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lunedì 15 marzo 2021

Venezuela - Indagini Consiglio dei diritti umani ONU su 200 esecuzioni extragiudiziali commesse quest'anno dalle forze di polizia

Sicurezza Internazionale
Il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite ha dichiarato, mercoledì 10 marzo, che sono in corso indagini su 200 omicidi presumibilmente commessi dalle forze di polizia venezuelane nel corso di quest’anno. Gli esperti dell’ONU stanno valutando, nello specifico, se si tratti di esecuzioni sommarie.

Foto: Reuters

Esprimendo seria preoccupazione per le uccisioni illegali, gli esperti hanno sottolineato che, nei casi sotto indagine, le autorità non hanno rilasciato certificati di morte, hanno effettuato pagamenti per le autopsie e hanno consegnato i corpi in bare chiuse “con l’istruzione di non aprirle”. 

La delegazione venezuelana, dal canto suo, respinge le accuse ma si rifiuta di affrontarle nel dettaglio. “Ancora una volta la missione di accertamento dei fatti presenta informazioni politicizzate prive di equilibrio e correttezza”, ha affermato Hector Constant Rosales, ambasciatore del Venezuela presso le Nazioni Unite a Ginevra.

Marta Valinas, capo di una missione conoscitiva delle Nazioni Unite, ha affermato che il bilancio di 200 morti includeva decine di persone uccise in una grande operazione di polizia nel quartiere La Vega della capitale, Caracas, dal 7 al 9 gennaio. “Le nostre indagini preliminari indicano che almeno alcune delle persone uccise sono state vittime di esecuzioni extragiudiziali”, ha detto al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite. 

Almeno 23 persone sono morte durante quel fine settimana in uno scontro tra polizia e bande locali, secondo media e attivisti. Il Brasile e gli Stati Uniti, parlando al consiglio di Ginevra, si sono detti preoccupati per quello che l’incaricato d’affari statunitense, Mark Cassayre, ha definito il “massacro” di La Vega. 

sabato 23 maggio 2020

Burkina Faso. HRW chiede indagine su presunte uccisioni extragiudiziali di 12 detenuti

agenzianova.com
Le autorità del Burkina Faso dovrebbero condurre un'indagine "credibile" e "indipendente" sulle accuse di uccisioni extragiudiziali di 12 detenuti che sono state fatte ad alcuni agenti di polizia nel quadro di un'operazione antiterrorismo condotta lo scorso 11 maggio vicino alla città di Fada N'Gourma, nella parte orientale del paese.


Lo ha chiesto in un comunicato l'ong Human Rights Watch (Hrw), affermando che testimoni hanno visto gli uomini colpiti alla testa.
 

Il 13 maggio, la procura di Fada N'Gourma, nella regione orientale, ha annunciato l'apertura di un'inchiesta sugli omicidi. Per maggiore indipendenza e imparzialità e per garantire la sicurezza dei testimoni, questa indagine dovrebbe secondo Hrw essere trasferita nella capitale, Ouagadougou, e le sue conclusioni rese pubbliche. Il comandante della stazione di gendarmeria di Tanwalbougou, dove morirono i detenuti, dovrebbe essere immediatamente posto in congedo amministrativo in attesa dell'esito dell'indagine.

Secondo Corinne Dufka, direttrice di Hrw per l'Africa occidentale, il decesso dei detenuti sopravvenuto poche ore dopo la loro presa in custodia "è chiaramente un segno di un atto criminale". "Uccidere i detenuti in nome della sicurezza è sia illegale che controproducente. Coloro che sono stati ritenuti responsabili di questi decessi in custodia dovrebbero essere perseguiti in modo equo", ha aggiunto.

Hrw ha parlato al telefono con 13 persone di questo incidente. Sono residenti di Fada N'Gourma e della zona circostante, nonché di Ouagadougou, tra cui quattro testimoni degli arresti e cinque testimoni del recupero dei corpi e della loro sepoltura. I testimoni hanno fornito un elenco di 12 vittime, tutti membri dell'etnia dei fulani, inclusi due fratelli e un uomo di 70 anni.

Le presunte uccisioni sono state perpetrate sullo sfondo del deterioramento della sicurezza e di una crisi umanitaria in Burkina Faso, un paese che, dal 2016, ha affrontato la violenza dei gruppi armati islamisti affiliati ad al Qaeda e allo Stato islamico nel Grande Sahara.

giovedì 7 novembre 2019

Filippine continue violazioni dei diritti umani, 30.000 vittime nella guerra alla droga e tragico sovraffollamento nelle carceri. La Chiesa in difesa delle vittime e dei detenuti, alza la voce

Osservatore Romano
Pace e giustizia per le vittime degli omicidi extragiudiziali. E più dignità per i detenuti. E quanto torna a chiedere con forza la Chiesa cattolica nelle Filippine che tenacemente interviene in difesa di chi non ha voce. Ai ripetuti appelli dell'episcopato si è aggiunto nelle ultime ore quello lanciato da alcuni sacerdoti, che hanno guidato una manifestazione e celebrato una messa a Manila.

Corpi accatastati nell'l'inferno del carcere di Manila (afp)
Il gesuita Albert Alejo, padre Flavie Villanueva e padre Robert Reyes - riferisce l'agenzia Fides - hanno organizzato una veglia di preghiera in ricordo delle persone innocenti uccise durante la "guerra contro la droga" lanciata dal governo, che avrebbe fatto circa 30.000 vittime in due anni. Padre Alejo ha esortato i filippini a "parlare delle ingiustizie che si verificano nel paese".

Infatti, "se i vivi sono silenziosi, come possono essere i morti a parlare?". Le vittime delle esecuzioni, ha rilevato, "non sono solo numeri o statistiche, perché l'ingiustizia sta uccidendo anche la verità, la fede e la speranza dei filippini".

E ha invocato "il rispetto dello stato di diritto nel paese". Un appello dei vescovi al rispetto della dignità dei detenuti nel paese - dove le condizioni all'interno delle carceri sovraffollate vanno peggiorando - è contenuto in un messaggio diffuso in occasione della recente giornata nazionale dedicata alla sensibilizzazione sulla situazione dei carcerati. Un testo attraverso il quale l'episcopato ribadisce che "l'amore di Dio è incondizionato e radicale e si estende anche a coloro che hanno commesso il più atroce dei crimini".

