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sabato 23 maggio 2020

Burkina Faso. HRW chiede indagine su presunte uccisioni extragiudiziali di 12 detenuti

agenzianova.com
Le autorità del Burkina Faso dovrebbero condurre un'indagine "credibile" e "indipendente" sulle accuse di uccisioni extragiudiziali di 12 detenuti che sono state fatte ad alcuni agenti di polizia nel quadro di un'operazione antiterrorismo condotta lo scorso 11 maggio vicino alla città di Fada N'Gourma, nella parte orientale del paese.


Lo ha chiesto in un comunicato l'ong Human Rights Watch (Hrw), affermando che testimoni hanno visto gli uomini colpiti alla testa.
 

Il 13 maggio, la procura di Fada N'Gourma, nella regione orientale, ha annunciato l'apertura di un'inchiesta sugli omicidi. Per maggiore indipendenza e imparzialità e per garantire la sicurezza dei testimoni, questa indagine dovrebbe secondo Hrw essere trasferita nella capitale, Ouagadougou, e le sue conclusioni rese pubbliche. Il comandante della stazione di gendarmeria di Tanwalbougou, dove morirono i detenuti, dovrebbe essere immediatamente posto in congedo amministrativo in attesa dell'esito dell'indagine.

Secondo Corinne Dufka, direttrice di Hrw per l'Africa occidentale, il decesso dei detenuti sopravvenuto poche ore dopo la loro presa in custodia "è chiaramente un segno di un atto criminale". "Uccidere i detenuti in nome della sicurezza è sia illegale che controproducente. Coloro che sono stati ritenuti responsabili di questi decessi in custodia dovrebbero essere perseguiti in modo equo", ha aggiunto.

Hrw ha parlato al telefono con 13 persone di questo incidente. Sono residenti di Fada N'Gourma e della zona circostante, nonché di Ouagadougou, tra cui quattro testimoni degli arresti e cinque testimoni del recupero dei corpi e della loro sepoltura. I testimoni hanno fornito un elenco di 12 vittime, tutti membri dell'etnia dei fulani, inclusi due fratelli e un uomo di 70 anni.

Le presunte uccisioni sono state perpetrate sullo sfondo del deterioramento della sicurezza e di una crisi umanitaria in Burkina Faso, un paese che, dal 2016, ha affrontato la violenza dei gruppi armati islamisti affiliati ad al Qaeda e allo Stato islamico nel Grande Sahara.

lunedì 9 settembre 2019

Spirale di violenza in Burkina Faso: 2 attacchi in un giorno da parte di affiliati di al_Qaida causano almeno 29 morti

Blog Diritti Umani - Human RightsIl Burkina Faso, paese dell'Africa occidentale, è stato coinvolto in una spirale di violenza da quattro anni e mezzo, attribuito a gruppi armati jihadisti, alcuni affiliati ad al-Qaida e altri affiliati al gruppo dello Stato islamico. Dall'inizio del 2015, gli attacchi jihadisti, sempre più frequenti e mortali, specialmente nel Nord e nell'Est, hanno causato oltre 570 morti, secondo un conteggio di AFP.

Un camion di trasporto è saltato su un dispositivo esplosivo e un convoglio di cibo è stato attaccato nel nord del paese, in preda ai terroristi.
Il governo comunica che 25 persone sono state uccise domenica (8 settembre) in due diversi attacchi separati in due località della provincia di Sanmatenga, nel nord del Burkina Faso, ha detto il governo.

"Questa domenica 8 settembre, un camion di trasporto è saltato su un dispositivo esplosivo improvvisato sull'asse Barsalogho-Guendbila nella provincia di Sanmatenga. Un bilancio provvisorio afferma che quindici persone sono state uccise e sei ferite che sono state trasportate in dei centri sanitari per le cure". Una fonte di sicurezza ha riferito che le vittime erano principalmente commercianti.

