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domenica 8 novembre 2015

Immigrazione: Parigi si sente assediata e sospende il patto Schengen

Corriere della Sera
La Francia annuncia il ripristino dei controlli alle proprie frontiere per trenta giorni. Nel giorno in cui la Francia annuncia il ripristino dei controlli alle proprie frontiere per trenta giorni, come misura d'emergenza transitoria in vista della conferenza internazionale dell'Onu sul clima (Parigi, 30 novembre - 11 dicembre), l'ex presidente della Commissione europea Jacques Delors pubblica una tribuna su Le Monde per ricordare il significato autentico del trattato di Schengen.
Spesso percepito nell'opinione pubblica come un "colabrodo" da sospendere alla prima avvisaglia d'invasione o di pericolo per la sicurezza (dai terroristi ai black bloc, dai profughi alle tifoserie), il trattato dovrebbe in realtà favorire una più forte collaborazione fra polizie per il controllo delle "frontiere" europee esterne e non interne fra i singoli Paesi membri. È stato concepito per migliorare gli scambi e la circolazione di quattrocento milioni di europei. Per questo lo spazio Schengen si è allargato, comprendendo anche Paesi che non fanno parte dell'Unione. Gli strumenti di controllo degli ingressi illegali e d'identificazione esistono e dovrebbero funzionare in stretta collaborazione fra governi. Tornare indietro avrebbe un costo economico catastrofico e non risolverebbe il problema, come ricorda Delors.

Intanto la Francia sospende. Lo fa in vista di un importante avvenimento, come del resto hanno fatto in passato altri Paesi che hanno alzato barriere per il G8 o per manifestazioni sportive. E come hanno deciso recentemente Germania, Austria, Slovenia, per fronteggiare la crisi dei migranti, fino ai fili spinati in Ungheria. L'impressione è che si mescolino rischi e problematiche diverse. Le polemiche politiche favoriscono gli equivoci. I black bloc o le tifoserie aspettano un momento-vetrina, con conseguenze purtroppo note.

È giusto ristabilire filtri e misure di sicurezza temporanee. Il ristabilimento dei controlli come misura d'emergenza è anche previsto dal trattato, ma ha offerto il pretesto per costruire nuovi muri e per respingere. Proprio la Francia, con i suoi gendarmi schierati a Ventimiglia, offrì il poco nobile spettacolo di un dolente bivacco d'immigrati sugli scogli. L'invasione di profughi è un fenomeno permanente con cui l'Europa dovrà fare sempre più i conti.

Tutta insieme, anziché in ordine sparso, come sta avvenendo ora, lasciando soli i Paesi più esposti. Il dispositivo di ricollocamento è rimasto sulla carta. È di ieri, la valutazione della Commissione europea sui flussi migratori: tre milioni entro il 2017, sempre che le aree di conflitto non si estendano ancora di più. Schengen non è solo un trattato. È un progetto alla base della costruzione europea. Va maneggiato con cura. Non è il problema, come si sente dire, ma la soluzione. Non va sospeso, ma rafforzato perché funzioni meglio.

di Massimo Nava

giovedì 29 ottobre 2015

Europa - Rifugiati: nuove barriere crescono, anche all’interno di Schengen

Il Manifesto
Unione europea. L'Austria alza una barriera al confine con la Slovenia, Lubiana "costretta ad adottare misure per fermare il flusso di migranti" se non verrà rispettato l'accordo del summit con i Balcani. Poco per volta, la Ue si barrica, non solo più alle frontiere esterne, ma ormai anche nello spazio Schengen



Nuove bar­riere cre­scono, poco per volta l’Europa si bar­rica non solo più alle fron­tiere esterne, ma per­sino al suo interno, nello spa­zio Schen­gen. L’Austria ha pre­ci­sato ieri le “misure strut­tu­rali” evo­cate la vigi­lia dalla mini­stra degli Interni, Johanna Mikl-Leitner: dovrebbe venire costruita una dop­pia bar­riera alla fron­tiera con la Slo­ve­nia, paese dell’Unione. 

Si tratta di assi­cu­rare un ingresso ordi­nato e con­trol­lato nel nostro paese – ha affer­mato Mikl-Leitner – non di chiu­dere la fron­tiera”, per “adot­tare tutte le pre­cau­zioni” di fronte a dei migranti con­si­de­rati “più impa­zienti, aggres­sivi e emo­tivi” negli ultimi tempi. La scorsa set­ti­mana, Mikl-Leitner aveva evo­cato la neces­sità di un’ “Europa for­tezza”. Il primo mini­stro, il social-democratico Wer­ner Fay­mann, ha pre­ci­sato che non ci saranno fili spi­nati, come in Unghe­ria, ma che la bar­riera si limi­terà ad essere una “porta con parti late­rali” chiuse. 
Non cre­diamo che il pro­blema attuale dei rifu­giati, che riguarda tutta l’Europa, possa venir risolto con la costru­zione di bar­riere e di muri”, ha rea­gito il por­ta­voce di Angela Mer­kel. 

