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domenica 12 febbraio 2023

Jihadismo in Africa, emarginazione e povertà cause decisive che spingono i giovani a unirsi a gruppi terroristici

La Repubblica
Uno studio dell’Undp, il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, riportato da Nigrizia, individua difficoltà economiche e impossibilità di inserimento in contesti lavorativi come cause che spingono i giovani ad unirsi ai gruppi jihadisti armati.


Che hanno contato su un aumento del 92% di nuove reclute nel 2021. Insomma, nel caso ancora persistesse la convinzione che il fattore principale dell’adesione a gruppi terroristici sia la religione e il fondamentalismo religioso, questa analisi delle Nazioni Unite mostra invece come siano soprattutto altri fattori a determinare il coinvolgimento, soprattutto dei giovani, in gruppi armati. Parliamo di Viaggio nell’estremismo in Africa, un lavoro cominciato nel 2017 e che nella nuova e aggiornata edizione appena pubblicata mostra le reali motivazioni che spingono i giovani subsahariani a scegliere la strada della violenza.

L’emarginazione produce radicalismo islamico. L’estremismo violento nell’Africa subsahariana ha raggiunto punte record, tanto che l’area è ormai considerata l’epicentro del radicalismo islamista violento con quasi la metà delle morti per terrorismo a livello mondiale (48%) registrate nel 2021. Ma il fattore trainante non è, come dicevamo, la convinzione religiosa. Solo il 17% ha infatti identificato la religione come fattore chiave - una diminuzione del 57% rispetto ai risultati del 2017 -, e solo il 6% ha indicato l’influenza degli capi religiosi. Il pull factor è piuttosto l’emarginazione sociale e la difficoltà (se non l’impossibilità) di inserirsi in un contesto lavorativo. Difficoltà economiche (personali e del paese in cui si vive), marginalità sociale, situazioni familiari di degrado e mancanza di attenzione, sono i motivi che non lascerebbero a molti giovani alcuna speranza.

Mancanza di reddito e opportunità di lavoro. E sono tutti motivi che li rendono possibili vittime di reclutamento dei gruppi armati. E se dal rapporto risulta che ci sia stata una diminuzione del 57% nel numero di persone che si uniscono a gruppi estremisti per motivi religiosi, nel contempo si è registrato un aumento del 92% delle nuove reclute attirate dalla garanzia di un guadagno e migliori mezzi di sussistenza. Tutto questo sarebbe peggiorato nel periodo della pandemia e delle misure di isolamento, dal picco dell’inflazione che ha colpito praticamente in tutti i paesi subsahariani, ma anche dagli effetti e dalle crisi provocate dal cambiamento climatico. La mancanza di reddito, di opportunità di lavoro e mezzi di sussistenza, portano alla disperazione ed è questa - ha affermato Achim Steiner dell’Undp, “che sta essenzialmente spingendo le persone a cogliere qualsiasi opportunità, chiunque sia ad offrirle”.

L’indagine in otto Paesi africani. Secondo il rapporto - che si basa su interviste a 2.200 persone in Burkina Faso, Camerun, Ciad, Mali, Niger, Nigeria, Somalia e Sudan - circa il 25% dei giovani che hanno risposto alla chiamata di gruppi jihadisti ha citato la mancanza di opportunità di lavoro come motivo principale, mentre circa il 40% ha affermato di avere “urgente bisogno di mezzi di sussistenza”. Insomma un mix tossico di povertà, indigenza, mancanza di lavoro e di prospettive future. Gli intervistati provengono da vari gruppi armati che operano in tutto il continente. Tra questi Boko Haram in Nigeria, al-Shabaab in Somalia e, ancora in Africa occidentale, Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani (Gsim), alleato del gruppo Stato islamico.

Le campagne militari sono state un fallimento. Nelle pagine del report si legge che dal 2017 sono stati documentati almeno 4.155 attacchi in tutta l’Africa. Attacchi che hanno provocato 18.417 morti. In Somalia il maggior numero delle vittime. Pochi, infatti, i progressi in questo paese nonostante le campagne militari e quella che il governo somalo sta attualmente portando avanti contro al-Shabaab che domina la regione da più di un decennio. Il fatto è che le campagne antiterrorismo, spesso con l’aiuto e la partecipazione di militari stranieri o di operazioni di paesi europei e supportati dall’Onu, non hanno sortito grandi effetti, ma anzi hanno esasperato la situazione e aumentato i sentimenti anti-occidentali.

