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martedì 19 febbraio 2019

In Togo a casa di Tamimou, per conoscere la storia del migrante morto di freddo sulle Alpi

Avvenire
Da Agadez alla Libia, poi l’attesa in Italia. Il papà: «Non aveva i soldi per far curare la madre». Le ultime parole su Whatsapp: «Ho comprato il biglietto del treno e partirò domani per la Francia»
Il villaggio di Madjaton si trova tra le verdi colline di Kpalimé, una tranquilla città nel sud-ovest del Togo. Un luogo dalla natura lussureggiante e il terreno fertile. È qui che è cresciuto Tamimou Derman, il migrante deceduto per il freddo il 7 febbraio mentre cercava di superare a piedi il confine tra l’Italia e la Francia. La sua famiglia è composta dapadre, madre, tre fratelli, e una sorella. Sono tutti seduti all’ombra di un grande albero in attesa di visite e notizie.

«Salam aleikum, la pace sia con voi» dicono con un sorriso all’arrivo di ogni persona che passa a trovarli per le condoglianze. L’accoglienza è calorosa nonostante la triste atmosfera. «È stato un nostro parente che vive in Libia a darci per primo la notizia», dice Samoudini, il fratello maggiore di 35 anni. «All’inizio non potevamo crederci, ci aveva spedito un messaggio vocale due giorni prima della partenza per la Francia. Poi le voci si sono fatte sempre più insistenti – continua Samoudini – e le speranze sono piano piano svanite. Ora il nostro problema principale è trovare i soldi per far ritornare la salma».

Tamimou è la prima vittima dell’anno tra chi, come molti altri migranti africani, ha tentato di raggiungere la Francia dall’Italia attraverso le Alpi. Il giovane togolese era partito con un gruppo di altri venti ragazzi. Speravano di eludere gli agenti di polizia che pattugliano una zona sempre più militarizzata. «Diciamo a tutti i migranti di non incamminarsi per quei valichi in questa stagione – ha spiegato alla stampa Paolo Narcisi, medico e presidente della Onlus torinese, Rainbow for Africa – . È un passaggio troppo rischioso ». Prima di avventurarsi tra la neve e il gelo, Tamimou aveva appunto lasciato un messaggio alla famiglia. «Ho comprato il biglietto del treno e partirò domani per la Francia – si sente in un audio whatsapp di circa un minuto –. Pregate per me e se Dio vorrà ci parleremo dal territorio francese». Il padre e un amico, uno accanto all’altro, scoppiano a piangere. La mamma, seduta tra il gruppo delle donne, resta immobile con gli occhi rossi. La sorella pone invece il capo tra le ginocchia ed emette un leggero singhiozzo. Per alcuni secondi restiamo in un silenzio profondo, interrotto solamente dalle voci dei bambini del villaggio che rincorrono cani e galline. Ascoltare la voce di Tamimou riporta la famiglia al momento in cui è giunta la notizia del suo decesso, l’8 febbraio.

«Non volevamo che partisse per l’Europa», riprende Inoussa Derman, il papà, cercando di trattenere le lacrime. «Lui però era determinato. Si sentiva responsabile per le condizioni di salute di mia moglie che, tuttora – racconta il genitore – soffre di ipertensione e per diverso tempo è stata ricoverata in ospedale. Non avevamo i soldi per pagare le cure». 

La madre, Issaka, fissa il terreno senza parlare. Sembra avvertire il peso di una responsabilità legata alla partenza del figlio. Tamimou si era dato da fare subito dopo la scuola. Aveva lavorato a Kpalimé come muratore prima di trasferirsi in Ghana per due anni e continuare il mestiere. Non riuscendo a guadagnare abbastanza, aveva deciso di partire per l’Europa nel 2015. Con i suoi risparmi e un po’ di soldi chiesti a diversi conoscenti, ha raggiunto la città nigerina di Agadez, da decenni importante crocevia della rotta migratoria proveniente da tutta l’Africa occidentale e centrale. Dopo qualche mese il ragazzo ha contattato la famiglia dalla Libia. «Ci diceva quanto era pericoloso a causa dei continui spari e degli arresti indiscriminati – aggiunge Moussara, la sorella di 33 anni –. Gli abbiamo detto più volte di tornare, ma non ci ha voluto ascoltare».