E a una cinquantina di chilometri da Barsalogho", domenica i terroristi hanno perpetrato un attacco contro un convoglio di cibo sull'asse Dablo-Kelbo. Questo attacco ha provocato la morte di quattordici civili e un esteso danno materiale", ha detto il portavoce in un'altra dichiarazione. "Una dozzina di conducenti di scooter sono stati uccisi"facevano parte di un convoglio di tricicli carichi di cibo per le popolazioni sfollate di Dablo e Kelbo, che furono vittime da individui armati.


ES

Fonte: Le Monde

lunedì 13 maggio 2019

Strage in una chiesa del Burkina Faso: ucciso il parroco e 5 fedeli

Globalist
Un commando di una trentina di armati ha fatto irruzione durante la messa sparando contro i fedeli.

In alcuni paesi ormai le domeniche sono giorno non di festa o di preghiera per i cristiani ma di morte: un gruppo di jihadisti ha fatto irruzione aprendo il fuoco nella parrocchia cattolica di Beato Isidore Bakanja di Bablo, in Burkina Faso.

Nell'attacco sono rimasti uccisi il sacerdote burkinabé Abbé Siméon Yampa, di 34 anni, e altre cinque persone all'inizio della messa. Le autorità locali hanno inviato squadre di sicurezza sul posto.

Gli aggressori "sono stati in grado di immobilizzare alcuni fedeli, hanno ucciso cinque persone e il sacerdote che stava celebrando la messa", ha spiegato il sindaco di Bablo, Ousmane Zongo. Secondo una fonte di sicurezza, l'attacco è stato eseguito da un "circa 20-30 uomini armati". Probabilmente un gruppo jihadista ma mancano conferme.

E' la seconda strage nel Paese in due settimane. Il 29 aprile un gruppo di assalitori ha attaccato una chiesa a Silgadji uccidendo sei persone tra cui il pastore protestante che stava presiedendo la cerimonia e i suoi due figli.

venerdì 1 giugno 2018

Il Burkina Faso verso l'abolizione della pena di morte - "È una vittoria di umanità che fa crescere in Africa democrazia e diritti umani"

www.santegidio.org
Ieri il Parlamento del Burkina Faso ha votato a larga maggioranza (83 su 125 deputati) una revisione del codice di diritto penale che prevede l'abolizione della pena di morte.
La Comunità di Sant’Egidio, che ha sostenuto con forza il cammino di questo Paese dell’Africa Occidentale verso l’importante traguardo, esprime grande soddisfazione. Si tratta di una decisione che fa crescere la democrazia e i diritti umani in un continente dove negli ultimi anni si è allargata in modo significativo l’area degli Stati abolizionisti de iure o de facto.

Di fronte alla violenza, alle guerre e al terrorismo, che ancora affliggono non poche parti dell’Africa, si tratta di una vittoria di umanità che si affianca all’urgente e necessario lavoro per la pace e lo sviluppo.

mercoledì 16 agosto 2017

Morire di terrorismo in Burkina Faso nell'indifferenza generale

Huffpost
A chi interessano i 18 morti di Ouagadougou? A leggere i giornali italiani di questa mattina quasi a nessuno nel nostro Paese, se si fa eccezione per l'Avvenire, quotidiano cattolico sempre attento al Sud del mondo. Eppure, avremmo tutto l'interesse a lanciare un forte allarme dopo quello che è successo domenica notte nella capitale del Burkina Faso tra l'indifferenza generale: una strage perpetrata al caffè-ristorante Aziz Istanbul, nella strada più importante della città, a pochi metri da un altro locale, il Cappuccino, dove nel gennaio 2016 un primo attacco terrorista aveva causato 30 morti.


Per tanti motivi. Prima di tutto perché è disumano abituarci a sottovalutare ulteriormente le tragedie africane – comprese le catastrofi naturali e ambientali - che già pesano troppo poco mediaticamente in tutto l'Occidente, dall'Europa all'America del Nord.

Secondo. Perché si tratta di un attentato terrorista di radice islamista al pari di quelli registrati dolorosamente in Europa, peraltro con morti di diverse nazionalità, africane e non, tra cui un canadese, un turco e un francese. Ormai, pericolosamente, stiamo facendo abitudine a questo tipo di eventi dalle nostre parti e ancora di più nei confronti di quelli che accadono a 4 mila chilometri di distanza.

