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sabato 12 marzo 2022

Pena di morte. L'Arabia Saudita afferma di aver eseguito la condanna a morte di 81 detenuti in un solo giorno

Blog Diritti Umani - Human Rights
Sabato l'Arabia Saudita ha messo a morte 81 persone condannate per una serie di crimini, inclusi omicidi e appartenenti a gruppi militanti. È la più grande esecuzione di massa condotta dal regno negli ultimi tempi.
 

L'agenzia di stampa saudita statale ha annunciato le esecuzioni, dicendo che includevano coloro "condannati per vari crimini, incluso l'omicidio di uomini, donne e bambini innocenti". Il regno ha anche affermato che alcuni dei giustiziati erano membri di al-Qaida, il gruppo dello Stato islamico e sostenitori dei ribelli Houthi dello Yemen. 

L'agenzai stampa ha comunicato: "Agli accusati è stato concesso il diritto di un avvocato e sono stati garantiti i loro pieni diritti ai sensi della legge saudita durante il processo giudiziario, che li ha giudicati colpevoli di aver commesso molteplici crimini efferati che hanno causato la morte di un gran numero di civili e forze dell'ordine". "Il regno continuerà ad assumere una posizione rigorosa e incrollabile contro il terrorismo e le ideologie estremiste che minacciano la stabilità del mondo intero", aggiunge il rapporto. 

L'ultima esecuzione di massa del regno è avvenuta nel gennaio 2016, quando il regno ha messo a morte 47 persone, incluso un importante religioso sciita dell'opposizione che aveva organizzato manifestazioni nel regno. 
Nel 2019, il regno saudita ha decapitato 37 cittadini sauditi, la maggior parte dei quali minoranze sciite.

ES

Fonte AP

sabato 17 luglio 2021

Arabia Saudita. "Donne attiviste per i diritti umani torturate nelle carceri": la denuncia di Hrw. Le testimonianze delle guardie carcerarie

Il Messaggero
Scariche elettriche, frustate, pestaggi e violenze sessuali, carceri "segrete": un nuovo rapporto di Human Rights Watch (Hrw), basato sulla testimonianza di alcune fra le stesse guardie carcerarie, alza un velo inquietante sulle prigioni femminili in Arabia saudita e sul trattamento riservato nel 2018, in particolare a detenute di rango elevato: per lo più avvocati e attiviste dei diritti umani e delle donne.


Fra le persone ad aver subito abusi e torture figurano, secondo Hrw, anche la nota avvocata per i diritti delle donne Loujain al-Hathloul, e l'attivista (uomo) Mohammed al-Rabea.

Il rapporto, spiega Hrw, è basato su alcuni messaggi di testo inviati da secondini testimoni di questi trattamenti, che insieme ad alcune testimonianze, formano un mosaico piuttosto sinistro: "Nuove prove che indicano l'uso di torture brutali su donne che difendono i diritti delle donne e altri detenuti di alto profilo mettono ancora più a nudo il disprezzo saudita per lo stato di diritto e il fallimento di qualunque credibile tentativo di indagare su queste accuse", dichiara in una nota Michael Page, vicedirettore dell'Ong umanitaria per il Medio Oriente e il Nord Africa.

"Lasciare che chi compie abusi la passi sempre liscia significa mandare loro il messaggio che possono torturare impunemente senza dover mai rispondere di questi crimini", ha aggiunto Page. 

Le testimonianze riportate da Hrw si riferiscono in particolare al carcere di Dhabhan, a nord di Gedda, e a un'altra prigione definita "segreta".

venerdì 18 giugno 2021

Arabia Saudita - Pena di morte - Ucciso Mustafa Hashem al-Darwish a 26 anni per un "reato" (una foto sul cellulare) compiuto quando aveva 17 anni

AsiaNews
Oggi 26enne, il giovane era accusato di aver fomentato disordini e di aver seminato discordia. Fra le prove a suo carico una foto nel telefonino. La famiglia ha saputo solo in secondo momento dell’esecuzione. Lo scorso anno Riyadh aveva annunciato la moratoria sulla pena di morte per i minori di 18 anni.
Mustafa Hashem al-Darwish

Riyadh ha giustiziato un ragazzo condannato a morte per crimini commessi quando aveva solo 17 anni all’epoca dei fatti, smentendo una volta di più i ripetuti annunci dello scorso anno sulla moratoria alla pena capitale per i minorenni. La vittima è Mustafa Hashem al-Darwish (nella foto), arrestato nel 2015 per reati legati a proteste di piazza contro i vertici del regno wahhabita.