Nel documento, a firma di monsignor Joel Z. Baylon, presidente della commissione per la pastorale carceraria e vescovo di Legazpi, la Conferenza episcopale delle Filippine si augura che la popolazione sia consapevole "della difficile situazione dei membri della comunità carceraria, in particolare le persone private delle loro libertà e delle loro famiglie".

[...]

E a seguire l'esempio di Papa Francesco che "ci implora di ricordare i prigionieri come parte della nostra missione di cura dei poveri, dimenticati e trascurati". Le parole del vescovo di Legazpi fanno eco all'appello a "trattare i detenuti con dignità" che il vicepresidente della Conferenza episcopale filippina, monsignor Pablo Virgilio S. David, ha rivolto nei giorni precedenti al governo e ai funzionari delle prigioni dell'arcipelago.

[...]
Secondo il rapporto di una commissione governativa, le condizioni all'interno delle carceri sono in netto peggioramento: il sovraffollamento delle strutture carcerarie ha raggiunto il 612 per cento, con una popolazione totale di 146 mila detenuti, rispetto a una capacità di circa 21 mila. Negli ultimi anni la popolazione carceraria è aumentata a seguito della politica antidroga lanciata dal presidente filippino Rodrigo Duterte.
Alcune ong fanno pressione sul governo chiedendo un'indagine approfondita sulle operazioni intraprese che avrebbero portato alla morte di almeno 30.000 persone. Nel giugno scorso, per il tredicesimo anniversario dell'abolizione della pena di morte nelle Filippine, la Chiesa ha ribadito la responsabilità dei legislatori a favore della vita e della dignità umana. I vescovi cattolici hanno protestato contro ogni tentativo di ripristinare la pena di morte.

"I legislatori hanno l'obbligo di opporsi a qualsiasi legge che attacca la vita umana", ha dichiarato Rodolfo Diamante, segretario generale della commissione per la pastorale carceraria.

sabato 1 giugno 2019

Venezuela, Ong "Monitor di Vìctimas": 561 esecuzioni extragiudiziali a Caracas in 2018

ANSA
L’iniziativa “Monitor de Vìctimas”, progetto dell’ong venezuelana Caracas Mi Convive, ha riferito oggi che a Caracas e nella sua periferia sono stati 1.364 omicidi durante il 2018, di cui 561 morti sono state esecuzioni extragiudiziali e conseguenza di resistenza alle autorità.

I dati raccolti da Monitor de Vìctimas evidenziano che gli omicidi commessi da civili sono stati 608, mentre 601 sono quelli realizzati dalle forze di polizia, e 975 sono stati causati da armi da fuoco. Secondo i dati, 259 omicidi sono stati realizzati dalla Forza di azione speciale della polizia nazionale bolivariana (Faes).

Le statistiche, pubblicate dal quotidiano El Nacional, mostrano una violenza sociale incontrollata, ma anche l'impunità nelle azioni delle forze di sicurezza dell'amministrazione di Nicol s Maduro. Secondo quanto pubblicato dal giornale, il rapporto indica che 1.292 delle vittime erano civili, sette soldati e quattro guardie del corpo. Di tutte le vittime, 1.277 sono uomini, 83 donne e un transgender.

"Le esecuzioni extragiudiziali sono il motivo di omicidio più segnalato nel 2018. Il furto, che tra il maggio 2017 e il 2018 era stato la prima causa delle morti, è passato al secondo posto con 263 vittime", ha detto Manuel Parejo, coordinatore del Monitor de Victimas.

La ong ha indicato che i fattori socio-economici sono correlati con le morti violente. Come segnalato da El Nacional, Guillermo Sardi, coordinatore dell’ong, ha riferito che il 53% delle morti violente nella capitale nel 2018 sono state di giovani delle aree popolari di età compresa tra 15 e 29 anni.

sabato 29 settembre 2018

Filippine. Il presidente Duterte ammette di aver ordinato delle esecuzioni extragiudiziali

TG24sky
Il presidente ha definito gli omicidi legati alla guerra alla droga come il suo "unico peccato". Il suo portavoce però frena: "Commenti scherzosi, da non prendere alla lettera". La Corte penale internazionale sta indagando per crimini contro l'umanità.


Il presidente delle Filippine Rodrigo Duterte ha per la prima volta ammesso apertamente di aver autorizzato uccisioni extragiudiziali come parte della sua guerra alla droga. La conferma è arrivata in un discorso tenuto nel palazzo presidenziale, durante il quale ha sfidato direttamente chiunque avesse criticato il modo in cui gestisce il Paese.
Le parole di Duterte
"Qual è la mia colpa? Ho rubato anche un solo peso? Il mio unico peccato sono le uccisioni extragiudiziali", ha affermato Duterte. In passato, il presidente aveva già affrontato il tema degli omicidi. Ammettendo l'esistenza delle esecuzioni, ma negando che fossero promosse direttamente dallo Stato. Il principale effetto dell'ammissione sarebbe rafforzare le indagini preliminari in corso da parte della Corte penale internazionale sulle migliaia di esecuzioni extragiudiziali condotte nell'ambito della guerra alla droga di Duterte. Il portavoce del presidente, Harry Roque, ha però sottolineato che i suoi commenti sarebbero "scherzosi" e che "non dovrebbero essere presi alla lettera".
Il bilancio della guerra alla drogaA marzo, la Corte ha confermato l'indagine per crimini contro l'umanità. Sia quando Duterte era sindaco di Davao che come presidente, negli ultimi due anni. Per tutta risposta, le Filippine hanno abbandonato lo Statuto di Roma, il trattato internazionale istitutivo della Corte Penale Internazionale, firmato il 17 luglio 1998. In sostanza, quindi, Duterte aveva risposto alle accuse non riconoscendo l'autorità che le stava muovendo. Secondo le statistiche ufficiali, da quando Duterte è diventato presidente sono state uccise dalla polizia 4.500 persone, in maggioranza spacciatori e tossicodipendenti. I dati raccolti dalla Corte parlano invece di 8mila vittime. E alcuni gruppi per la difesa dei diritti umani ne ipotizzano 12mila. Una campagna di violenze che dovrebbe continuare. Duterte ha infatti dato la sua "parola d'onore" sul fatto che la sua guerra alle droghe "non finirà". A costo di "mettere sul tavolo la mia vita e la presidenza".

venerdì 21 settembre 2018

Venezuela: Amnesty denuncia oltre 8mila casi esecuzioni extragiudiziali

AdnKronos/Dpa
Buenos AiresUn rapporto di Amnesty International denuncia migliaia di casi di esecuzione extragiudiziali da parte delle forze di sicurezza del Venezuela, di cui sono vittima soprattutto giovani uomini delle fasce più povere della popolazione.