Terzo motivo, quello che più ci dovrebbe preoccupare. Il Burkina Faso, anche se pochi lo conoscono qui in Italia, non è un Paese così lontano come si pensa. Nel senso che è uno Stato strategico nella lotta al terrorismo insieme a Mali, Niger e Nigeria. 

E' ormai questa, la fascia sahelica subsahariana, non più il Mediterraneo, la frontiera dell'Europa, come dimostrano anche le vicende dei flussi migratori. E' lì che l'Europa deve intervenire, aiutare, rafforzare l'impegno a favore della pace.

Il Burkina Faso era, fino a poco tempo fa, uno dei Paesi più tranquilli, anche se tra i più poveri, dell'Africa, esempio di coabitazione tra diverse etnie e di convivenza tra Islam e cristianesimo. 

Una nazione che ha da sempre accolto numerose Ong e organizzazioni umanitarie, impegnate nei settori dell'agricoltura, dell'educazione e della sanità e dove la Comunità di Sant'Egidio ha affrontato uno dei problemi più gravi esistenti, registrando – con il programma "Bravo!" - oltre 3 milioni di persone, per lo più minori, che non erano mai state iscritte all'anagrafe. Un popolo di "invisibili", che facilmente potevano essere vittime del traffico di esseri umani. Un Paese che stava e sta dando esempio di come, un po' alla volta – anche con la ripresa della cooperazione italiana – si può guardare al futuro con più ottimismo.

La vicina guerra - se non dimenticata ormai trascurata - nel Nord del Mali ha prodotto una nefasta influenza e due gravi attentati terroristici, quasi nello stesso luogo, centralissimo, della capitale, stanno mostrando la fragilità di uno Stato che è da poco uscito, in modo per lo più pacifico, da una grave crisi politico-militare. 

Un Paese che non va lasciato solo e che andrebbe almeno ricordato, quando è sotto attacco, sulle pagine dei giornali. Per il loro (prima di tutto) interesse, ma anche per il nostro. Perché il Burkina Faso non è poi così lontano.

Roberto Zuccolini

mercoledì 24 agosto 2016

I giovani musulmani del Burkina Faso contro l'estremismo

Zenit
Centinaia di giovani africani di religione musulmana, impegnati nei rispettivi Paesi nella lotta a ogni fondamentalismo, si sono riuniti nei giorni scorsi a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, per un convegno dal titolo ‘Contributo alla prevenzione dell’estremismo violento’ che ha avuto l’obiettivo di mettere in guardia sui pericoli contenuti nella radicalizzazione e nell’estremismo violento soprattutto nelle nuove generazioni.

Venuti da otto nazioni della regione, i partecipanti – spiega L’Osservatore Romano – hanno chiesto ai governi di giocare pienamente il loro ruolo offrendo opportunità di impiego e di formazione, al fine di evitare che i giovani cadano nelle grinfie del terrorismo.

È questa un’emergenza – spiega l’Organizzazione della gioventù musulmana in Africa occidentale (Ojemao) — soprattutto per paesi come Togo, Benin, Mali, Guinea, Niger, Costa d’Avorio, Senegal e Burkina Faso, dove i terroristi e alcuni predicatori radicali hanno preso il sopravvento.

Il timore è che altre regioni africane possano subire il fascino dei fondamentalisti, con la creazione di organizzazioni che utilizzino il pretesto della fede per “giustificare” i loro crimini. L’Ojemao è particolarmente attiva in Niger dove, fra l’altro, gli aderenti promuovono delle iniziative di solidarietà islamica.

venerdì 5 agosto 2016

Reportage Burkina Faso: Tra i bambini costretti a lavorare nelle miniere

AFP
Da quando vivo a Ouagadougou, ho l’abitudine di passeggiare nelle sue strade la sera molto tardi, quando la città si svuota. Una sera mi perdo nelle strade di Pissy, un quartiere popolare nella parte ovest della capitale. All’improvviso sento un odore di fumo acre, che mi stringe il naso e la gola. Per la prima volta entro in contatto con la cava di granito di Pissy, che dà lavoro a molte famiglie della zona.