Il giovane è stato incriminato per aver formato una cellula terrorista e fomentato una rivolta armata. Attivisti e ong pro diritti umani hanno invocato in più occasioni la sospensione dell’esecuzione, sottolineando che la sua condanna si inserisce nel quadro di un processo ingiusto e caratterizzato da vizi di forma. Amnesty International e Reprive hanno ricordato che il 26enne aveva ritrattato la confessione estorta a forza dietro torture.

Le autorità saudite non hanno mai voluto commentare o smentire le accuse. Per la Reuters esse includevano il “cercare di disturbare la sicurezza con disordini” e “seminare discordia”. Fra le prove vi sarebbe anche una foto “offensiva verso le forze di sicurezza” e la sua partecipazione in oltre 10 “manifestazioni” di protesta fra il 2011 e il 2012.

La famiglia di Hashem al-Darwish non ha ricevuto alcuna comunicazione dell’imminente esecuzione e lo ha saputo solo per aver letto la notizia in internet. La condanna è stata eseguita a Damman, cittadina ricca di petrolio della Provincia orientale. “Come si può - affermano i parenti - giustiziare un ragazzo a causa di una fotografia sul suo telefono?”. “Dal suo arresto - prosegue la nota - non abbiamo conosciuto altro che dolore”.

Nell’aprile dello scorso anno re Salman aveva emanato un decreto, che metteva fine alle condanne a morte per i crimini commessi da minori e commutando la pena a un massimo di 10 anni di prigione in un carcere minorile. Tuttavia, al momento della pubblicazione dell’atto non veniva indicata la data di entrata in vigore della riforma mentre gruppi attivisti hanno avvertito che la pena capitale resta sempre valida.

Peraltro la convenzione Onu per i diritti dell’infanzia, che Riyadh ha sottoscritto, afferma che la pena capitale non va applicata per reati commessi da minorenni. Una prassi comune nel regno wahhabita, fra le nazioni al mondo con il maggior numero di repressioni ai diritti umani, perpetrati anche e soprattutto da apparati dello Stato.

Il gruppo attivista Reprive riferisce che l’Arabia Saudita ha già giustiziato nei primi sei mesi del 2021 lo stesso numero di persone uccise dal boia in tutto il 2020.

sabato 13 marzo 2021

Guerre dimenticate - Yemen si riaccende il conflitto dopo che la presidenza Biden ha cambiato gli equilibri nella zona

Osservatorio Globalizzazione
Nelle ultime settimane nello Yemen abbiamo assistito ad una forte offensiva delle forze ribelli Houthi. Le forze antigovernative stanno marciando senza sosta verso il governatorato di Marib, provincia ricca di gas e petrolio con l’obiettivo di soggiogare l’intero territorio e poter occupare l’omonima capitale. 

Secondo quanto dichiarato da Arab News le forze houthi che hanno circondato la capitale sono ormai a circa 10 km dalla periferia della capitale Marib.

L’esito dei primi scontri a fuoco tra i ribelli e le forze governative dell’Irg (internationally-recognized government) sta arridendo alle forze di Ansar Allah, le quali dopo aver posto in stato di assedio la prigione di Marib si sono assicurati la liberazione dei ribelli incarcerati. 

Come riporta il centro studi Jamestown la provincia del Marib è considerata strategica per gli interessi di tutte le forze in gioco in terra yemenita. L’eventuale occupazione di Marib sarebbe un duro colpo per il Presidente Abdrabbuh Mansur Hadi alfiere delle mire egemoniche ed imperialiste dell’Arabia Saudita, nonché unico interlocutore ufficiale per la comunità internazionale.