La Cofavic, una Ong venezuelana che rappresenta le famiglie delle vittime, ha documentato 6.385 esecuzioni extragiudiziali fra il 2012 e il 2017, nota il rapporto. Ma secondo Amnesty, i casi fra il 2015 e il 2017 arrivano a 8.292.

Il rapporto, presentato in una conferenza stampa a Buenos Aires, cita anche i dati della procura generale venezuelana, secondo i quali 4.667 persone sono state uccise dalle forze di polizia nel 2016 e 1.848 nei primi sei mesi del 2017. 

Secondo Amnesty, la polizia fa un'uso eccessivo e militarizzato della forza, spesso con l'intento di uccidere. Le vittime vengono poi presentate come criminali, anche se erano manifestanti o persone disarmate. Nel 2017, il 95% di queste vittime erano maschi fra i 12 e i 44 anni.

Le uccisioni extragiudiziali si aggiungono al contesto di estrema violenza del Venezuela, che ha un tasso di 89 omicidi ogni 100mila abitanti, uno dei più alti del mondo. Solo in un paese in guerra come la Siria vi sono livelli maggiori di violenza, ha denunciato il portavoce di Amnesty Esteban Beltran. 

"La violenza è uno dei motivi per i quali i venezuelani sono stati costretti a lasciare il paese negli ultimi anni", ha sottolineato Mariana Fontoura Marques, della sezione argentina di Amnesty, ricordando gli oltre 2,3 milioni di persone che dal 2014 hanno lasciato il Venezuela guidato dal presidente Nicolas Maduro, in preda ad una drammatica crisi politica ed economica.

venerdì 1 giugno 2018

Bangladesh, azioni antidroga «alla Duterte»: almeno 100 vittime

Il Manifesto
Il governo difende la polizia: «Hanno ucciso spacciatori che hanno reagito agli arresti»
Lo scorso 15 maggio le autorità del Bangladesh hanno inaugurato una campagna antidroga nazionale, con l’obiettivo di mettere in ginocchio la diffusione di yaba – un derivato a basso costo della metanfetamina mischiato con caffeina – nel paese. La «guerra alla droga» promossa dalla premier e leader del partito Awami League, Sheikh Hasina, ha già mietuto oltre un centinaio di vittime, cui si aggiungono arresti e condanne lampo per almeno 12mila persone.

Le modalità di intervento delle forze dell’ordine bangladeshi ricordano la campagna antidroga inaugurata due anni fa nelle Filippine dal presidente Duterte: una mattanza condotta in spregio dei diritti umani che, secondo il senatore filippino Antonio Trillanes, ha già superato la cifra record di 20mila omicidi extragiudiziali.

All’inizio del mese la premier Hasina, durante un comizio per celebrare il 14esimo anniversario della fondazione del Rapid Action Batallion (Rab, corpo d’élite della polizia nazionale), dichiarava: «Abbiamo avuto successo nella campagna militare contro la militanza dell’estremismo islamico. Ora dobbiamo continuare, occupandoci dell’abuso di droghe». Pochi giorni dopo, le teste di cuoio del Rab sono state dispiegate in tutto il Paese. Secondo l’agenzia di stampa Afp, il bilancio ufficioso degli scontri a fuoco tra il Rab e i sospetti spacciatori al 29 maggio ha raggiunto quota 102 morti, trenta in più rispetto al conteggio fatto solo tre giorni prima.

Il Rab, per contro, sostiene di aver ucciso 24 «grandi spacciatori», colpevoli di aver aperto il fuoco per primi: circostanze che non sono supportate da alcuna prova. Il ministro dell’interno Asaduzzaman Khan, difendendo l’operato delle forze di polizia, ha spiegato ad Afp: «Non c’è dubbio che le vittime degli scontri a fuoco siano spacciatori. La maggior parte di loro era armata e ha aperto il fuoco non appena ha visto la polizia. Non sono brave persone, c’erano tra i 10 e i 12 capi d’accusa contro ognuno di loro». Secondo le autorità bangladeshi, tutte le vittime della guerra alla droga sono morte o in sparatorie con i reparti del Rab, o in sparatorie tra gang rivali.

Lunedì 28 maggio, la Bangladesh National Human Rights Commission ha dato seguito alle preoccupazioni già palesate da attivisti per i diritti umani locali e internazionali, condannando ufficialmente la scia di omicidi extragiudiziali nel Paese. Il presidente della commissione, Kazi Rezaul Hoque, ha dichiarato: «Vogliamo che i criminali, chiunque essi siano, affrontino conseguenze all’interno di procedure legali».

Critiche all’operato del governo Hasina sono arrivate anche dai partiti d’opposizione, che hanno denunciato una serie di morti sospette di avversari politici dell’Awami League giudicati dalle autorità «capibastone» del racket di yaba di Teknaf, località al confine col Myanmar.

Lo spaccio di yaba in Bangladesh è alimentato dalle importazioni illegali provenienti dal Myanmar, responsabile per oltre il 90 per cento della produzione di metanfetamine su scala globale. L’ultimo rapporto della narcotici bangladeshi indica che il giro d’affari della yaba supererebbe i 600 milioni di dollari. In Bangladesh ci sarebbero almeno 7 milioni di tossicodipendenti, di cui almeno 5 dipendenti da yaba. Diffuse in particolare tra i giovani della classe media, la yaba è venduta sul mercato locale a un prezzo che oscilla, in base alla qualità del prodotto, tra gli 8 e i 20 euro a pasticca.