Tamimou ha trascorso almeno 18 mesi in Libia in attesa di trovare i soldi per continuare il viaggio. «Ci sentivamo spesso anche quando ha oltrepassato il 'grande fiume' per arrivare in Italia – racconta Satade, un amico d’infanzia, in riferimento al Mar Mediterraneo –. Con i nostri ex compagni di scuola avevamo infatti creato un gruppo su whatsapp per rimanere in contatto con lui». Dopo più di 16 mesi in Italia, il migrante togolese raccontava alla famiglia di essere ancora disoccupato. «Non ho trovato niente – spiegava in un altro messaggio vocale –. In Italia ci vogliono i documenti per lavorare e io non riesco a ottenerli». La decisione di partire per la Francia era stata presa con grande sofferenza. 

Diversi amici avevano assicurato al migrante togolese che al di là del confine sarebbe stato molto più facile trovare un impiego. Ma di Tamimou, in Francia, è arrivato solo il cadavere. Da giorni è ospitato all’obitorio dell’ospedale di Briançon. La famiglia è in contatto con un cugino che vive da diversi anni in Italia e sta seguendo le pratiche. Parenti e amici vogliono riportare il corpo di Tamimou nel caldo di Madjaton, a casa, per seppellirlo secondo le usanze tradizionali. «Gli avevamo detto di non partire – insiste il padre –. Ma non si può fermare la determinazione di un giovane sognatore».

Matteo Fraschini Koffi, Kpaliné (Togo)

sabato 29 agosto 2015

Linciaggi in Togo, campagna di mobilitazione popolare "io non ci sto" promossa dalla Comunità di Sant'Egidio

www.santegidio.org
Questa estate a Lomé sono stati registrati tre gravissimi episodi solo nel quartiere di Agoé: giovani bruciati vivi perché sospettati di furto. La risposta di Sant'Egidio, una grande mobilitazione popolare
Una reazione terribile, quasi una “moda” disumana, che toglie la vita invece di darla. Così sono diventati i linciaggi in Togo. Questa estate a Lomé, la capitale, tra luglio e agosto sono stati registrati tre gravissimi episodi solo nel quartiere di Agoé: giovani bruciati vivi perché sospettati di furto.

La Comunità di Sant’Egidio, che da anni è amica dei bambini di strada della zona, ha deciso di dire basta avviando la campagna “Io non ci sto”. Il fenomeno purtroppo è in preoccupante aumento perché accettato e valorizzato, come un mezzo di dissuasione, soprattutto dai giovani per i quali è quasi diventata una reazione normale, alimentata da messaggi sms con cui si segnalano la localizzazione dei furti e ci si impegna a bruciare i responsabili.
Ma se le “mode”, anche le più terribili, diventano facilmente abitudine, la Comunità è convinta che si possa avviare una tradizione contraria, quella del rispetto della legge e della vita umana, un valore troppo poco garantito nelle periferie delle grandi città africane.

Il 15 agosto si è tenuta quindi una conferenza nel quartiere di Agoé, che ha riunito più di 150 persone. Alla Tavola rotonda hanno partecipato i capi tradizionali del quartiere, i rappresentanti della Chiesa cattolica, l’Imam della moschea centrale di Lomé e quello della moschea universitaria, due rappresentanti della Commissione per i diritti umani, due magistrati e un ufficiale della Gendarmeria. I relatori hanno ringraziato la Comunità per avere avuto il coraggio di affrontare un argomento di cui normalmente nessuno osa parlare. Tutti si sono impegnati a parlare con i loro giovani e con la popolazione, chiedendo l’aiuto e la presenza della Comunità per questa opera di sensibilizzazione.

Molto commovente è stata la testimonianza di una donna che ha raccontato l’atrocità del linciaggio di un giovane, Sadate, bruciato vivo. E’ intervenuta anche la madre di un ragazzo di 16 anni che il giorno prima era stato vittima di un tentativo di linciaggio e che solo l’intervento di alcuni giovani della Comunità ha potuto sottrarre al linciaggio.

La Comunità ha quindi proposto un appello contro la vendetta popolare che è stato firmato da tutti i presenti e che vuol essere uno strumento di trasmissione della cultura della vita in tutta la città di Lomé. La tavola rotonda, che è stata seguita dai principali media nazionali, si è conclusa con una preghiera e una marcia silenziosa in memoria delle vittime dei linciaggi.

venerdì 13 marzo 2015

Un quaderno e un amico fanno la differenza per Isaac, 16 anni, che vive e lavora in una discarica in Togo

Comunità di Sant'Egidio
Nel piccolo paese africano, Sant'Egidio affronta il dramma dei ragazzi di strada.


