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martedì 28 giugno 2016

Egitto - Divieto di espatrio per Mozn Hassan attivista femminista

ANSAmed
Il Cairo- Divieto di espatrio per una nota attivista egiziana. Le autorità del Cairo hanno vietato a Mozn Hassan, direttrice della ong 'Nazra', di lasciare il Paese per partecipare ad un convegno sui diritti umani in Libano, in quanto è indagata in un procedimento sui finanziamenti alle ong.

Mozn Hassan, direttrice della ong 'Nazra'
Nazra è sospettata di avere ricevuto fondi illegali dall'estero. L'organizzazione - che si occupa di problematiche legate al mondo delle donne e al femminismo - ha condannato la decisione presa contro la propria direttrice precisando che ciò "rientra nel giro di vite contro le organizzazioni della società civile adottato dal governo egiziano già tempo fa e che si è intensificato negli ultimi mesi". Lo scorso marzo un giudice ha deciso di riaprire il dossier sui presunti finanziamenti dall'estero ricevuti da alcune ong tra cui Nazra, convocando la stessa Hassan in aula.

La prima inchiesta contro le ong venne aperta in Egitto nel 2011, scatenando non poche critiche anche da parte delle Nazioni Unite.

lunedì 28 marzo 2016

Egitto - Repressione senza precedenti contro i difensori dei diritti umani

Corriere della Sera - Blog
Domani, martedì 29 marzo, Mozn Hassan, la fondatrice del Centro Nazra per gli studi sul femminismo, dovrà comparire di fronte a un giudice del Cairo nell’ambito di un’inchiesta che va avanti da cinque anni sul finanziamento e il riconoscimento ufficiale delle organizzazioni indipendenti egiziane per i diritti umani.
Mozn Hassan
L’inchiesta, avviata nel luglio 2011, mira a mettere il bavaglio alle organizzazioni non governative (Ong), sempre più viste come nemiche dallo stato egiziano. Finora, ha portato nel giugno 2013 alla condanna di 43 operatori locali o stranieri a pene da uno a cinque anni di carcere (in alcuni casi emesse in contumacia, in altri sospese) e alla chiusura di cinque Ong internazionali: l’Istituto nazionale democratico, Freedom House, il Centro internazionale per i giornalisti e la Fondazione Konrad Adenauer.

Sulla base della legge egiziana, i difensori dei diritti umani che agiscono senza che la loro attività sia stata riconosciuta dallo stato o che ricevono fondi dall’estero possono essere incriminati e, per questo secondo reato, a seguito di un emendamento proposto nel settembre 2014 dal presidente al-Sisi, possono essere condannati all’ergastolo (commutato automaticamente in 25 anni di carcere).

Il caso di Mozn Hassan, la cui organizzazione è stata peraltro riconosciuta nel 2007, non è per niente isolato.

Il 17 febbraio il ministero della Sanità ha disposto la chiusura del Centro Nadeem per la riabilitazione delle vittime della violenza e della tortura, sostenendo che lavorasse senza autorizzazione (concessa invece nel 1993).

A febbraio un tribunale ha imposto il divieto di espatrio a Hossan Bahgat (giornalista, collaboratore del portale Mada Masr e fondatore dell’Iniziativa egiziana per i diritti della persona) e a Gamal Eid (direttore della Rete araba per l’informazione sui diritti umani). I due difensori dei diritti umani rischiano anche il congelamento dei loro conti bancari.

Nelle ultime settimane, il medesimo divieto di espatrio è stato imposto anche nei confronti di altri 10 difensori dei diritti umani, tra i quali Mohamed Lotfy, direttore della Commissione egiziana per i diritti e le libertà, e quattro impiegati dell’Accademica democratica egiziana (riconosciuta dal 2015).

Il 3 marzo è stato interrogato l’avvocato Negad al-Borei, direttore del Gruppo Unito, uno studio legale che si occupa di casi di tortura. Ad al-Borei è stato tra l’altro rinfacciato di aver fatto “pressioni” sul presidente egiziano perché venisse adottata una legge contro la tortura, ed è noto quanto di un provvedimento del genere ce ne sarebbe bisogno!

Tra il 13 e il 15 marzo è stata la volta di tre impiegate del Centro Nazra per gli studi femministi, due impiegati dell’Istituto di studi sui diritti umani e un impiegato del Gruppo Unito.

Chiudendo le Ong e minacciando i loro attivisti col carcere, l’Egitto sta raggiungendo un obiettivo palese: evitare ogni forma di monitoraggio indipendente, impedendo che si facciano ricerche e studi sulla situazione dei diritti umani. Sarà così ancora più facile depistare, insabbiare, presentare fantasiose e offensive “verità” e garantire l’impunità nei tanto frequenti casi di sparizione, tortura e omicidio.

di Riccardo Noury