Ci torno la mattina dopo. Vedo, in fondo a un sentiero di terra rossa, delle piramidi di pietre bianche e di sabbia setacciata. Alcuni camion. Un nugolo di bambini, alcuni di loro annunciano il mio arrivo. Corrono dietro di me e urlano: “Nasara! Nasara!”, che significa “la bianca”. Si mettono in fila indiana davanti a me. Uno di loro viene a salutarmi: incrocia le braccia sul petto piegando leggermente le ginocchia. Un altro lo imita. Questa forma di saluto è un segno di rispetto e umiltà, rivolto a “coloro che ti superano”, mi ha spiegato un’amica. Glielo insegnano a casa o a scuola. Il gesto non è riservato ai “bianchi” ma agli adulti in generale.

All’inizio mi sento intimidita. Mi siedo al bancone di un chiosco che serve caffè: è un’enorme scatola metallica blu poggiata su un sentiero di terra. Saluto con un sorriso. Poi mi metto a fissare lo schermo della televisione. Uomini e bambini sono impegnati a guardare un vecchio film con Jackie Chan. Mi unisco a loro. Mamoudou, il proprietario, mi dà il benvenuto e mi serve un sacchetto d’acqua. Un adesivo con il volto di Gheddafi e un altro con quello di Ronaldinho sono incollati al frigo.

Mamoudou compra anche il granito. Lo rivende a privati e imprenditori. Pensa che io sia lì per comprarne un po’. Gli spiego cosa mi ha portato da quelle parti e il mio lavoro di giornalista. Gli rivelo che non sono di passaggio ma che vivo a Ouagadougou. Rassicurato, m’incoraggia a portare avanti il mio progetto.

Mamoudou m’accompagna nella cava per presentarmi ai lavoratori. Attraverso alcune file di capanne che vengono montate la mattina e smontate la sera. Una donna pianta una fragile canna di bambù e la ricopre con un lembo di tessuto consumato. Ogni mattina mettono su queste piccole capanne per proteggersi dal sole. Poco più avanti alcune donne scavano nel terreno. Hanno dieci chili di pietra sulla testa. Alcune trasportano anche i loro bambini sulla schiena.

Attrazione turistica
Vista dall’alto la cava somiglia a un abisso profondo varie decine di metri. La prima volta che entro in questa buca, mi sento soffocare. Intravedo alcune sagome che attraversano delle nubi polverose: sono i gas tossici rilasciati dagli pneumatici che vengono bruciati per rendere la pietra più fragile prima di romperla. Sento alcuni lavoratori tossire tra i rumori assordanti dei colpi di martello e piccone. La maggioranza delle persone che lavorano qui non ha maschere di protezione né guanti. Mentre scende un pendio sinuoso, una lavoratrice si rivolge a me chiedendomi: “Mana wana” (come va?). Le rispondo: “Lafi, za karamba” (tutto bene, e la famiglia?). “Lafi, lafi, lafi”, risponde lei, tenendo la sua mano nella mia, che viene scossa a ogni parola pronunciata in moré, la lingua parlata dai mossi, l’etnia maggioritaria del paese.

Fiduciosa, estraggo la mia macchina fotografica, faccio due o tre scatti di questa anziana, con il suo permesso, prima di essere avvicinata da un’altra donna che mi stringe la mano, poi con l’altra si tocca la bocca più volte, facendomi segno che vuole mangiare, che le devo dare da mangiare in cambio della foto. Altre donne fanno lo stesso.

Lo sfruttamento della cava di granito è artigianale. In un simile ambiente la macchina fotografica è assimilata a una forma di ricchezza e a un’intrusione straniera. Fin dai miei primi scatti, un gruppo di lavoratori s’è mostrato ostile. La loro diffidenza si è diffusa come una tempesta di sabbia sugli altri lavoratori.