Matteo Miavaldi

domenica 24 settembre 2017

Filippine - Associatione “Ugnayan Bayan”: Stop alle esecuzioni extragiudiziali, sì ai diritti umani

Agenzia Fides
Ginevra - “Urge difendere la democrazia e i diritti umani nelle Filippine: la ‘guerra contro la droga’ del presidente Duterte ha generato migliaia di assassini extragiudiziali, impunità e segni incombenti di ascesa dell'autoritarismo”: lo afferma un forum di organizzazioni della società civile filippina, riunite sotto la piattaforma “Ugnayan Bayan” che, in questi giorni, in concomitanza con la 36a sessione del Consiglio per i diritti umani all'Onu, ha organizzato un presidio e una manifestazione davanti al quartier generale della Nazioni Unite a Ginevra. 



Come appreso da Fides, contemporaneamente migliaia di fedeli hanno partecipato a Manila a una solenne concelebrazione eucaristica nella chiesa di St. Agustin e hanno poi indetto un corteo di pacifica protesta al Luneta Park (nel centro di Manila) per esprimere ferma opposizione alla “politica degli omicidi” promossa dal Presidente Rodrigo Duterte nella “guerra contro la droga”, rifiutando nel contempo ogni tentativo di imporre la legge marziale nel paese. 

Del forum fanno parte diversi religiosi cattolici, impegnati per la difesa della vita, tra i quali il gesuita Albert Alejo, che spiega a Fides: “Le esecuzioni extragiudiziali sono il segno distintivo della guerra alla droga dell'amministrazione di Duterte. I morti, dal giugno 2016, sono almeno 12.000, inclusi 54 minori. Il problema della diffusione della droga è più che un problema criminale. È anche un problema di salute pubblica ed è frutto anche della povertà”.
La piattaforma della società civile filippina, condivisa da molte associazioni cristiane, chiede allora “di porre fine al'impunità: domandiamo indagini imparziali sulle uccisioni ed il perseguimento dei killer, garantendo così lo stato di diritto”. 

“Il presidente Duterte – recita il comunicato inviato a Fides – dovrebbe essere considerato responsabile per le migliaia di esecuzioni. Il suo continuo incoraggiamento pubblico alla polizia perché si elimino quanti commettono reati di droga ha alimentato la spirale degli omicidi”.

Le comunità cattoliche nelle Filippine hanno deplorato con rabbia i ripetuti omicidi di alcuni adolescenti: tra loro Kian de los Santos 17enne cattolico, Carl Angelo Arnaiz (19 anni) e Reynaldo de Guzman (14 anni), uccisi mentre erano in custodia cautelare degli agenti. 

Nel caso di Kian de los Santos, la polizia ha dichiarato che il ragazzo era un corriere della droga ucciso durante un raid anti-droga, ma la registrazione di una telecamera mostra che, ben prima di essere ucciso, era stato già arrestato e preso in custodia dalla polizia.
Le organizzazioni lanciano un allarme sulla difesa dei diritti umani nelle Filippine: “Il presidente spesso denigra i diritti umani come un ostacolo alla pace e allo sviluppo, minacciando gli attivisti per i diritti umani che criticano il suo governo”. 

Per questo, affermano, “urge proteggere e rafforzare le nostre istituzioni democratiche”, condannando ogni forma di autoritarismo e il ritorno alla “legge marziale”, che ancora è in vigore sull’isola di Mindanao. (PA)

domenica 11 giugno 2017

Etiopia: Consiglio diritti umani, 19 omicidi extragiudiziali e 20mila arresti da ottobre scorso

Agenzia Nova
Addis Abeba - Tra l’ottobre e il maggio scorso in Etiopia si sono verificati 19 omicidi extragiudiziali. È quanto denunciato oggi dal Consiglio per i diritti umani etiope, i cui dati erano stati diffusi alla fine del mese scorso ma erano andati in buona parte perduti a causa del blackout di Internet terminato ieri. 

Lo riporta il quotidiano “Addis Standard”. Secondo lo studio, 15 dei 19 omicidi si sono verificati nella regione di Oromia, teatro da molti mesi delle proteste anti-governative che nell’ottobre scorso hanno indotto le autorità di Addis Abeba a dichiarare lo stato di emergenza. Secondo lo stesso studio, più di 20 mila persone sono state arrestate dal mese di ottobre.

sabato 6 maggio 2017

Brasile, allarme Amnesty: “Nel 2017 picco di uccisioni da parte della polizia di Rio”

In Terris
Dall’ultimo Esame periodico universale delle Nazioni Unite, risalente al 2012, a Rio de Janeiro le uccisioni da parte della polizia sono costantemente aumentate



Alla vigilia dell’esame della situazione dei diritti umani in Brasile da parte del Consiglio Onu dei diritti umani, previsto a Ginevra per il prossimo 5 maggio, Amnesty International – organizzazione non governativa internazionale impegnata nella difesa dei diritti umani con sede a Londra – ha denunciato che le autorità brasiliane stanno sempre più chiudendo gli occhi di fronte al peggioramento della crisi dei diritti umani che “loro stesse hanno provocato”.


Il rapportoNel rapporto sottoposto alle Nazioni Unite in occasione dell’Esame periodico universale del Brasile, Amnesty International ha espresso gravi preoccupazioni in materia di diritti dei popoli nativi, maltrattamenti e torture, condizioni delle carceri, libertà d’espressione e repressione delle proteste pacifiche.

Aumentano le uccisioni di civili
Dall’ultimo Esame periodico universale delle Nazioni Unite, risalente al 2012, a Rio de Janeiro le uccisioni da parte della polizia sono costantemente aumentate – nei primi due mesi del 2017 sono state 182, quasi il doppio rispetto a cinque anni fa – così come altre violazioni dei diritti umani in tutto il paese.