Gli effetti dannosi dei militari stranieri. Ci sono da considerare, ad esempio, le operazioni a guida francese Barkhane e Takuba, in Mali. Dopo anni le truppe sono state costrette al ritiro lasciando la situazione sul campo più critica di quanto fosse al loro arrivo. L’ondata di estremismo in Africa ovviamente non ha solo un impatto negativo sulla vita, sulla sicurezza e sulla pace, ma minaccia anche di invertire e vanificare i successi e lo sviluppo conquistati a fatica in questi anni. Continuare ad impegnare le forze militari non si è dimostrata, dunque, la risposta migliore. Anzi, tale approccio finisce per esacerbare le situazioni e a farne le spese sono soprattutto i civili. Le operazioni antiterrorismo - si sottolinea - oltre ad essere costose risultano poco efficaci e, nella maggior parte dei casi, controproducenti.

L’ovvio sarebbe ricreare relazioni di fiducia Stato-cittadini. Azioni ovvie sarebbero quelle di ricreare una relazione di fiducia tra lo Stato e i cittadini e, soprattutto, creare condizioni sociali che diano ai giovani opportunità di esprimersi e di emergere. Oltretutto, dal rapporto emerge anche che circa il 71% di coloro che si sono uniti a gruppi estremisti - a volte convincendo anche le loro donne a farlo - sono stati influenzati e hanno personalmente vissuto violazioni dei diritti umani da parte delle forze di sicurezza statali, come l’uccisione o l’arresto di membri della famiglia.

Come emerge la brutalità dei gruppi. Violazioni e violenze a cui hanno assistito e che poi hanno a loro volta messo in pratica. Emerge così, che la brutalità dei gruppi estremisti non è altro che l’altra immagine di un sistema che alla giustizia antepone la forza e che vuole combattere la rabbia e la frustrazione di questi giovani con il pungo di ferro, ma senza venire a capo delle ragioni che stanno seminando tanta insicurezza nei paesi subsahariani. Infine, un aspetto su cui si concentra il report è la necessità di mettere in atto ogni tipo di azione - soprattutto intervenendo attraverso le comunità locali - per portare fuori questi ragazzi dai gruppi a cui hanno aderito dando loro fiducia, opportunità, percorsi sostenibili di crescita e di lavoro. Pare, infatti, che la maggior parte dei ragazzi che rinnega la partecipazione a questi gruppi non vi faccia più ritorno.

Antonella Sinopoli - Nigrizia

sabato 11 febbraio 2023

Mary Lawlor (Onu): l’Italia criminalizza i difensori dei diritti umani impegnati in missioni di salvataggio in mare

Greenport.it
Le nuove norme italiane sulle ONG sono incompatibili con gli obblighi dell'Italia derivanti dal diritto internazionale e devono essere abrogate


Mary Lawlor, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei difensori dei diritti umani, professoressa di affari e diritti umani al Trinity College di Dublino. fondatrice di Front Line Defenders, ed ex direttrice e presidente dell’ufficio irlandese di Amnesty International, ha condannato «La criminalizzazione e la repressione dei difensori dei diritti umani coinvolti in ONG per il salvataggio in mare in Italia».

In una dichiarazione sostenuta anche da Felipe González Morales, relatore speciale sui diritti umani dei migranti dell’Onu e professore di Diritto internazionale all’Universidad Diego Portales di Santiago del Cile, la Lawlor denuncia che «I procedimenti in corso contro i difensori dei diritti umani delle ONG di ricerca e soccorso sono una macchia che oscura l’Italia e l’impegno dell’Ue per i diritti umani».

La relatrice speciale dell’Onu ha ricordato che «Nel maggio 2022 presso il Tribunale di Trapani è stato aperto un procedimento penale preliminare contro 21 persone – tra cui quattro membri del team di ricerca e soccorso della Iuventa , e difensori dei diritti umani di altre imbarcazioni civili – per presunta collaborazione con trafficanti di esseri umani. Sono accusati di favoreggiamento dell’immigrazione illegale in relazione a diverse missioni di salvataggio condotte nel 2016 e nel 2017. Prima del suo sequestro nel 2017, la nave Iuventa era stata coinvolta nel salvataggio di 14.000 persone in pericolo in mare. Sono stati criminalizzati per il loro lavoro sui diritti umani. Salvare vite non è un crimine e la solidarietà non è contrabbando».