Mamoudou, il proprietario del chiosco, è sempre al mio fianco. Mi spiega che qui “i bianchi quando vengono, quando venivano, portavano aiuti, dei vestiti, delle medicine. Davano qualcosa e poi se ne andavano”. E c’è anche stato un gruppo di turisti venuti in autobus una volta. “Hanno scattato alcune foto e hanno continuato il loro viaggio a Bobo Dioulasso”, ricorda. Secondo loro, i bianchi li trattano come oggetti di curiosità, e questa cava non è altro che un’attrazione turistica.

Metto via la macchina fotografica e decido di trovare un terreno d’intesa. In Burkina Faso è importante saper conversare, le chiacchiere sono una vera e propria istituzione.

Un sostituto della scuola
Il primo giorno non scatto foto ma tengo la macchina al collo. Torno alla cava l’indomani. Saluto alcune donne e mi siedo al loro fianco. Qui si comincia dicendo il cognome: prima di essere individui si è innanzitutto discendenti di una stirpe. Discutiamo del significato dei nomi. Il mio, d’origine araba, significa “fabbro”. Un mestiere al contempo rispettato e temuto, anche se i fabbri sono sempre più rari. Ma ai loro discendenti sono ancora attribuiti poteri mistici. In moré il mio nome significa “piccolo capo”. Alcuni momenti di titubanza, poi risate: sono convinte che abbia degli antenati burkinabé.

Prendo un martello, colpisco una pietra. Cerco di portare dei sassi sulla testa. “È dura”, mi dice una di loro.

Vorrebbe fotografarmi. Le spiego come usare la macchina fotografica. Guarda la foto e sorride. Altre donne fanno lo stesso e s’impadroniscono della macchina che diventa un oggetto un po’ meno estraneo. Così nascono i miei primi scatti, durante i momenti di silenzio, tra le chiacchiere, cui spesso assistono un bambino o un adolescente. La maggior parte di loro ha imparato il francese a scuola.

Come Amy che, a soli 15 anni, conosce la cava come il palmo della sua mano. Sa come funziona e ha già qualche nozione di contabilità.

Ogni giorno saranno circa un migliaio le persone che penetrano in questo enorme cratere scavato durante gli ultimi vent’anni. Trasportano sulla testa un vassoio carico di pezzi di granito che rivenderanno a trecento franchi Cfa al pezzo (cinquanta centesimi d’euro). Ciascuno lavora per conto proprio e guadagna tra uno e due euro al giorno. Alla fine questo granito servirà a costruire degli edifici, delle case, delle strade.

Qui decine di bambini e adolescenti come Amy spaccano sassi dall’alba al tramonto, durante i fine settimana e le vacanze scolastiche. Altri, che non vanno a scuola, lavorano nella cava tutto l’anno. Amy mi spiega che il lavoro nella cava si svolge in famiglia, ciascuna delle quali può sfruttarne una piccola porzione. I figli aiutano i genitori per aumentare le entrate, pagarsi le spese per i bisogni più elementari e partecipare all’acquisto dei materiali scolastici.

Queste foto di bambini non rivelano solo la povertà, ma anche che la cava è un luogo dove imparano a essere autonomi, un sostituto della scuola in un paese dove sono troppo pochi i bambini che possono frequentarne una. Assisto a una scena rivelatrice dell’immersione dei bambini, loro malgrado, nel mondo del lavoro. Due di loro riempiono delle tazze con dei sassolini di granito. Hanno sette anni. Seduti in mezzo alla cava, la loro pelle e i loro vestiti sono ricoperti di una sottile pellicola bianca, probabilmente un misto di polvere rossa e del diossido di zolfo sprigionato dagli pneumatici bruciati. I loro gesti sono gli stessi di quelli degli adulti che riempiono i loro vassoi di granito per poi risalire i pendii sinuosi e scivolosi.

All’inizio penso che stiano giocando e imitando i gesti degli adulti, come fanno i bambini di tutto il mondo. Dieci minuti dopo uno dei bambini si alza e si mette a sedere davanti a una pila di granito. Prende un martello e sbriciola la pietra tra le sue mani fragili e ferite. Sembrano più vecchie. Il gioco era solo una pausa dal suo lavoro, anche se compiva le stesse azioni.

