro dei cristiani in Medio Oriente - nella giornata in cui i Patriarchi cristiani e mons. Paul Richard Gallagher, Segretario vaticano per i rapporti con gli Stati, si sono confrontati con il ministro degli esteri italiano Paolo Gentiloni e con diplomatici in rappresentanza delle principali potenze occidentali (Usa, Russia, Francia, Germania, Regno Unito, Grecia) - si è trasformato in una grande assemblea capace di lavorare su proposte unitarie: “Una grande cassa di risonanza per rompere la coltre di indifferenza europea e occidentale di fronte a tanta sofferenza e di affermare che solo la fine della guerra e l’instaurazione di una pace duratura potrà garantire nel futuro una presenza libera e serena dei cristiani in Medio Oriente”. E di “drammatica pulizia etnica in intere regioni, che forse non ha paragoni nella storia e rappresenta quasi la fine della storia” ha parlato il fondatore di Sant’Egidio Andrea Riccardi, che ha aggiunto: “Un mondo sta scomparendo: è un dramma per i cristiani, un vuoto per le società musulmane, una perdita per l’equilibrio del Mediterraneo e per la civiltà”.

I capi delle Chiese cristiane di Siria, Turchia, Iraq, Cipro, Egitto, e il Custode di Terra Santa Pierbattista Pizzaballa, intervenuti in un dibattito ricco e approfondito, pur con accenti diversi, hanno insistito su concetti molto simili, facendosi avvocati di una popolazione stremata dalla guerra, fiaccata dalle discriminazioni, abbandonata dall’Occidente, a rischio di estinzione come comunità identificata da una cultura e da una fede religiosa. A chiedere alla Comunità di Sant’Egidio di “accompagnare” i patriarchi orientali presso le potenze occidentali per far giungere la loro voce ai massimi livelli, sono stati in particolare il Patriarca melchita di Antiochia e di tutto l’Oriente Gregorio III Laham, che ha chiesto “un’iniziativa ecumenica di tutte le Chiese, capace di elaborare un piano di pace comune da portare al tavolo delle grandi potenze”, e l’arcivescovo iracheno Yousif Mirkis, del patriarcato di Babilonia dei Caldei, il quale, dopo aver definito “una vergogna” l’insensibilità dell’Europa rispetto al dramma mediorientale, ha lanciato la sua proposta: “Chiedo a Sant’Egidio di scortare tutti noi Patriarchi nelle quattro principali capitali mondiali: Washington, Mosca, Bruxelles e New York, sede delle Nazioni Unite per chiedere di fermare il cosiddetto islam politico, che è fonte del calvario dei cristiani e più in generale delle minoranze religiose anche musulmane”. A sua volta, l’arcivescovo cipriota Chrisostomos II ha denunciato la “pilatesca stasi dei potenti della terra e delle Nazioni Unite, che pure sono state fondate nel nome della pace”.

Altre voci si sono levate per denunciare il dramma delle popolazioni. Il Patriarca siro-ortodosso di Antiochia Ignatius Aphrem II si è chiesto se si debbano aspettare altri cento anni, come dopo il genocidio degli armeni, “perché il mondo reagisca e cessi di lavarsi le mani dal sangue della nostra gente”, e ha aggiunto polemicamente: “Ci sarà un futuro per cristiani in Terra Santa e in Medio Oriente? Senza la pace no, ma senza la pace non ci sarà futuro per l’intera umanità”.

Relativamente tranquilla la condizione dei cristiani copti d’Egitto, descritta dal patriarca di Alessandria Isaac Sidrak; mentre “l’insieme del Medio Oriente, ha aggiunto il Patriarca siro-cattolico di Antiochia Ignace Youssif III Younan, “è stato in questi ultimi tempi inghiottito da una spirale di violenza inaudita, un vero incubo che sembra non aver fine”.

Le risposte a questo rosario di denunce e di allarmi sono venute dalla diplomazia, a cominciare da quella vaticana. Mons. Gallagher ha ricordato come la Santa Sede “segua con viva preoccupazione la situazione dei cristiani in Medio Oriente, con particolare attenzione e rispetto per la vita e le sofferenze di tutte le minoranze religiose”. Occorre, ha aggiunto, “risvegliare la coscienza della comunità internazionale perché sono in gioco principi fondamentali, come il valore della vita, della dignità umana e della convivenza civile”. Fra i punti nodali della situazione, ha citato: fermare l’esodo e “assicurare condizioni di sicurezza ai cristiani che decidono di restare e che devono essere protetti”, aiutare i paesi a maggioranza musulmana ad “affrontare il problema del fanatismo, a sciogliere il nodo del rapporto tra religione e Stato, poiché il nesso inscindibile tra religione e politica e la mancanza di distinzione tra ambito religioso e ambito civile rende difficile la vita per i cristiani”.