Secondo la Lawlor, «Il procedimento è stato afflitto da violazioni procedurali, tra cui la mancata fornitura di un’adeguata traduzione con interpreti per gli imputati non italiani e la mancata traduzione di documenti chiave».

Il 19 gennaio, la Presidenza del Consiglio dei ministri e il ministero dell’interno italiani hanno presentato istanza di costituzione di parte civile in giudizio, chiedendo il risarcimento dei danni che si asseriscono cagionati dai presunti reati ma la Lawlor fa notare che «Gli Stati che rispettano i diritti umani promuovono il lavoro dei difensori dei diritti umani. La decisione del governo di cercare di unirsi al caso va direttamente contro questo principio: è un segnale molto inquietante».

Nella dichiarazione, la relatrice speciale irlandese dell’Onu sottolinea che «Il procedimento contro l’equipaggio della Iuventa è proseguito sullo sfondo delle nuove restrizioni imposte dalle autorità italiane alla ricerca e al soccorso dei civili. Dal dicembre 2022, le navi delle ONG sono state costantemente istruite a sbarcare le persone soccorse nei porti dell’Italia settentrionale e centrale, a diversi giorni di distanza dai siti di soccorso nel Mar Mediterraneo centrale. La pratica è stata accompagnata da nuove norme per la ricerca e soccorso civile introdotte dal decreto legislativo 2 gennaio 2023. In base alle nuove regole, ai capitani delle ONG è di fatto impedito di effettuare più soccorsi nel corso di una missione e devono navigare verso il porto indicato di sbarco senza indugio, pena pesanti sanzioni».

La Lawlor conclude: «La nuova legislazione e le istruzioni sui porti di sbarco stanno ostacolando le attività essenziali delle navi di soccorso civile. Stanno ampliando il gap di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo centrale, mettendo a ulteriore rischio vite e diritti. La norma è incompatibile con gli obblighi dell’Italia derivanti dal diritto internazionale e deve essere abrogata».

La relatrice speciale dell’Onu si è impegnata ad esprimere le sue preoccupazioni alle autorità italiane.

domenica 6 novembre 2022

Humanity 1 e Geo Barens nel porto di Catania. Il Governo esegue una vergognosa "selezione": donne, bambini e fragili si salvano ma gli uomini "forti" devono tornare in mare.

Il Post
Sono a bordo di due navi, da cui il governo vuole far scendere solo donne, bambini e persone fragili, in violazione della legge internazionale.
Migranti a bordo della Humanity 1 (ANSA/MAX CAVALLARI-SOS HUMANITY)
Nel porto di Catania, in Sicilia, ci sono due navi gestite da ong con a bordo molti migranti soccorsi nei giorni scorsi nel Mediterraneo: sono la Humanity 1 di SOS Humanity e la Geo Barents di Medici Senza Frontiere. In entrambi i casi il governo italiano pretende che sbarchino soltanto le donne, i bambini e le persone fragili, in chiara violazione della legge internazionale. Contro la decisione del governo, la ong SOS Humanity ha annunciato che farà ricorso al TAR del Lazio.


Dalla prima nave gran parte dei 179 migranti sono stati fatti scendere tra sabato sera e domenica, ma ne sono rimasti a bordo ancora 35, maschi adulti che il governo italiano non vuole autorizzare a far sbarcare: il capitano della nave, il tedesco Joachim Ebeling, ha detto che nella mattina di domenica ha ricevuto la richiesta di lasciare il porto di Catania e di essersi rifiutato: «Sarebbe contro le leggi andare via con i sopravvissuti, come mi ha spiegato il mio legale. I naufraghi rimasti a bordo sono in uno stato depressivo e di apatia, siamo profondamente preoccupati per la loro salute mentale. È difficile riuscire a spiegargli quello che sta succedendo ed è qualcosa che io stesso non riesco a capire perché è contro le leggi», ha spiegato.

Una situazione analoga si sta verificando sulla Geo Barents, che è attraccata nel porto di Catania domenica mattina: a bordo ci sono 572 migranti, e i primi sbarchi sono iniziati nel tardo pomeriggio di domenica. Le operazioni sono ancora in corso e non è chiaro quanti migranti verranno fatti scendere. Ma, come nel caso della Humanity 1, è certo che a bordo rimarranno i maschi adulti considerati in buona salute.