Ma di fronte alla scelta austriaca, anche la Slo­ve­nia si pre­para ad alzare bar­riere al con­fine con la Croa­zia. Il paese è in affanno, dal 17 otto­bre circa 90mila rifu­giati hanno tran­si­tato per la nuova rotta dei Bal­cani, che passa per la Slo­ve­nia (dopo la chiu­sura dell’Ungheria). “Se gli accordi di dome­nica”, al mini-vertice di Bru­xel­les con i Bal­cani, “non ver­ranno rispet­tati, la Slo­ve­nia sarà costretta a adot­tare nuove misure per fer­mare il flusso di migranti”, ha affer­mato il primo mini­stro slo­veno Miro Cerar. E ha aggiunto: “se neces­sa­rio siamo pronti a costruire una bar­riera anche subito”. In Ger­ma­nia, l’accoglienza si raf­fredda. Il mini­stro degli Interni, Tho­mas de Mai­zière, ieri ha accu­sato l’Austria di man­dare migranti verso il con­fine tede­sco “nelle ore not­turne”, in modo che entrino in Ger­ma­nia senza essere notati. 
In Ger­ma­nia, le scelte di Angela Mer­kel sono sem­pre più cri­ti­cate e nel suo par­tito cre­scono ambi­zioni che fanno leva su un’inversione di ten­denza dell’accoglienza (anche il mini­stro delle finanze, Wol­fgang Schäu­ble, che nel pas­sato è stato agli Interni, sem­bra stia scal­dando i motori).
La lunga mar­cia verso l’Europa-fortezza era ini­ziata in Spa­gna nel ‘93, nelle enclave nor­da­fri­cane di Ceuta e Melilla, oggi ormai pro­tette da un tri­plice muro di metallo. Ha fatto seguito la Gre­cia nel 2012, con la prima bar­riera al con­fine turco. Poi l’anno scorso la Bul­ga­ria ha alzato uno sbar­ra­mento di 160 km, in parte finan­ziato dalla Ue. L’Ungheria fa figura di “modello” con i due muri innal­zati, prima al con­fine con la Ser­bia poi con la Croa­zia. 
Con una scelta con­tra­ria a que­sto pro­cesso di chiu­sura, ieri l’Europarlamento ha votato a favore di 1,16 miliardi di euro aggiun­tivi nel bilan­cio Ue 2016 a favore di misure per i rifu­giati, con­tro la posi­zione del Con­si­glio (che rap­pre­senta gli stati, ma sul bilan­cio Ue c’è la co-decisione).

Un’inchiesta dell’istituto Ifop, rea­liz­zata in sette paesi euro­pei, rileva che i cit­ta­dini euro­pei hanno sguardi dif­fe­renti sulla crisi dei rifu­giati, ma al di là delle diver­genze nazio­nali per­mane comun­que all’interno di ogni paese una divi­sione tra elet­to­rato di destra e di sini­stra. In media gene­rale, la Fran­cia e la Gran Bre­ta­gna, che sono tra i paesi meno toc­cati dalle ultime ondate di arrivi, sono i più reti­centi (per 46% di fran­cesi e bri­tan­nici non è un dovere acco­gliere, opi­nione con­di­visa solo dal 21% dei tede­schi e dal 32% degli ita­liani). Fran­cia e Ger­ma­nia, seguiti dall’Olanda, si oppon­gono in mag­gio­ranza (rispet­ti­va­mente solo 46% e 44% di favo­re­voli) alla ripar­ti­zione dei rifu­giati, pro­po­sta dalla Com­mis­sione con il pro­gramma che riguarda per il momento 160mila persone. 

La mag­gior parte dei paesi, Ita­lia com­presa, riten­gono di non avere i mezzi neces­sari per far fronte all’arrivo dei rifu­giati (men­tre per il 55% dei tede­schi sono “un’opportunità” per l’economia). Fran­cia e Gran Bre­ta­gna sono anche in testa nello scet­ti­ci­smo verso l’aiuto allo svi­luppo per evi­tare gli arrivi, ini­zia­tiva con­si­de­rata effi­cace invece dal 55% dei tede­schi, men­tre danno la pre­fe­renza al raf­for­za­mento dei con­trolli alle fron­tiere e, soprat­tutto in Fran­cia (29%), all’intervento mili­tare in Siria.

Anna Maria Merlo