“Dal 2012 il Brasile non ha preso misure sufficienti per affrontare lo scioccante livello di violazioni dei diritti umani, comprese le uccisioni da parte della polizia, che causano centinaia di vittime ogni anno”, ha dichiarato Jurema Werneck, direttrice generale di Amnesty International Brasile. “È stato fatto davvero molto poco per ridurre il numero delle uccisioni, controllare l’uso della forza da parte della polizia o garantire i diritti delle popolazioni native sanciti dalla Costituzione. Gli stati membri dell’Onu devono dire in modo chiaro al Brasile che tutto questo deve cambiare”, ha aggiunto Werneck.

“Oggi stiamo assistendo alla strumentalizzazione della profonda crisi politica, etica e finanziaria che avvolge il Brasile per violare diritti consolidati da lungo tempo”, ha sottolineato ancora la direttrice generale.
I dati

Secondo fonti ufficiali, si legge nel comunicato stampa, nei primi due mesi del 2017 solo a Rio de Janeiro almeno 182 persone sono state uccise durante operazioni di polizia nelle favelas, con un aumento del 78 per cento rispetto allo stesso periodo del 2016.

Nel 2016 in città sono state registrate 920 uccisioni da parte della polizia. Nel 2012 erano state 419.

Il Brasile vanta un livello assai alto di omicidi, circa 60.000 nel 2015. La maggior parte delle vittime erano giovani neri. Le forze di polizia sono responsabili di una significativa percentuale di questi omicidi, molti dei quali possono essere considerati esecuzioni extragiudiziali ovvero un crimine di diritto internazionale. Nel 2015 nella sola città di Rio del Janeiro le forze di polizia sono state responsabili di un’uccisione su cinque, a San Paolo di una su quattro.

La legge sulla limitazioni delle armi da fuoco
Nonostante il fatto che oltre il 70 per cento degli omicidi in Brasile avviene mediante l’uso di armi da fuoco, il Congresso sta purtroppo discutendo una proposta di legge che ridurrebbe le limitazioni al possesso di armi da fuoco in vigore dal 2004.

La violenza è aumentata negli ultimi anni anche nelle zone rurali del paese, soprattutto nel contesto delle dispute sulla terra che vedono vittime le comunità contadine e native. Nel 2016 la Commissione pastorale della terra ha registrato 61 uccisioni, 200 minacce di morte e 74 tentati omicidi relativi alle dispute sulla terra e sulle risorse naturali. Si è trattato del secondo anno più violento in un quarto di secolo, dopo il 2013 in cui furono registrate 73 uccisioni. Finora nel 2017 le uccisioni sono state 19.

Milena Castigli

lunedì 1 maggio 2017

Da Trump plauso a Duterte, l'uomo che ha promosso gli squadroni della morte

Globalist
Invitato il presidente delle Filippine: accusato da Ong e Chiesa cattolica di migliaia di esecuzioni extragiudiziali

Forse qualcuno lo ha avvertito che sia le organizzazioni umanitarie internazionali sia la chiesa cattolica stanni denunciando la pericolosa deriva delle Filippine dove il presidente Duterte ha dato il via libera alle esecuzioni extragiudiziali? Ossia squadroni della morte a caccia di criminali e spacciatori che vengono uccisi sul punto.
Nonostante ciò Donald Trump ha invitato alla Casa Bianca il controverso presidente filippino Rodrigo Duterte - aspramente criticato da Barack Obama - apprezzando la sua lotta contro la droga.

Il presidente americano ha avuto una conversazione telefonica con il collega, ha riferito una nota della Casa Bianca, in cui si specifica che i due leader hanno "discusso sul fatto che le Filippine stanno combattendo duramente per liberare il Paese dalle droghe". Un portavoce di Duterte ha confermato l'invito a Washington confermando "l'apprezzamento di Trump per il lavoro del presidente filippino, soprattutto sul fronte" della lotta alla droga. 

Duterte, come detto, è accusato di aver ordinato migliaia di esecuzioni extragiudiziali nella sua guerra senza quartiere ai cartelli della droga, tanto che opposizione e attivisti hanno minacciato il ricorso all'impeachment e di denunciarlo alla Corte penale internazionale.

lunedì 3 aprile 2017

In Brasile è allarme sicurezza: ​uccise 182 persone dalla polizia

Il Giornale
I dati dei primi due mesi del 2017 sono molto preoccupanti perché testimoniano il consolidamento di una tendenza di aumento della letalità della polizia.


Prima una bambina di 13 anni centrata da tre proiettili dell’arma di ordinanza di un poliziotto mentre era a scuola. Poi le immagini che immortalano due poliziotti mentre freddano con colpi di fucile a bruciapelo due giovani agonizzanti dopo essere rimasti feriti nel corso della precedente sparatoria.
Questa la triste cronaca di quarantott’ore di ordinario inferno a Rio de Janeiro. Due giorni, gli ultimi del mese di marzo, nel quale si sono contate soltanto le ultime tre vittime della polizia militare di Rio de Janeiro, forza di sicurezza con il più alto tasso di letalità al mondo. 

I due episodi, registrati in aree attualmente tra più delicate della sicurezza carioca, come quelle di Costa Barros, Acari e Pavuna, mettono a nudo in tutta la sua drammaticità l’emergenza sicurezza a Rio de Janeiro. Numeri che non fanno altro che allungare una lunga lista di morte: 182 vittime da parte delle forze dell’ordine solo nei primi due mesi dell’anno. 

La media di tre morti ammazzati al giorno. E così, a poche settimane dal durissimo e inedito richiamo da parte della Corte Interamericana dei Diritti Umani che ha chiesto al Brasile spiegazioni e soluzioni in merito all’incredibile situazione carceraria, a essere chiamata in causa stavolta è Stata l’Onu. Amnesty International e l’Ong Justica Global hanno invocato l’aiuto delle Nazioni Unite perché sanzionino il Paese per la gravissima situazione della pubblica sicurezza a Rio de Janeiro. Archiviate le olimpiadi e il piano di pacificazione delle favelas con la Upp, fallito a ridosso dell’appuntamento olimpico, i primi due mesi dell’anno sono stati caratterizzati da incursioni frequenti e violente da parte della polizia in favelas. Tanto che solo a gennaio e febbraio sono stati registrati 182 casi di omicidio a seguito di un intervento di polizia.

