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venerdì 25 novembre 2016

25 Novembre - Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne - Ricordiamo le spose bambine

Africa Rivista
Spose bambine, l’altra faccia della violenza sulle donne
Nel mondo, più di 700 milioni di donne e bambine si sono sposate prima di aver compiuto 18 anni. Più di una su 3, circa 250 milioni, si è sposata prima dei 15 anni; a livello globale circa la metà delle ragazze tra i 15 e i 19 anni tende a giustificare chi picchia la moglie o la partner in alcune circostanze come rifiutare un rapporto sessuale; uscire di casa senza permesso, litigare, trascurare i bambini o bruciare la cena.


Sono i dati forniti dall’Unicef (Agenzia Onu che si occupa di infanzia) sulla condizione femminile. Una tragedia, quella della violenza sulle donne (oggi si celebra la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne) che tocca da vicino anche il continente africano. 

La mente corre alle ragazze rapite da Boko Haram o usate come kamikaze in Nigeria, alle bambine fuggite dalla guerra nella Repubblica centrafricana, alle mamme e alle bambine costrette a fuggire dalle violenze della guerra in Sud Sudan, alle migliaia di ragazze eritree e somale costrette a subire violenza nel loro viaggio verso l’Europa. Ma anche alle migliaia di bambine costrette a sposarsi.

Sposarsi in età precoce comporta una serie di conseguenze negative per la salute e lo sviluppo. Al matrimonio precoce segue quasi inevitabilmente l’abbandono scolastico e una gravidanza altrettanto precoce, e dunque pericolosa sia per la neo-mamma che per il suo bambino. Le gravidanze precoci provocano ogni anno 70.000 morti fra le ragazze di età compresa tra 15 e 19 anni, e costituiscono una quota rilevante della mortalità materna complessiva. A sua volta, un bambino che nasce da una madre minorenne ha il 60% delle probabilità in più di morire in età neonatale, rispetto a un bambino che nasce da una donna di età superiore a 19 anni. E anche quando sopravvive, sono molto più alte le possibilità che debba soffrire di denutrizione e di ritardi cognitivi o fisici.

Le statistiche dicono quanto lavoro ci sia ancora da fare in questo settore. Un lavoro non solo di protezione delle donne che hanno subito violenza, ma anche culturale. «Questi dati parlano di una mentalità che tollera, perpetra e giustifica la violenza e dovrebbero far suonare un campanello d’allarme in ognuno di noi, ovunque – spiega Giacomo Guerrera il presidente dell’Unicef Italia –. I dati dimostrano quanto sia indispensabile garantire alle bambine e alle donne il diritto fondamentale a un’istruzione di qualità. 

Vorrei ricordare le parole di Malala, Premio Nobel per la pace: “Un bambino, un maestro, un quaderno e una penna possono cambiare il mondo. L’istruzione è l’unica soluzione. La scuola è un luogo reale di protezione dagli abusi, dallo sfruttamento, dai matrimoni e dalle gravidanze precoci, che mettono letteralmente a rischio la vita delle bambine e delle ragazze, soprattutto in alcuni Paesi del mondo in via di sviluppo dove le bambine e le donne sono ancora fortemente discriminate”».

mercoledì 12 febbraio 2014

Iraq: abusi su donne illegalmente detenute nella prigioni di stato.

Pour Femme
Ancora una volta è la violenza sulle donne a fare notizia. Dall’Iraq, infatti, arrivano spaventose storie di abusi su detenute. A denunciarlo è un rapporto dell’Organizzazione umanitaria Human Rights Watch: migliaia di donne irachene sarebbero detenute illegalmente nelle prigioni di stato. Non solo. Leggendo il documento, sembra che la loro permanenza in carcere possa proseguire per mesi e persino anni senza la presenza di un formale capo d’accusa. Le condanne, invece, sarebbero inflitte sulla base di confessioni estorte con la tortura e la minaccia di abusi sessuali. I ricatti violenti verrebbero proprio da parte delle forze di sicurezza. Una notizia che ha fatto in breve tempo il giro del mondo e ha destato subito grande clamore.