In entrambi i casi lo sbarco parziale è dovuto a un decreto interministeriale firmato venerdì sera secondo cui, una volta entrate in acque italiane, le navi delle ong devono sottoporsi a un’ispezione delle forze dell’ordine italiane, per decidere quali persone hanno i requisiti per scendere e quali no. Al termine dell’ispezione e finite le operazioni di soccorso di donne, bambini e persone fragili, le navi delle ong devono lasciare le acque italiane, secondo il governo.

Venerdì il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi aveva spiegato il decreto dando un’interpretazione molto creativa delle norme sul diritto d’asilo. Secondo Piantedosi le navi che battono bandiera di un certo stato devono essere trattate «come un’isola» di quello stato, implicando che quindi il governo dello stato in questione dovrebbe farsi carico delle richieste d’asilo che avvengono a bordo (nel caso della Humanity 1 e della Geo Barents, rispettivamente il governo norvegese e tedesco).

La decisione del governo è stata però criticata da molti, che ritengono sia un’evidente violazione delle leggi internazionali, e in particolare della  cosiddetta convenzione di Amburgo del 1979, che prevedono che gli sbarchi debbano avvenire nel primo “porto sicuro” sia per prossimità geografica a dove è avvenuto il salvataggio sia dal punto di vista del rispetto dei diritti umani.

Nel frattempo ci sono altre due navi di ong al largo della Sicilia in attesa di sapere se possono attraccare e far scendere le centinaia di migranti che hanno soccorso: sono la Ocean Viking, con 234 migranti, e la Rise Above, che ne ha a bordo 90.

venerdì 4 novembre 2022

Papa Francesco in Bahrein: difesa della libertà religiosa, diritti umani e contro la pena di morte

LaPresse - CorriereTv
Così Papa Francesco giunto in Bahrein per il suo 39mo viaggio apostolico internazionale nel corso del suo discorso ufficiale di fronte alle autorità del luogo. 
"Penso al diritto alla vita, alla necessità garantirla sempre, anche nei riguardi di chi viene punito, la cui esistenza non può essere eliminata."

«Esprimo apprezzamento per le conferenze internazionali e per le opportunità d’incontro che questo Regno organizza e favorisce, mettendo specialmente a tema il rispetto, la tolleranza e la libertà religiosa». 



Sono temi «essenziali» ma anche «impegni da tradurre costantemente in pratica, perché la libertà religiosa diventi piena e non si limiti alla libertà di culto; perché uguale dignità e pari opportunità siano concretamente riconosciute ad ogni gruppo e ad ogni persona; perché non vi siano discriminazioni e i diritti umani fondamentali non vengano violati, ma promossi. Penso anzitutto al diritto alla vita, alla necessità di garantirlo sempre, anche nei riguardi di chi viene punito, la cui esistenza non può essere eliminata».


giovedì 27 ottobre 2022

Ciad, la polizia spara contro il popolo in rivolta: oltre 50 morti. Il paese è in crisi politica dal 2021

AFV
Sono oltre 50 le persone rimaste uccise durante le proteste esplose in Ciad a seguito della decisione della giunta militare di rimandare di due anni la transizione ad un governo civile. La polizia ha aperto il fuoco contro i manifestanti nelle due principali città del Paese. 

Il portavoce del governo ciadiano Aziz Mahamat Saleh ha affermato che 30 persone sono morte nella capitale, N’Djamena. Per gli organizzatori delle proteste i morti nella capitale sarebbero invece 40, oltre a diversi feriti. 

Altre 30 persone sarebbero invece rimaste uccise a Moundou, la seconda città del Ciad, stando a quanto riferito ai media, in condizione di anonimato, da un funzionario dell’obitorio cittadino. Sullo sfondo la lotta popolare contro un governo considerato corrotto e le proteste crescenti contro l’ingombrante presenza francese, accusata di neocolonialismo.

Il Ciad si trova in una crisi politica dall’aprile 2021, quando l’allora presidente Idriss Deby venne ucciso durante una visita alle truppe in prima linea che combattevano contro i ribelli

A seguito della morte del presidente, per colmare il vuoto di potere venutosi a creare, i vertici militari hanno deciso di nominare alla guida del consiglio di transizione (TMC), il figlio del presidente, il generale Mahamat Deby. 