Con un aumento del 78% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente: passando infatti dai 49 di febbraio 2016 agli 84 di febbraio 2017. Il numero di persone morte nel corso delle operazioni di polizia è aumentato ogni anno, con un significativo balzo in avanti tra i 580 morti del 2014 e i ben 920 del 2016. I dati dei primi due mesi del 2017 sono molto preoccupanti perché testimoniano il consolidamento di una tendenza di aumento della letalità della polizia. “Le autorità dello Stato di Rio hanno piena conoscenza delle gravi violazioni dei diritti umani commessi da parte della polizia a Rio de Janeiro e non fanno nulla a riguardo. 

La polizia militare – afferma Renata Neder, responsabile diritti umani di Amnesty International Brasile - insiste a portare avanti operazioni di contrasto motivate come guerra alla droga, la polizia civile non investiga le morti e il “ministero pubblico” non onora il suo obbligo costituzionale di controllo esterno delle attività di polizia. 

Le autorità – conclude Neder- sono responsabili di queste morti e le loro omissioni alimentano il ciclo della violenza della polizia”. Si scaglia contro lo Stato di Rio, anche la Ong Justiça Global che denuncia la “logica di sterminio e repressione” direttamente all’Onu, inviando un’informativa alla segreteria per le Esecuzioni extragiudiziarie sommarie e arbitrarie, con l’auspicio “che il Brasile sia denunciato internazionalmente per le chiare violazioni di diritti umani che vengono commesse”. La segreteria di Pubblica Sicurezza, si legge in una nota, “deve essere responsabilizzata per questi atti. Le vittime hanno nome, età, famiglia e una storia che è stata brutalmente interrotta. Queste morti sono diretta responsabilità di uno stato che coltiva la guerra, l’oppressione e il genocidio”.

Il documento inviato all’Onu, mette il luce come, soprattutto a Rio de Janeiro, si sia portata avanti una politica sempre più stringente di militarizzazione di incarceramento di massa some ipotetica soluzione per i problemi di sicurezza pubblica. 

Quello che si vede però, al netto della mancanza di risultati positivi, è solo l’aumento della letalità della polizia e del numero di morti in generale, così come le sparizioni sospette. E in questa logica si inseriscono i casi gravi degli ultimi giorni. Tra il 2009 e il 2015, le polizie brasiliane hanno ucciso 17,688 civili. 

Ed è importante sottolineare come la vittimologia lasci emergere il razzismo strutturale nel Paese. Il numero di omicidi di neri infatti è cresciuto del 9,9% tra il 2003 e 2014, quello di bianchi è diminuito del 27,1%. I dati mostrano che i neri muoiono 2,6 volte più dei bianchi per armi da fuoco, e che il 94% delle vittime sono uomini. La coordinatrice dell’area Violenza istituzionale e sicurezza pubblica di Justiça Global, Isabel Lima sottolinea "É importante richiamare l’attenzione sull’importanza dell’obbligo di investigazione e responsabilità nei casi di esecuzioni sommarie. Gran parte delle denunce finiscono infatti archiviate. E la comunità internazionale deve sapere.

Luigi Spera

venerdì 17 marzo 2017

Filippine, Vicepresidente Robredo: “Terrore per esecuzioni sommarie e schema di scambio”

ANSA
"Settemila persone uccise in pochi mesi e uno schema di 'scambio', dove se il presunto colpevole non viene trovato e' il coniuge o un suo parente a essere arrestato": 

Il vice presidente delle Filippine "Leni" Robredo
questa la situazione emersa dalle parole della vice presidente delle Filippine, Maria Leonor "Leni" Girona Robredo, citata in una nota dell'Associazione Luca Coscioni, che denuncia la violazione di diritti umani sotto il regime dell'"uomo forte" Rodrigo Duterte, dando voce alla disperazione delle comunita' piu' povere del Paese.

"La campagna ha preso di mira le comunita' piu' povere, che vengono radunate con la forza e perquisite senza mandato in luoghi come campi da basket, dove le donne vengono separate dagli uomini, le persone con i tatuaggi raggruppate in un angolo" - afferma l'On. Leni Robredo


Molti cittadini si son rivolti alla vice-presidente per denunciare che non si fidano piu' della polizia. "La nostra gente si sente senza speranza e impotente, intrappolata in uno stato d'animo di paura che tutti dovremo prendere sul serio", ha aggiunto Robredo.
La Vice Presidente filippina e' intervenuta al l'incontro sulle esecuzioni extra-giudiziarie nelle Filippine per denunciare le migliaia di vittime della cosiddetta politica di "controllo della droga", organizzato da Associazione Luca Coscioni per la liberta' di ricerca scientifica insieme alla DRCNet Foundation in occasione della 60esima sessione della Commissione Onu sulle Droghe tenutasi questa settimana a Vienna, grazie al sostegno dell'Internazionale liberale e della Drug Policy Alliance.

venerdì 17 febbraio 2017

Filippine. I cattolici si mobilitano contro la pena di morte e le esecuzioni extragiudiziali

Blog Diritti Umani - Human Rights
Un mare bianco scenderà su Quirino Grandstand di Manila per chiedere la fine delle esecuzioni extragiudiziali e opporsi al reinserimento della pena di morte.


Una manifestazione di cattolici nelle Filippine
"Chiediamo ai nostri connazionali timorati di Dio a lavorare per il rispetto e la protezione della vita umana", ha detto Zenaida Capistrano, presidente del Consiglio dei Laici delle Filippine (CLP).

Capistrano ha invitato coloro che intendono partecipare alla marcia di indossare una t-shirt bianca per lanciare il loro appello per la protezione della vita.

La CLP è un'organizzazione di laici composto anche dai consigli diocesani dei laici, dai movimenti ecclesiali e dai gruppi ecclesiali di base di tutto il paese.

Il Vescovo ausiliare di Manila Broderick Pabillo spera che il Presidente Rodrigo Duterte ascolti la voce dei cattolici che si riuniscono in questo Sabato per la manifestazione "Walk for Life" a Manila e in altre province.

Il raduno di preghiera è una manifestazione che dimostra la forte presa di posizione dei laici per contrastare il crescente numero di uccisioni di sospetti di droga nel paese e di altre questioni pro-vita.