Gli abusi sulle donne in cifre
I numeri sono a dir poco sconvolgenti: oltre 4.500 le donne che sarebbero detenute in Iraq contro la legge. L’organizzazione umanitaria ha fotografato un sistema giudiziario in cui la corruzione sarebbe dilagante. Human Rights Watch ha intervistato 27 donne detenute, raccogliendo informazioni anche dai loro avvocati, dalle famiglie e dal personale incaricato di offrire servizi sanitari nelle carceri. Molte di queste hanno dichiarato di essere state picchiate, appese a testa in giù, costrette a subire l’elettroshock, minacciate di violenza sessuale o di averla subita dalle forze dell’ordine durante l’interrogatorio.

Contro la legge
In carcere, alle donne vittime di abusi e violenza psicologica, sarebbe stato negato il diritto ad avere un avvocato di fiducia, contravvenendo alla legge irachena. Gli abusi sessuali sulle donne si sarebbero verificati nell’ambito di interrogatori finalizzati ad appurare l’attività svolta dai loro parenti maschi, piuttosto che i reati imputabili a loro stesse. Poi, sarebbero state costrette a firmare dichiarazioni che non potevano leggere e che successivamente hanno disconosciuto in tribunale.

La reazione del governo
Come ha reagito il governo iracheno d fronte al documento? Non ha del tutto smentito il rapporto HRW. Ha dichiarato di essere al corrente degli episodi deprecabili di violenza sulle donne nelle carceri, ma ha voluto ridimensionare i toni. Il rapporto sarebbe “esagerato” perché le circostanze cui fa riferimento sono vicende di maltrattamenti circoscritte. Storie di violenza giungono ancora da tutte le parti del mondo, come quella orribile della 12enne indiana stuprata e bruciata viva. Si tratta di episodi cruenti che celebrazioni come la giornata mondiale contro la violenza sulle donne cercano di contrastare. Serve però un ulteriore, grande, sforzo collettivo perché a fare notizia, un giorno, possa essere l’assenza di queste storie tremende.

domenica 23 giugno 2013

La violenza sulle donne una violazione dei diritti umani


Estense.com
In questi giorni si é concluso l’iter parlamentare che ha portato al recepimento della Convenzione di Istanbul (11 maggio 2011), che riconosce la violenza sulle donne come una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione. Il persistere di concezioni conservatrici, luoghi comuni e pregiudizi ancor oggi inducono troppo spesso a minimizzare e giustificare certi comportamenti, rendendo comunque tortuosa l’approvazione. È un passaggio importante come segno di civiltà e assunzione di responsabilità del nostro Paese, proprio oggi in cui Istanbul, laddove il documento é stato ratificato, é teatro di manifestazioni tese all’affermazione della libertà individuale.
E questo non può lasciarci indifferenti, in Europa, in Italia, a Ferrara. La violenza, sia essa fisica o psicologica o lavorativa, costituisce una ferita per la Democrazia, perché lede quei principi  fondamentali su cui la stessa Democrazia si fonda: uguaglianza sociale, rispetto reciproco, valorizzazione delle altrui capacità. La violenza rivela insicurezza, paura, assenza di identità, che nella crisi economica e morale che stiamo vivendo trovano terreno fertile. E questo vale anche per le derive del femminicidio, seppure si verifica per lo più tra le mura domestiche o nell’ambito, comunque, delle relazioni affettive. Questo ancor più ci dice che da debellare sono un’educazione e una cultura per cui nell’amore c’é la legittimazione del possesso. No, nel possesso c’é la volontà precipua di sopprimere la soggettività altrui. Ogni volta che viene colpita una donna viene colpita la Democrazia e si colpisce la necessità di una nuova educazione civile, che deve partire dalla scuola e dalla famiglia, i veri contenitori sociali, per ‘entrare’ nel sangue dei giovanissimi, ragazzi e ragazze.
Con l’approvazione della Convenzione di Istanbul il Parlamento aprirà un percorso teso a stabilizzare una serie di interventi specifici e a riconoscere e suffragare l’impegno delle reti associative. Reti associative che sul territorio ferrarese, per fortuna, funzionano con il grande sostegno delle istituzioni. Oggi, come Senatrice della Repubblica, esprimo una doppia soddisfazione, perché in prima persona mi sono battuta per raggiungere questo risultato, e perché so che il territorio che rappresento, da sempre, su questi temi, rivela una non consueta sensibilità, e pone Ferrara in una situazione di vantaggio. L’impegno continua per dare sostanza alla Convenzione, recependo nel nostro Codice i principi in essa contenuti.
Maria Teresa Bertuzzi, senatrice Pd