A sua volta, il ministro degli esteri italiano Paolo Gentiloni ha riconosciuto che “L’Europa è malata di egoismo, di ignavia e di indifferenza: spesso volgiamo lo sguardo altrove; lo abbiamo fatto anche davanti alle stragi dei musulmani in Europa, come a Sebrenica; lo facciamo ora davanti al martirio dei cristiani d’Oriente, che interpella le nostre stesse radici”. Dunque, “combattere la pedagogia dell’odio, prendere la parola con intransigenza contro l’ignavia e l’indifferenza che inquinano la nostra cultura. La giustizia esige parresia, il coraggio della verità” e invece spesso siamo prigionieri del nostro egoismo, delle nostre illusioni”. Alle crisi più gravi si deve “rispondere con azioni concrete della cultura e della diplomazia”, e Gentiloni ha citato la proposta di un piano di “freeze” per salvare Aleppo: “quella di Sant’Egidio, mutuata dalle Nazioni Unite, ha detto, è forse l’unica opzione sul tappeto, un obiettivo difficile da raggiungere ma necessario per ridurre il livello di violenza sul quale occorre coinvolgere la Russia”.

Il tema della protezione per i cristiani in Medio Oriente è una delle priorità emerse dal Colloquio. Deve, ha detto Andrea Riccardi, “diventare parte dell’azione dei governi”. L’obiettivo è creare zone di tregua in Siria, come Aleppo, aiutare specialmente il Libano, realizzare più incisivi interventi umanitari”. A sua volta, rispondendo ad una specifica domanda di un giornalista sulla opportunità della presenza di forze di pacificazione nelle aree più a rischio, Marco Impagliazzo ha detto: “Penso che il modello più utile sia quello sperimentato in Libano, dove l’Unifil, la forza di pace a guida italiana e sotto bandiera Onu garantisce la pace e potrebbe essere un modello accettato da tutti perché rispondente alle logiche del diritto internazionale. Quel che manca oggi sono operazioni di polizia internazionale: non c’è una struttura che garantisca un modello di polizia internazionale che intervenga in situazioni di emergenza. Sollecitiamo le Nazioni Unite ad individuare modelli giuridici per arrivare a questo risultato”.

Infine le conclusioni di Andrea Riccardi al termine dei lavori, su alcuni dei problemi sollevati nel dibattito: “Non basta chiedere ai cristiani di restare, bisogna garantire di poter restare in sicurezza”. La Comunità di Sant’Egidio ha lanciato l’appello per Aleppo e per altri “safe haven”, rifugi sicuri per i cristiani e le minoranze; un appello “che pochi hanno ripreso”, ha denunciato Riccardi: “Appoggiatelo!”. Quanto a ciò che può fare Sant’Egidio: “Siamo a disposizione, sinceramente, intelligentemente, in modo aperto, senza piani nascosti e senza idee di egemonia. Aiutateci ad aiutarvi!”

giovedì 29 maggio 2014

Bari: detenuto 29enne suicida, era in attesa di giudizio

Ansa
Un detenuto di 28 anni, in attesa di giudizio per reati contro il patrimonio e la persona, si è suicidato impiccandosi nel carcere di Bari. 

Lo rende noto la segreteria generale del Cosp (Coordinamento sindacale penitenziario), secondo cui dall'inizio dell'anno sono sei i suicidi avvenuti in Puglia e otto i tentativi di suicidio sventati. Il suicidio, secondo quanto riferisce il Cosp, si è verificato attorno alle 15 nel settore protetti della sezione promiscua del carcere. A Bari, secondo il coordinamento, "ci sono situazioni al limite con sovraffollamento detentivo, gravi criticità strutturali e sanitarie, grave carenza di dipendenti di polizia penitenziaria.

domenica 12 gennaio 2014

Bari, il giudice: “Migranti più garantiti in carcere che nel Cie”

Il fatto Quotidiano

E' il contenuto choc dell’ordinanza con cui il Tribunale civile barese ha imposto a presidenza del Consiglio dei Ministri, ministero dell'Interno e prefettura di mettere a norma, entro 90 giorni, la struttura del capoluogo pugliese

Al peggio non c’è mai fine. I Cie sono più infernali di un carcere e i migranti che lì sono rinchiusi hanno meno garanzie dei detenuti. A metterlo nero su bianco è Francesco Caso, giudice della I Sezione civile del Tribunale di Bari. Lo scrive nell’ordinanza destinata a fare scuola in Italia, quella con cui ha imposto alla presidenza del Consiglio dei Ministri, al ministero dell’Interno e alla prefettura di Bari di eseguire, entro il termine perentorio di 90 giorni, i lavori necessari e indifferibili per garantire condizioni minime di rispetto dei diritti umani nel Centro di Identificazione ed Espulsione di Bari Palese. “Non è azzardato concludere che, se lo stato degli stranieri trattenuti nei Cie in vista della loro espulsione fosse stato assoggettato alla disciplina dell’ordinamento penitenziario vigente, la loro condizione sarebbe stata migliore o comunque più ‘garantita’, quanto meno sul piano formale”.