Da allora ho preso l’abitudine, una o due volte la settimana, di andare a trovare queste persone. A volte solo per salutarle. A volte, quando mi assento per troppo tempo, ricevo una chiamata da Josephine o da sua figlia Nadège: “Son due giorni che non passi. Ci hai abbandonati?”.

Nabila El Hadad
(Traduzione di Federico Ferrone)

sabato 29 agosto 2015

Burkina Faso: examen d'un projet de loi sur l'abolition de la peine de mort

AFP
Ouagadougou - Les députés du Burkina ont entamé vendredi l'examen d'un projet de loi portant sur l'abolition de la peine capitale, dans ce pays pauvre d'Afrique de l'Ouest où treize personnes attendent dans le couloir de la mort.


Ce projet a été proposé par Cheriff Sy, le président du Conseil national de la transition (CNT), l'assemblée intérimaire mise en place après la chute du président Blaise Compaoré, et est fortement soutenu par le Barreau burkinabè et des organisations de la société civile.
"Je me tiens devant vous pour défendre un projet capital pour l'avenir de notre société", a plaidé M. Sy devant une commission parlementaire.

"On peut mettre quelqu'un en prison à perpétuité mais le fusiller, le pendre ou lui couper la tête ne grandit pas l'humain. Cela avilit la société", a-t-il défendu.

Pour lui, "maintenir la peine de mort qui a été appliquée quatre fois seulement (en 55 ans d'indépendance), ne nous grandit pas".

Le nouveau projet propose donc la transformation des peines capitales précédentes en emprisonnement à perpétuité.

Pays abolitionniste de fait, le Burkina Faso n'a plus exécuté un condamné à mort depuis 1988. Toutefois treize personnes attendent actuellement leur exécution après leur condamnation à mort. Le dernier en date, un militaire, a été condamné en juillet à la peine capitale pour le meurtre de son ex petite amie.

L'examen et l'adoption éventuelle de ce projet est prévue le 6 septembre lors d'une séance plénière.

sabato 21 marzo 2015

RD Congo - Espulsi attivisti pro-democrazia del Senegal e del Burkina Faso

MISNA
Sono stati dichiarati “persone non gradite” ed espulsi dalla Repubblica Democratica del Congo il 18 marzo gli attivisti pro-democrazia senegalesi e burkinabé arrestati domenica durante un blitz della polizia. 

Conferenza stampa per il lancio di Filimbi
Lo ha annunciato Lambert Mende, portavoce del governo congolese.

Si conclude così – almeno sul piano diplomatico – una vicenda che aveva visto le autorità di Kinshasa criticate da organizzazioni per i diritti umani locali e internazionali e nette prese di posizione di Washington, Bruxelles e Parigi.

Restano tuttavia in carcere ancora 17 tra giornalisti e attivisti congolesi, su un totale di circa 40 persone arrestate durante una conferenza promossa dal movimento giovanile congolese Filimbi.

[DM]

lunedì 4 novembre 2013

Mali, Unhcr: circa 20 mila persone fuggite dalle violenze profughi in Niger, Burkina Faso, Mauritania

ItaliaNews.infoSecondo quanto riferisce l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) circa 20.000 persone sono fuggite dal Mali a causa dei combattimenti nel nord del paese, soprattutto verso Niger, Burkina Faso e Mauritania. 

In Mali, gli scontri tra il movimento di liberazione Touarge MNLA (Mouvement National de Liberation de l’Azawad) e le forze governative sono ripresi lo scorso 17 gennaio, violando un accordo del 2009 che aveva ufficialmente posto fine alla ribellione Tuareg.

Proviene dal Mali la maggior parte dei nuovi arrivati in Niger. Alcuni di loro si sono accampati molto vicino alla frontiera. Molti dormono all’aperto e hanno limitato accesso ad alloggi, acqua potabile, assistenza medica e cibo. Si sono insediati principalmente nei villaggi dei distretti di Tillaberery, Ouallam, e Bilingue, nel nord del paese. Il solo Sinegodar – un villaggio nel distretto di Tillabery – ospita oltre 5.500 maliani e può contare su un solo punto di raccolta dell’acqua che deve servire l’intera popolazione locale e quella dei rifugiati.

