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giovedì 3 novembre 2016

Iraq: torna in vita la chiesa di Qaraqosh profanata dall'Isis. Domenica 30 ottobre la prima messa

Famiglia Cristiana
Domenica 30 ottobre e martedì 2 novembre, le prime Messe a Qaraqosh, non lontano da Mosul, nella cattedrale devastata dallo "Stato islamico"



Lo spesso strato di fuliggine che copre i muri della chiesa non basta a nascondere la scritta “Stato islamico” dipinta a mano libera. Alcune piastrelle si sono sbriciolate sotto l’ effetto del calore, i banchi sono stati rovesciati e parti del tetto sono crollate, ma la cattedrale dell’ Immacolata Concezione svetta sempre con fierezza nel centro di Qaraqosh. 

Dopo oltre due anni di occupazione dei jihadisti dello Stato islamico, per la prima volta risuonano degli inni sacri in aramaico nella più importante città cristiana dell’ Iraq. Lo racconta l'agenzia di stampa cattolica Asianews che traduce e rilancia un dettagliato quanto coinvolgente reportage del quotidiano libanese L’ Orient-LeJour. E l'agenzia di stampa Reuters documenta - in un articolato servizio fotografico - le celebrazioni di domenica 30 ottobre e di martedì 2 novembre. Ad Asianews monsignor Petros Mouché, arcivescovo siro-cattolico di Mosul, di Kirkuk e di tutto il Kurdistan, sottolinea che «questa chiesa è un simbolo per noi. Ve lo dico in modo chiaro: se non l’ avessimo ritrovata come è ora, se fosse stata davvero distrutta, la gente di Qaraqosh non avrebbe voluto rientrare». 


Accompagnato da quattro sacerdoti, l’ arcivescovo è tornato a Qaraqosh il 30 ottobre per la prima Messa dalla caduta della città e dalla fuga dei suoi abitanti. E nella sua predica ha fatto un riferimento diretto a coloro i quali hanno bruciato la città dove è nato 73 anni fa. «Ci siamo riuniti qui oggi per pulire questa città da tutte le tracce dello Stato islamico, dell’ odio di cui tutti noi siamo stati vittime» ha aggiunto il prelato. «Non esistono grandi uomini e piccoli uomini, non vi sono re e schiavi. Questa mentalità deve scomparire», ha proseguito, posando gli occhi blu su ciascun elemento del suo pubblico formato da un manipolo di soldati delle milizie cristiane e di responsabili politici. 

Il profumo dell’ incenso si è mescolato presto con l’ odore di cenere, mentre lo scricchiolio dei piedi sui pezzi di legno bruciato risuonava nella navata. Brulicante di soldati ma svuotata dei suoi abitanti, la città liberata da circa una settimana porta le cicatrici di diversi giorni di feroci combattimenti. Auto carbonizzate fino alle lamiere riposano su cumuli di macerie, di fronte a facciate di case crivellate da colpi di proiettile e annerite dalle fiamme. 

Di tanto in tanto risuonano ancora alcuni spari e il rombo degli aerei della coalizione non è mai lontano. Padre Majeed Hazem, larghe spalle avvolte in un lungo abito nero, s'è detto certo che questa prima Messa ha segnato «un nuovo inizio e ha mostrato al mondo la resistenza dei cristiani, malgrado le ingiustizie subite». Sotto una delle arcate del cortile all’ esterno della cattedrale, centinaia di cespugli ricoprono il terreno. All’ altra estremità, manichini sfigurati si reggono a malapena in piedi: l’ androne era utilizzato dai jihadisti come poligono di tiro. «Non rispettano nulla», brontola Imad Michael che, a 71 anni, è entrato nei ranghi delle Unità di protezione della piana di Ninive, una milizia cristiana che funge da avamposto di polizia nella città fantasma. “In verità, non sono musulmani ma sono degli infedeli” afferma Imad Michael sollevando il suo Kalashnikov verso il cielo. 