Sono le parole che squarciano il velo dell’ipocrisia che continua a imperare in materia e la dicono lunga anche su una situazione che di legittimo ha solo l’alibi che le è stato offerto. Il magistrato pugliese è chiaro: “La nostra Carta Fondamentale detta direttamente regole sul se e come le persone possono essere ristrette nella libertà personale e su come e per quali fini, una volta ristrette, debbano essere trattate”. Non solo. Il nostro ordinamento penitenziario, a livello di legislazione ordinaria, è un “sistema fortemente garantito a livello normativo, affidato da sempre alle cure dell’Amministrazione della Giustizia, sotto il diretto controllo dell’autorità giudiziaria competente”. Differenze abissali con la disciplina dei Cie: “Poche righe” per regolare una “condizione comunque limitativa della libertà personale (che attualmente può giungere fino ad almeno 18 mesi complessivamente), laddove la disciplina dei detenuti e internati è contenuta complessivamente in centinaia di articoli”.

Discrepanze profonde anche su un altro versante: del governo di questi centri è stata incaricata “del tutto un’amministrazione dello Stato, quella dell’Interno, che ormai da tempo era stata privata di qualsiasi esperienza e di strutture nel settore della ‘reclusione’ delle persone per periodi prolungati”, tant’è che la gestione dei Cie “è stata affidata (per non dire ‘subappaltata’) a soggetti privati esterni all’amministrazione statale”. Una mortificazione normativa, di fronte alla quale, tuttavia, il Tribunale di Bari decide di non avventurarsi oltre: “Ogni ipotetico incidente di legittimità costituzionale a riguardo parrebbe destinato all’insuccesso, sul duplice rilievo della limitata temporaneità (sebbene piuttosto prolungata nella durata massima) della misura del trattenimento, peraltro tuttora orientata anche alla ‘necessaria assistenza’ degli interessati, e soprattutto della diversità delle situazioni che la inducono in confronto alla ‘detenzione’ vera e propria; il che potrebbe far considerare legittimo il regime attuale, che, d’altronde, finora ha praticamente resistito a reiterate censure di incostituzionalità”.

Insomma, si alzano le mani per non rischiare una bocciatura e, forse, anche per mettere al riparo un pronunciamento che ha già di per sé una portata dirompente. Non era ancora accaduto che venisse obbligato all’intervento di messa a norma di un Cie, entro tre mesi, l’intero apparato dello Stato, trascinato in aula, attraverso lo strumento giuridico dell’azione popolare, da due avvocati, membri dell’associazione Class Action Procedimentale. “Il provvedimento per noi costituisce un’ulteriore tappa per la definitiva chiusura di una struttura carceraria extra ordinem che calpesta i valori fondamentali di tutela dei diritti umani”, dice Luigi Paccione, che accanto ad Alessio Carlucci si è costituito in giudizio “in sostituzione” del Comune e della Provincia di Bari.

Era nato per essere un “centro di permanenza temporaneo per immigrati irregolari”, il Cie pugliese, adeguato solo in parte e al centro da sempre di clamorose proteste. “Trasmoda nell’illegalità”, secondo il giudice Caso: servizi igienici insufficienti; box doccia sporchi e senza porte, in barba a qualsiasi tutela della privacy; porte blindate a chiudere ciascun modulo abitativo, tanto da limitare fortemente la libertà delle persone; finestre prive di sistemi di oscuramento; camere alloggio senza impianti di ventilazione, con temperature estive che oscillano tra i 25 e i 31 gradi; infrastrutture sportive, motorie e ludico ricreative insufficienti; nessun intervento volto alla riduzione del malesseree dello stato di sofferenza. C’è stato sì un “modesto miglioramento” rispetto al 2012, ma “la situazione presenta ancora numerosi elementi di criticità”. I 90 giorni per iniziare a rendere civile la struttura stanno già trascorrendo. E “in caso di mancata o parziale esecuzione di quanto disposto”, si legge nell’ordinanza, “tutti gli stranieri ancora trattenuti” dovranno essere “trasferiti in altri Cie”.