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venerdì 6 ottobre 2017

Lotta alla povertà: appello di Acli, Ac, Caritas Italiana, Com. Sant’Egidio e Società di San Vincenzo de’ Paoli. “Incrementare le risorse per il Fondo”

SIR
“La povertà è ancora un dramma che sottrae diritti e futuro a una quota rilevante della popolazione nel nostro Paese. I segnali di ripresa economica, pure importanti, non devono fare dimenticare che in Italia vivono in povertà assoluta 4,75 milioni di persone, pari al 7,9% della popolazione”. È quanto scrivono Acli, Azione Cattolica italiana, Caritas Italiana, Comunità di Sant’Egidio e la Federazione nazionale Società di San Vincenzo de’ Paoli nell’appello “Per uscire davvero e tutti dalla crisi” in cui definiscono la lotta alla povertà una “priorità per il Paese”.
 


Secondo le associazioni, “l’introduzione – a partire dal prossimo dicembre – del Reddito d’inclusione (Rei) è una straordinaria innovazione strutturale”. “Va dato atto a Governo e Parlamento di avere conseguito un risultato importante”, commentano, aggiungendo che “la prossima Legge di bilancio può rappresentare un altro passaggio storico della lotta alla povertà nel nostro Paese, in quanto lo stanziamento attuale rende possibile includere solo 1,8 milioni di individui, cioè il 38% del totale della popolazione in povertà assoluta: pertanto, il 62% dei poveri ne rimarrà escluso. 

In particolare il 41% dei minori in povertà assoluta non sarà raggiunto dalla misura”. Le associazioni firmatarie chiedono a Governo e Parlamento, “a nome di quanti vivono condizioni di vulnerabilità e di coloro che sperimentano sul piano personale e comunitario forme di solidarietà e di impegno sociale, un impegno a incrementare, nel modo più ampio possibile, le risorse per il Fondo per la lotta alla povertà nella prossima Legge di bilancio”. 

Questo per “includere una quota più rilevante di famiglie, rispetto all’attuale previsione”, “avviare una politica per la famiglia nel nostro Paese, a partire da chi sta peggio” e per “sostenere la crescita, anche nei contesti territoriali ove la ripresa è meno incisiva”.

domenica 23 aprile 2017

Etiopia, Cei e Sant’Egidio al lavoro per il primo corridoio umanitario dall’Africa

InTerris
Secondo l'Unhcr, l’Etiopia oggi è il Paese che accoglie il maggior numero di rifugiati africani
La Caritas Italiana e la Comunità di Sant’Egidio, in questi giorni, è al lavoro ad Addis Abeba, per aprire il primo corridoio umanitario dall’Africa, secondo il protocollo siglato a Roma il 12 gennaio 2017. 


Il Protocollo di intesa con lo Stato italiano, promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana, che agisce proprio attraverso la Caritas Italiana e la Fondazione Migrantes, e dalla Comunità di Sant’Egidio, è finanziato con fondi della Cei provenienti dall’8×1000 e prevede il trasferimento dai campi etiopici di 500 profughi Eritrei, Somali e Sud sudanesi in due anni. Una missione congiunta per dare un futuro a quanti fuggono dalla propria casa a causa delle guerre, carestie e terrorismo che imperversa in Africa.
La generosità dell’Italia

L’Agenzia Fides riporta un comunicato della Conferenza Episcopale Italiana, secondo il quale il Vice-Ministro degli Esteri etiope, la signora Hirut Zemene, incontrando la delegazione italiana, ha sottolineato la generosità di questa “operazione umanitaria rivolta alle persone più vulnerabili”, ponendo l’accento sull’impegno dell’Italia e della sua “società civile verso i migranti”, in questo periodo particolarmente complesso. Grande soddisfazione è stata espressa poi dal Vescovo del luogo, il Metropolita di Addis Abeba e Presidente della Conferenza Episcopale di Etiopia ed Eritrea, Sua Eminenza il cardinal Berhaneyesus Souraphiel. Anche Caritas Etiopia si è detta contenta degli sforzi che la Cei, tramite la Caritas, sta compiendo per portare in salvo i migranti africani.
La situazione in Etiopia
Le agenzie delle Nazioni Unite che monitorano i flussi dei rifugiati, hanno offerto piena collaborazione, come l'”Arra”, l’agenzia di Stato che si occupa degli oltre 850.000 profughi presenti in Etiopia. La missione proseguirà nei prossimi giorni con una prima ricognizione nei campi in Tigrai, al confine con l’Eritrea, facilitata dalla Ong “Gandhi Charity”. Secondo l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr), l’Etiopia oggi è il Paese che accoglie il maggior numero di rifugiati in Africa, più di 670.000 persone: un afflusso di dimensioni tanto ampie è stato determinato da una pluralità di motivi, da ultimo la guerra civile in Sud Sudan scoppiata nel dicembre 2013.
Il Protocollo d’Intesa
Il 12 gennaio del 2017 è stato firmato al Viminale il Protocollo di intesa per l’apertura di nuovi corridoi umanitari che permetteranno l’arrivo in Italia di profughi provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente. A siglare il “protocollo tecnico” quattro soggetti: la Conferenza episcopale italiana (che agirà attraverso la Caritas Italiana e la Fondazione Migrantes), e la Comunità di Sant’Egidio con il suo presidente, Marco Impagliazzo; presenti anche il sottosegretario all’Interno, Domenico Manzione, e il direttore delle Politiche migratorie della Farnesina, Cristina Ravaglia, per lo Stato italiano. “Troppo spesso ci troviamo a piangere le vittime dei naufragi in mare, senza avere il coraggio poi di provare a cambiare le cose: questo Protocollo consentirà un ingresso legale e sicuro a donne, uomini e bambini che vivono da anni nei campi profughi etiopi in condizioni di grande precarietà materiale ed esistenziale”, ha dichiarato mons. Galantino: “La Chiesa italiana si impegna nella realizzazione del progetto facendosene interamente carico, senza quindi alcun onere per lo Stato italiano; attraverso le diocesi accompagnerà un adeguato processo di integrazione ed inclusione nella società italiana”.