Quarant’ anni in meno di lui, il giovane Michael Jelal, con la sua arma d’ assalto sulla spalla e la fatica negli occhi, ora spera in un rapido ritorno degli abitanti. «Prima avevo molti amici - sottolinea con tristezza il ventunenne miliziano - ma sono partiti tutti e si sono trasferiti all’ estero». «Molte organizzazioni umanitarie - aggiunge padre Michel, appoggiandosi su un palo della luce tutto storto - sono venute a trovarci e ci hanno proposto di trasferirci in Libano, in Australia o in Canada, ma ho rifiutato. Noi vogliamo che le nostre famiglie tornino qui, noi vogliamo anche che tornino pure quelli che sono partiti per l’ estero». Sarà prima necessario che le forze di sicurezza ripuliscano la città dalle mine antiuomo che lo Stato islamico ha disseminato lungo il terreno. Una vicina chiesa, dove sono stati ammucchiate pile di tubi metallici e di sacchi di nitrato di potassio, era usata come officina di produzione degli ordigni rudimentali. «Nel profondo del loro cuore, le persone desiderano rientrare ma vogliono prima di tutto che siano ricostruire le infrastrutture», ha spiegato monsignor Mouché, prima di riprendere la strada in direzione della città di Erbil, dove vive ancora oggi in esilio. «E prima di ricostruire le infrastrutture - ha aggiunto - la zona deve essere messa in sicurezza. Sappiamo benissimo che la città è disseminata di mine». La strada che conduce a Qaraqosh è ancora oggi assolutamente vietata per i civili, malgrado le proteste di alcuni abitanti che speravano già di poter fare rientro a casa.

venerdì 7 novembre 2014

Iraq: Chiesa caldea di Erbil censisce i rifugiati cristiani. 10.353 famiglie da Qaraqosh, 1.154 da Mosul

Radio Vaticana
Sono più di 10mila i nuclei familiari cristiani fuggiti da Mosul e dalle città della Piana di Ninive che hanno trovato rifugio nei sobborghi di Erbil e in altre località del Kurdistan iracheno. 

Campo profughi di Erbil
Alcuni dati statistici su questa parte dei profughi cacciati dalle loro case dall'avanzata dei jiahadisti del sedicente Stato Islamico (Is) sono stati raccolti nel mese di ottobre dalla diocesi caldea di Erbil per predisporre la distribuzione di una “Family Card” riservata ai nuclei familiari di rifugiati.

Grazie al lavoro gratuito di decine di giovani volontari, i dati delle famiglie dei profughi sono stati inseriti in un database che consente di avere sempre a disposizione i recapiti telefonici dei rifugiati, monitorare e aggiornare la loro distribuzione nelle diverse zone, calibrare la distribuzione degli aiuti in base alle diverse esigenze.

Dai dati raccolti, diffusi sul sito ankawa.com, risulta che ben 6.377 delle 10.353 famiglie censite provengono dalla zona di Qaraqosh - l'area a stragrande maggioranza cristiana da cui tutti gli abitanti fuggirono precipitosamente nella notte tra il 5 e il 6 agosto – mentre 1.154 vivevano a Mosul. La gran parte degli sfollati – 7.850 famiglie – hanno trovato rifugio nell'area di Ankawa, sobborgo a maggioranza cristiana di Erbil. Tra i profughi, gli studenti delle scuole medie e superiori e gli studenti universitari circa 10mila, e i bambini sono quasi 8mila.

Nella giornata di ieri, durante una sua breve trasferta ad Ankawa, il patriarca di Babilonia dei caldei, Louis Raphael I, e l'arcivescovo Giorgio Lingua, nunzio apostolico in Iraq e Giordania, hanno visitato anche un'area di accoglienza dei rifugiati e le sedi di alcune istituzioni sanitarie e sociali coinvolte nell'opera di assistenza ai profughi. (R.P.)