Sono invece 3.000 i Tuareg maliani arrivati in Burkina Faso – comunica l’ufficio Unhcr nella capitale Ouagadougou – a seguito degli attacchi alle loro abitazioni e attività commerciali avvenuti la scorsa settimana nella capitale maliana Bamako e nella vicina città di Kati. Altri nuovi arrivi sono stati registrati nel nord-ovest del paese, soprattutto vicino Djibo, nella provincia di Soum.

Nel villaggio di Fassala, in Mauritania, nella regione di Hodh el Chargi, a 3 chilometri dalla frontiera col Mali, dal 25 gennaio sono arrivate oltre 9.000 persone. Si tratta principalmente di maliani di etnia Tuareg provenienti dalla regione di Léré, dall’altra parte del confine, che sono fuggiti dai combattimenti tra forze governative e ribelli Tuareg combattenti, nel timore di subire ritorsioni da parte delle truppe dell’esercito.

Di Elisa Cassinelli

domenica 25 agosto 2013

Burkina Faso: visita dell'arcivescovo di Ouagadougou nel carcere della capitale

Radio Vaticana
Le persone emarginate contano agli occhi di Dio e meritano attenzione: è quanto ha affermato mons. Philippe Ouédraogo, arcivescovo di Ouagadougou, nel Burkina Faso, che la scorsa settimana ha fatto visita ai detenuti del carcere della sua arcidiocesi.

Il presule, riferisce il portale www.lepays.bf, ha celebrato una Messa ed ha poi offerto il pranzo agli ospiti della struttura penitenziaria, grazie alla generosità di diversi fedeli. Mons. Ouédraogo, che ogni anno fa visita ai detenuti in occasione del Natale, della Pasqua e dell'Assunzione, ha esortato a vivere nella fede, nell'amore e nella carità.

Roger Gouba, rappresentante dei detenuti, ha espresso particolare apprezzamento per l'iniziativa dell'arcivescovo Ouédraogo ed ha affermato che le visite frequenti del presule interpellano ad una conversione vera.

giovedì 4 luglio 2013

For Malian Refugees, Peace Deal Does Not Guarantee Safe Return

Refugees International
Under a corrugated metal roof at the Goudebou refugee camp in Burkina Faso, eight or nine families huddle in small groups awaiting a food distribution. These are the “new arrivals,” a UN Refugee Agency worker explains – people who recently fled Mali, Burkina’s northern neighbor, and arrived at the camp in recent days.

As I study their faces, I notice the rich ethnic diversity reflected in their eyes, skin color, features, and dress. A group of Songhai women sit silently, their eyes taking in their new surroundings. Next to them, a young Tuareg woman prepares tea for her husband and mother while two small children toddle about. But while their language, religions, and ethnicities may be different, they share a common nationality – Malian.

Goudebou sits on the outskirts of the town of Dori in northern Burkina Faso, and at the edge of the Sahelian zone – a semi-arid landscape where tree cover and water are scarce. Opened last year, the camp is now home to 10,000 refugees who have fled violence between the Malian military, Tuareg separatists, and Islamic extremists. A French-led

military intervention in January succeeded in retaking the north’s major towns, but led to additional displacement.

I ask the Songhai women when they arrived. “Last night,” the daughter, who is about 18, replies in French. When I ask why they fled, she shifts her eyes about nervously, looking to see who is around her. I ask her again and she looks away, not wanting to answer.

Later, I sit under a large tent talking to a group of Tuareg men who fled Mali last March. We talk about the peace negotiations taking place in Burkina’s capital city that day, which produced a provisional peace deal between the Malian government and the National Movement for the Liberation of Azawad (MNLA), a Tuareg separatist group.

I ask the men if they will return to Mali if an agreement is reached. They scoff at my question, shaking their heads. “We cannot return – it is not safe.”