Il raduno oltre che a Manila si terrà anche in altre città: Dagupan City, Pangasinan e a Cebu City.

I partecipanti alla marcia per la vita di Manila verranno anche da provincie lontane come Mountain Province, Nueva Ecija, Cabanatuan, Batangas, Laguna, e in altre province in Luzon.

La Conferenza Episcopale delle Filippine (Cbcp) ha invitato i fedeli a partecipare al raduno di preghiera e "riempire le strade con preghiere e non di sangue."

Fonte: CBCP news

ES

domenica 21 agosto 2016

Messico - La polizia è accusata di 22 esecuzioni extragiudiziali

The Post Internazionale
La violazione dei diritti umani è avvenuta nel corso di un blitz contro un cartello della droga in un ranch nello stato di Michoacan
La polizia federale messicana è accusata di aver ucciso 22 persone in esecuzioni extragiudiziali in un blitz contro un cartello della droga alcuni mesi fa.



Si era trattato di una delle più sanguinose operazioni di polizia nell'ambito della guerra ai cartelli della droga in Messico.
Un agente di polizia e 42 sospetti, tra cui le 22 esecuzioni extragiudiziali, sono stati uccisi nel blitz avvenuto in un ranch nello stato di Tanhuato, nello stato di Michoacan, il 15 maggio scorso.

I poliziotti hanno detto di aver risposto al fuoco per autodifesa, ma il numero di morti ha destato sospetti.

La Commissione Nazionale dei Diritti Umani (Cndh) che ha indagato sul caso sostiene che la polizia avrebbe tentato di coprire l'episodio.

I gruppi per i diritti umani nel paese chiedono da tempo un miglioramento degli standard di rispetto dei diritti umani da parte della polizia e la fine delle uccisioni arbitrarie.

Inizialmente era stata diffusa da parte dello stesso governo una versione diversa dell'accaduto: due bande di droga locali si erano scontrate e i morti erano stati identificati come membri di uno dei due cartelli.

Secondo il rapporto della Cndh, la polizia ha usato un elicottero Black Hawk durante l'operazione, sparando circa 4.000 colpi nel ranch, noto come il Rancho del Sol, durante l'assalto.

L'elicottero è stato poi colpito con armi da fuoco. La Cndh afferma inoltre che 5 sospetti sono stati uccisi durante l'attacco dell'elicottero, 22 sono stati arbitrariamente giustiziati, 15 sono morti in circostanze poco chiare, 2 corpi sono stati bruciati dalla polizia, 2 sospetti sono stati torturati mentre erano in custodia della polizia.

"L'inchiesta ha confermato i fatti che mostrano gravi violazioni dei diritti umani attribuibili ai dipendenti pubblici della polizia federale", ha dichiarato il presidente della Commissione Luis Raul Gonzalez Perez.

Renato Sales, il commissario per la sicurezza nazionale messicana ha però rigettato le accuse dicendo che "l'uso di armi era necessario e proporzionale per far fronte all'aggressione reale, imminente e illegale", sostenendo quindi che gli agenti avrebbero agito per legittima difesa.

Michoacan è uno degli stati più violenti del Messico a causa della rivalità tra i cartelli della droga.

lunedì 8 agosto 2016

Filippine, vescovi: no a omicidi extragiudiziali. Non perdere l'umanità per la lotta al crimine

Radio Vaticana
“Lasciate che l’umanità che è in noi parli!”. Questo l’accorato appello di mons. Socrates Villegas, arcivescovo di Lingayen Dagupan e presidente della Conferenza episcopale filippina (Cbcp), contro la drammatica escalation di omicidi extragiudiziali registrata in questi mesi nelle Filippine.


Lanciata la campagna “Non uccidere”
L’appello, indirizzato in particolare alle forze dell’ordine, ma anche a tutti i cittadini, è contenuto in un messaggio che rientra nella campagna “Non uccidere” lanciata dalla Chiesa filippina per promuovere il rispetto della vita umana e condannare la lunga scia di esecuzioni sommarie contro sospetti spacciatori di droga che sta percorrendo il Paese. Dall’elezione del nuovo Presidente Rodrigo Duterte, lo scorso maggio, oltre 700 i sospetti spacciatori sarebbero stati uccisi senza essere portati a giudizio.

Rispettare i diritti umani anche dei sospetti criminali
Durante la campagna elettorale, l’ex-sindaco aveva giurato “tolleranza zero” contro il narco-traffico e promesso la morte ad almeno 100mila spacciatori. Dichiarazioni che hanno suscitato le preoccupazioni dei vescovi e delle organizzazioni per i diritti umani, ma anche delle Nazioni Unite. “Viviamo in una democrazia e la lotta alla droga deve seguire l’iter giudiziario”, ha ribadito in questi giorni il vescovo di Butuan, mons. Juan de Dios Pueblos. “Il fine non giustifica i mezzi. Se una persona ha sbagliato, devono essere prese misure che non calpestino i suoi diritti umani”, sottolinea, dal suo canto, mons. Teodoro Bacani, vescovo emerito di Novaliches.

Non perdere la nostra umanità nella lotta al crimine
E sull’esigenza di non perdere l’umanità nella lotta il crimine e il narco-traffico insiste il messaggio di mons. Villegas: “L’umanità che è in me piange per i miei simili che non esitano ad uccidere criminali credendo che il loro omicidio serva a combattere il male nel mondo: ogni essere umano intorno a me è mio fratello e mia sorella”, si legge nel testo. “Crediamo veramente – chiede l’arcivescovo – di assicurare ai nostri figli un luogo sicuro se, con la nostra tolleranza di omicidi, gli insegniamo che uccidere un sospetto criminale senza un giusto processo è un modo moralmente accettabile di sradicare il crimine?”. Di qui la preghiera che chi si fa giustizia da solo “ascolti la voce della propria coscienza”, che “la ragione abbia la meglio e che alla fine vinca l’umanità” che è in ciascuno di noi. (L.Z.)

domenica 23 novembre 2014

RDCongo- Human Rights Watch denuncia esecuzioni sommarie ad opera della polizia

EuroNews
Esecuzioni sommarie e sparizioni forzate: è l’accusa di Human Rights Watch nei confronti della polizia della Repubblica Democratica del Congo. I fatti risalgono a un periodo compreso tra novembre del 2013 e febbraio di quest’anno a Kinshasa, quando agenti in uniforme, in gran parte a viso coperto, hanno arrestato presunti membri del gruppo criminale Kuluna. Cinquantuno i morti e 33 gli scomparsi.