Lome' (Togo) - Isaac è stanco. Sedici anni, un passato come tanti altri adolescenti di Lomé, la capitale del Togo, in Africa occidentale, uno dei Paesi più piccoli del continente. Famiglia, giochi, scuola, fino alle prime classi delle medie. 

Poi si è perso nella grande città dove è facile per tanti ragazzi poveri come lui non trovare più la strada di casa. Ora passa la giornata qui, nella grande discarica del quartiere di Agoé, insieme a tanti altri giovani, alcuni più piccoli di lui. Il suo lavoro è raccogliere, tra i rifiuti, materiali in ferro per portarli alle "Dames", signore che ai margini di quel terreno infernale, con le loro rudimentali bilance li pesano per rivenderli al mercato della città. 

Sta lì a lavorare Isaac, tutto il giorno, con le sue ciabattine, a mani nude, con il rischio di ferite e malattie. Per una manciata di franchi Cfa, la moneta dell'Africa Occidentale.

Da quando ha conosciuto i giovani della Comunità di Sant'Egidio però Isaac ha qualcosa in più: un quaderno che gli ha permesso di riprendere a scrivere e a studiare. E insieme a quei fogli il sogno di tornare a una vita normale. Serge, un altro ragazzo della strada (anche se qui nonostante l'età si chiamano sempre "enfants de la rue", bambini di strada), ce l'ha già fatta grazie agli amici di Sant'Egidio che lo hanno conosciuto mentre lavorava nella discarica: ora lavora in una bottega dove allestiscono i controsoffitti, particolarmente importanti in Africa per proteggere le case dal caldo.

Prossimo appuntamento per il gruppo, ormai numeroso, di ragazzi di strada amici della Comunità di Sant'Egidio di Lomé: una grande festa, con balli e canti, e alla fine, un regalo: stivali di gomma e guanti per proteggersi quando si va nella discarica, in attesa di un lavoro vero, dignità e futuro.

giovedì 28 febbraio 2013

Togo: Amnesty international «très préoccupée» par le sort des détenus

AllAfrica


Dans une déclaration publique en date du 21 février, Amnesty International après avoir fait le point sur ces vagues d'arrestation dans le cadre de l'affaire des incendies des grands marchés de Lomé et de Kara se dit très préoccupée par le sort qui est réservé aux personnes détenues.

Faisant le point des échanges qu'elle a eu avec ces détenus dont plusieurs responsables politiques, la branche togolaise de cette organisation internationale révèle que « la moitié des personnes rencontrées par Amnesty International ont déclaré qu'elles n'avaient pas été clairement notifiées des motifs de leur arrestation ».

D'autres encore, toujours rencontrés par Amnesty International Togo, « ont affirmé avoir eu des difficultés à être assistés par un avocat », du fait d'un refus souvent opposé par les autorités de gendarmerie.

Ce sont là, entre autres situations qui inquiètent Amnesty International quand aux conditions de détention de ces individus ; des conditions qui sont contraires au droit international.

Cette structure cite entre autres cas, celui « notamment de Jean Eklou, le dirigeant des jeunes de l'Alliance nationale pour le changement (ANC), détenu à la Direction générale de la gendarmerie et qui a été menotté pendant les deux premiers jours de sa détention aux pieds et aux mains jour et nuit et obligé de dormir dans cette position.

Ces conditions de détention ne respectent pas les garanties mises en place par l'Ensemble de règles minima des Nations unies pour le traitement des détenus qui prévoit que les instruments de contrainte tels que menottes, chaînes, fers et camisoles de force ne doivent jamais être appliqués en tant que sanctions ».

Aussi, le cas de l'ex-député UFC, exclu du parlement, Ouro Akpo Tchagnao, préoccupe Amnesty International.

Arrêté le 28 janvier, il serait « resté 48 heures privé de nourriture et détenu dans un lieu qui n'était pas connu de ses proches.

Certaines personnes, détenues au lieu dénommé « la Réserve » ont dormi à même le sol alors que d'autres qui sont malades n'ont pas eu accès à un médecin.

C'est le cas d'Attiley Apollinaire, chauffeur de Jean Pierre Fabre, président de l'ANC, qui a des problèmes à la hanche et qui marche difficilement à l'aide d'une béquille ».

Il est à noter que dans le cadre de l'enquête sur les incendies de Kara (dans la nuit du 9 au 10 janvier) et de Lomé (dans la nuit du 11 au 12 janvier), ils sont 25 personnes membres ou proches de partis d'opposition à être arrêtées et détenues par la gendarmerie.

Ce qui laisse croire en une vague de répression contre des opposants politiques à quelques mois des élections législatives prévues pour cette année.