One of the men recounts a story. “Two or three months ago, two Tuareg traders who had been with us here in the camp decided to return to Mali to check their herds,” he says. “We heard that they were killed by members of the Malian army.” Another adds, “Several weeks ago, a young man who was recently married decided to go back to check whether it was safe to bring his wife back. We heard he was also killed. He has not come back. His widow is here in the camp.”

“Don’t you see?” the man explains, “We are guilty by implication. If we return, the Malian army will assume that we fled because we are MNLA. ” Though their individual stories of retribution cannot be confirmed, they fit a troubling pattern of abuses by Malian soldiers – as well as Tuareg rebels – against civilians documented by human rights groups. The very act of return makes these refugees suspect, so creating a safe environment for return could be long and difficult; perceptions will have to change and trust will have to be rebuilt.

The next day, I discuss the refugees’ fate with the head of an aid group which has assisted displaced Malians since the crisis began. “There is a great deal of distrust now,” he said, “not just between the Malian army and the Tuaregs, but among local populations – those who fled and those who stayed.” Civilians who sympathized with, or merely submitted to, Islamist groups could also be viewed as collaborators, leading neighbor to turn against neighbor. We discuss whether the implications of this distrust have been fully recognized by the international community as it seeks to move forward with a peace deal and elections in late July.

The recent agreement between Mali and the MNLA is certainly a welcome step towards ending the Mali conflict. But the ethnically- and religiously-charged violence that exploded last year not only left deep wounds but also sowed suspicion and distrust, meaning the road to lasting peace in Mali will be a long one.

Abuses by all sides must be fully investigated and prosecuted. The UN peacekeeping mission that is now being deployed must also ensure that civilians are protected and peace enforced. But this must be accompanied by a robust reconciliation process led by civil society that has the full support of the Malian government and the international community.

lunedì 27 maggio 2013

La pena de muerte vigente en Burkina Faso

En Burkina Faso al menos diez personas están esperando en el corredor de la muerte para ser ejecutadas desde Diciembre del 2012. Este informe ha sido publicado por Amnistía Internacional el pasado 7 de mayo . A pesar de que las últimas ejecuciones tuvieron lugar en 1988, la pena de muerte es aplicable según el código penal burkinés. Por eso Amnistía vuelve a relanzar el debate y hace una llamada a las autoridades para abolir la pena capital.

Estas diez personas que esperan en el corredor de la muerte se encuentran dispersadas en distintas prisiones del país. Según Amnistía Internacional la pena de muerte debe de estar abolida en países que han integrado en su Constitución la declaración de los Derechos Humanos del Hombre que prohíbe esta pena. Por tanto la ONG considera que el código penal de Burkina Faso es anti-constitucional.

Para muchos observadores de la vida política del país si la pena de muerte aun este vigor es porque las autoridades temen las reacciones de una gran mayoría de la opinión pública que aun defiende la pena de muerte.

Los comportamientos que no se toleran
Los burkinés no toleran los comportamientos perversos en el seno de la sociedad y ese es el motivo de que defiendan la pena de muerte. En el país existe una cultura profunda de respeto al otro por lo que si alguno mata hace un mal al prójimo, o si comete actos ignominiosos se considera que debe de pagar con su vida. Según Frabrice Soma, un buen observador de la vida política de Burkina Faso, “aunque se organizara un referéndum para consultar a la gente sobre esa cuestión de mantener o no la pena capital, la mayoría de burkineses votarían para que no fuera abolida”

En los países integrados, la pena de muerte se efectúa por fusilamiento. Y una vez la persona es ejecutada, está prohibido hacerle ninguna ceremonia respetuosa bajo la pena de multas. La ley también prohíbe ejecutar a condenados en Domingo o los días de fiesta. Y las mujeres que estén embarazadas y condenadas deben de dar a luz al bebe antes de ser ejecutadas. Los crímenes que están penados con la muerte son: el asesinato, los parricidas, el espionaje y los envenenamientos.

Extracto del artículo de Assanatou Baldé. Afrike Traducido del francés para Fundación Sur