Isa Sawyer, Hrw: “Sono andati di quartiere in quartiere, cercando presunti kuluna, spesso non effettuavano indagini per stabilire chi fosse davvero un kuluna. Persone che non avevano nulla a che vedere con questo fenomeno sono state colpite. In alcuni casi hanno trascinato via dalle loro case giovani uomini e ragazzi, spesso picchiandoli e umiliandoli di fronte ai loro familiari e ai loro vicini. Alcuni sono stati uccisi con colpi d’arma da fuoco”.

Human Rights Watch ha raccolto le testimonianze di circa 100 persone: agenti, funzionari del governo e familiari delle vittime. Questi ultimi hanno scritto al governo esigendo informazioni sui giovani scomparsi e sui luoghi di sepoltura di quelli uccisi. “Si sono portati via mio figlio. Da allora è passato più o meno un anno. E continuo a non avere informazioni sulla sua sorte”.

A ottobre anche le Nazioni Unite hanno denunciato esecuzioni e sparizioni, subito dopo il governo congolese ha espulso il responsabile Onu per i diritti umani. Mentre un giudice che aveva cercato di avviare un’inchiesta contro un capo della polizia è stato costretto ad abbandonare il caso.

domenica 25 maggio 2014

Filippine - Urge fermare le esecuzioni extragiudiziali, attentato alla democrazia

Agenzia Fides
Manila – Il governo filippino non fa abbastanza per fermare le esecuzioni extragiudiziali, che da troppo anni restano impunite: è la denuncia lanciata dall’Ong “Human Rights Watch” (HRW) che segnala un pericolo, sembra che “funzionari della città e agenti di polizia appoggino gli omicidi mirati come una forma perversa di controllo del crimine”. 

Alcuni sindaci di città filippine, infatti, sono accusati di “favoreggiamento delle uccisioni”. Secondo un recente rapporto pubblicato da HRW, nel periodo tra il 2008 e il 2013 nelle Filippine si sono registrati 298 esecuzioni extragiudiziali, tutte impunite. 

La maggior parte delle vittime sono presunti spacciatori, piccoli criminali, bambini di strada, ma ci sono anche attivisti per i diritti umani, avvocati, sindacalisti, sacerdoti. Tra i casi di religiosi e missionari, vi è quello di p. Fausto Tentorio, PIME, ucciso nel 2011 a Mindanao, e del sacerdote cattolico Cecilio Lucero, ucciso nel settembre 2009 nella provincia di Nord Samar, a sud di Manila. Il fenomeno, nota l’Ong, continua a danneggiare l'immagine internazionale delle Filippine. HRW afferma: “Il presidente Benigno Aquino ha in gran parte ignorato le uccisioni extragiudiziarie operate dagli squadroni della morte soprattutto nelle aree urbane”.


La lunga scia di omicidi impuniti affligge il paese da oltre un decennio. Secondo i gruppi della società civile, la responsabilità di tali atti va addossata agli “squadroni della morte” che agiscono nel paese, composti da ex militari o da unità paramilitari. Nel 2010 l’organizzazione “Karapatan” (“Alleanza per il miglioramento dei diritti del popolo”) segnalava esecuzioni extragiudiziali soprattutto di avvocati, giudici, attivisti per i diritti umani, religiosi e giornalisti. In otto anni di governo di Gloria Macapagal Arroyo – presidente prima di Benigno Aquino jr – sono state accertate 1.118 vittime di esecuzioni sommarie, 1.026 casi di torture, 1.946 arresti arbitrari, oltre 30.000 aggressioni e 81.000 episodi di intimidazioni. (PA)

martedì 30 luglio 2013

Siria, civili vittime di esecuzioni extragiudiziali per lasciare priva di sostegno l'opposizione armata

Amnesty International
La popolazione civile che vive nei pressi delle basi dell'opposizione armata nel governatorato di Tartus è a rischio di ulteriori esecuzioni extragiudiziali, dopo la recente, deliberata uccisione di 13 componenti di una famiglia, tra cui donne e bambini, avvenuta nel villaggio di al-Baydah. Amnesty International ha sollecitato il governo siriano a porre immediatamente fine alle esecuzioni extragiudiziali.

Tra il 20 e il 21 luglio 2013, tre uomini, quattro donne e sei bambini di età compresa tra due e 13 anni sono stati ritrovati morti dentro l'abitazione di famiglia o nei suoi pressi. Poco prima, molto vicino all'abitazione, le forze governative si erano scontrate con gli oppositori armati.

Questo episodio è avvenuto a meno di tre mesi di distanza dall'uccisione di massa di oltre 250 civili nello stesso villaggio e nella vicina città di Banias.

Le ricerche condotte da Amnesty International in quell'occasione attribuirono alle forze governative l'uccisione di 138 persone a Banias e di altre 130 ad al-Baydah. Molti abitanti vennero presi casa per casa, senza risparmiare donne e bambini, allineati e poi passati per le armi. Altri vennero uccisi all'interno delle abitazioni, molte delle quali vennero saccheggiate e date alle fiamme.

"Temiamo che la popolazione civile di al-Baydah e Banias, soprattutto chi vive vicino alle basi dell'opposizione armata, sia deliberatamente presa di mira con l'obiettivo di sfollare il maggior numero possibile di persone e lasciare così scoperta e priva di sostegno locale l'opposizione armata" - ha dichiarato Philip Luther, direttore del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.

"Le forze governative paiono muoversi indisturbate in questa zona e uccidere nella completa impunità. È necessario che gli ispettori delle Nazioni Unite entrino immediatamente in Siria per indagare su tutte le uccisioni di civili a partire dall'inizio della rivolta, oltre due anni fa" - ha concluso Luther.