Il TMC aveva il compito di traghettare il paese verso le elezioni entro 18 mesi termine che scadeva proprio giovedì 20 ottobre. Elezioni a cui il figlio di Deby aveva inizialmente annunciato non si sarebbe candidato. 

Tra i compiti del consiglio vi era inoltre quello di cercare di creare un dialogo tra le fazioni all’interno del paese, compreso il gruppo ribelle Front for Change and Concord in Chad (FACT). Falliti i tentavi di creare un dialogo, la giunta militare ha dichiarato lo scioglimento del TMC, annunciando però che le elezioni si sarebbero svolte dopo 24 mesi e che Mahamat Deby avrebbe potuto candidarsi. 

Questo ha fatto esplodere la rabbia dei cittadini e delle opposizioni, che sono scese in strada per protestare contro quello che ritengono un governo illegittimo. In risposta il governo ha dichiarato lo stato di emergenza nella capitale, N’Djamena, e in due città del sud – Moundou e Koumra – consentendo ai rispettivi governatori regionali di utilizzare “tutte le misure necessarie nel rispetto della legge” per sedare le proteste. 

La giunta ha inoltre bandito la coalizione della società civile Wakit Tama e ha annunciato una sospensione di tre mesi delle attività di sette partiti, tra cui il Transformers Party e il Socialist Party without Borders.

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mercoledì 26 ottobre 2022

Governo insediato, il ministero dell'Interno riprende a negare i porti alle due navi con centinaia di naufraghi, Humanity One e Ocean Viking delle Ong, Sea Watch e Sos Méditerranée

Rai News
Il passaggio nelle acque italiane per due navi impegnate a salvare vite nel Mediterraneo, è stato considerato “pregiudizievole per la pace, il buon ordine e la sicurezza dello Stato costiero” da parte del Viminale, ministro Matteo Piantedosi, con una direttiva che rispecchia quella analoga emanata dall'allora ministro dell'Interno, Matteo Salvini, nel marzo 2019.

Le due navi, di altrettante Ong, sono Humanity One e Ocean Viking e fanno riferimento, rispettivamente, alle ong Sea Watch e Sos Méditerranée. 


Humanity 1 è, in realtà, la Sea-Watch 4. Prima del suo impiego come nave di salvataggio, la Sea-Watch 4 era una nave di ricerca e si chiamava "Poseidon". Era di proprietà del Land dello Schleswig-Holstein e gestita dal Geomar Helmholtz Centre for Ocean Research Kiel. La nave è stata costruita nel 1976, è lunga oltre 60 metri e larga 11 metri. È stata acquistata all'asta nel 2020 da Sea-Watch e dalla coalizione di ong United4Rescue e battezzata con il nome di "Sea-Watch 4" nel febbraio del 2020. Batte bandiera tedesca.

"Dopo ampie misure di ristrutturazione - spiega la ong - rappresenta ora una delle navi di soccorso più grandi e meglio equipaggiate del Mediterraneo". Sulla nave sono presenti, tra le altre cose, un'area protetta per le donne e i bambini e un'infermeria.

La Sea-Watch 4, costata alla ong 1,3 milioni di euro, può ospitare e curare circa 300 profughi a bordo. In caso di gravi emergenze, tuttavia, può capitare che ce ne siano molte di più, per un breve periodo. Durante la missione, l'equipaggio è composto da 26 persone a bordo. Nelle ultime ore l'equipaggio della nave ha salvato 22 migranti che erano su un gommone in pericolo. Poche ore prima aveva soccorso 113 persone. Ora sono 180 le persone al sicuro sull'unità di Sos Humanity.

La Ocean Viking è registrata come nave cargo presso il Norwegian International Ship Registry (Nis), e batte perciò bandiera norvegese. Il vascello in passato era utilizzato come nave da supporto e soccorso per piattaforme offshore di petrolio e gas nel Mare del Nord. Costruita nel 1989, è lunga 69.3 e larga 15.5 metri. Il grande ponte, una volta vuoto, ospita ora un modulo-container. La nave adesso è equipaggiata per la ricerca e il soccorso con quattro High speed rescue boats (Rhibs), con una clinica per le consultazioni mediche, il triage e delle stanze per il recupero. La squadra di Sos mediterranee consiste di 13 persone ed è guidata da un Coordinatore della Ricerca e Soccorso (Search and Rescue Coordinator). Altre 9 persone fanno parte dell'equipaggio marittimo e sono dipendenti dell'armatore.

Dopo gli ultimi soccorsi, tra cui donne e diversi bambini, a bordo di Ocean Viking viaggiano in queste ore 146 migranti soccorsi al largo della Libia.

sabato 22 ottobre 2022

USA - Tennessee, Alabama, Louisiana, Oregon e Vermont - 5 Stati al voto per abolire i lavori forzati dei detenuti

Il Fatto Quotidiano
Tennessee, Alabama, Louisiana, Oregon e Vermont al voto per l’abolizione. La forza lavoro praticamente a costo zero delle prigioni produce circa 2 miliardi all’anno in beni, ed oltre 9 miliardi in servizi per la manutenzione delle stesse prigioni. Negli Usa i detenuti sono circa due milioni.

Oggi, nel 2022, sono ottocentomila i detenuti che negli Stati Uniti sono sottoposti ai lavori forzati. Una forma di schiavitù, perché in sette Stati i prigionieri-lavoratori non vengono pagati nulla, mentre a livello nazionale la paga media è di 52 centesimi all’ora, un guadagno già infinitamente minimo che viene ancora ridotto dalle ‘detrazioni’ compiute dalle amministrazioni carcerarie per tasse e spese. 

Ma le cose potrebbero cambiare in Tennessee, Alabama, Louisiana, Oregon e Vermont, che l’8 novembre votano - oltre che per il midterm - per abolire completamente ogni forma di schiavitù ancora ammessa dalla Costituzione.

Il 13esimo emendamento con cui è stata abolita nel 1865 la schiavitù infatti la riconosce ancora possibile come punizione per un crimine. E nell’America della più grande popolazione carceraria al mondo - oltre due milioni secondo i dati del 2021, con un numero sproporzionato di afroamericani - la forza lavoro praticamente a costo zero delle prigioni produce circa 2 miliardi all’anno in beni, ed oltre 9 miliardi in servizi per la manutenzione delle stesse prigioni, secondo i dati dell’Aclu.

I referendum presentati tendono ad eliminare nelle loro Costituzioni statali la formula che, sul modello del 13esimo emendamento, permette i lavori forzati. Finora solo tre stati - Colorado per primo nel 2018, seguito due anni dopo da Nebraska e Utah - hanno adottato legislazioni in questo senso. E secondo gli esperti i referendum del prossimo mese potrebbero essere “l’inizio di un’ondata, sospetto che da qui a dieci anni saremo inorriditi al pensiero che nel 2022 vi erano stati che permettevano questo cose”, come ha detto Sharon Dolovich, docente di diritto dell’University of California a Los Angeles.

“Dobbiamo prendere coscienza del fatto che lo stesso emendamento che ha liberato gli schiavi ha una clausola che ha permesso di renderli di nuovo schiavi - aggiunge Robert Chase, docente della Stony Brook University che dirige il gruppo Historians Against Slavery - permettendo che uomini e donne afroamericani siano rimessi in schiavitù incarcerandoli e vendendo il loro lavoro alle corporation private”. I detenuti che si rifiutano di lavorare a queste condizioni vengono puniti, messi in isolamento o perdono la possibilità di avere la pena ridotta per buona condotta, spiega ancora Chase.

Nel 2002 alla Corte Suprema è arrivato il caso di un detenuto dell’Alabama che era rimasto legato ad un palo sotto il sole per sette ore perché si rifiutava di lavorare alla ‘chain gang’, la fila di forzati, legati ad un’unica catena, che lavorano, nelle divise a righe, sui cigli delle strade, nei campi, sui binari delle ferrovie. Nel 2016 c’è stato anche il più grande sciopero delle prigioni d’America, con 24mila detenuti che si sono rifiutati di lavorare. Ed il mese scorso i detenuti dell’Alabama hanno scioperato ancora, paralizzando i servizi di pulizie del carcere.

La questione centrale infatti è che il sistema delle carceri si basa sul lavoro praticamente gratuito fornito dai detenuti: nei mesi scorsi in California non è stata accolta la misura che avrebbe abolito la servitù involontaria, costringendo l’amministrazione statale a pagare ai detenuti il salario minimo. “Stiamo facendo ricorso” annuncia Dolovich spiegando che pagare i detenuti sotto il salario minimo è sempre “una specie di schiavitù”.