Nonostante le pesanti diffamazioni di Hadi sugli houthi accusati di terrorismo e codardia, gli eventi recenti ci mostrano come la presa di Marib possa causare nel futuro prossimo uno stravolgimento degli equilibri e dei ruoli nel piccolo paese della penisola arabica. E anche oltreoceano dopo l’insediamento dell’amministrazione Biden sia l’Irg che l’Arabia Saudita godono di scarso consenso. Le posizioni bellicose di Riyad, nei confronti degli houthi per voce del ministro degli esteri saudita da lui definiti disprezzanti per i luoghi di culto e i soli responsabili dello spargimento di sangue in Yemen, non trova supporto a Washington. La politica Usa in Medio Oriente con Biden è cambiata.


Nicola Francavilla

domenica 31 gennaio 2021

Dopo 100 mila morti nella guerra in Yemen finalmente l'Italia blocca la vendita di 12.700 ordigni in Arabia Saudita ed Emirati Arabi

Il Manifesto
Bombe disinnescate. Il governo alla fine accoglie la richiesta di revoca definitiva delle esportazioni verso Riyadh e gli Emirati. 12.700 ordigni in meno da scaricare sullo Yemen. La vittoria delle organizzazioni che per anni si sono battute per questo storico risultato. Francesco Vignarca, di Rete Italiana Pace e Disarmo: "Si può fare". E ora riconversione "pacifista" della fabbrica sarda Rwm.

La gioia esplode di mattina. Lievita rapidamente dopo la pubblicazione del tweet di Rete Italiana Pace e Disarmo che per prima dà la notizia, storica: il governo italiano revoca le esportazioni di armi verso Arabia saudita ed Emirati, principali attori e aguzzini della coalizione sunnita che dal marzo 2015 bombarda lo Yemen per farlo tornare il cortile di casa propria. Centomila morti dopo, l'Italia applica la sua stessa legge, la 185 del 1990 che vieta la vendita di armi a paesi coinvolti in conflitti armati e violatori di diritti umani.

Nello specifico, a essere definitivamente revocate sono le forniture autorizzate dopo l'inizio del conflitto e ancora non consegnate: oltre 12.700 bombe che non finiranno negli arsenali sauditi ed emiratini, spiegano le organizzazioni che da anni si battono per il rispetto della legge, Amnesty Italia, Comitato Riconversione Rwm, Fondazione Finanza Etica, Medici senza Frontiere, Movimento dei Focolari, Oxfam Italia, Rete Italiana Pace e Disarmo, Save the Children Italia, European Center for Constitutional and Human Rights e Mwatana for Human Rights.
[...]
La battaglia continua, consapevoli del risultato storico. Che arriva insieme a una buona dose di ironia: giovedì spopolava il video di Matteo Renzi che a Riyadh pronosticava il prossimo "rinascimento" saudita, un one-man-show a favore del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, definito "un grande" (dopotutto riuscì a chiamare al-Sisi un "grande statista"). Dando prova di un incomprensibile senso della democrazia (di cui Conte in Italia, per il senatore di Iv, è un vulnus), Renzi ha cantato dietro lauto compenso le lodi di un paese che più medievale non c'è: attiviste torturate e detenute per aver chiesto di guidare, oppositori in galera, boia sommersi di lavoro, donne cittadine di serie B sottoposte al sistema del guardiano, migranti in condizioni di semi schiavitù (ah, per Renzi è abbassamento del costo del lavoro, parole sue), minoranze religiose sottomesse. E così via.

"Ovviamente è una coincidenza - così ci saluta Vignarca - Il governo non ha revocato l'export perché Renzi è andato a Riyadh: la decisione era stata già presa, c'è stato solo un recepimento formale. Ma va detta una cosa: Matteo Renzi non è solo un ex primo ministro, è un componente della commissione difesa del Senato e fino a pochi mesi fa della commissione esteri. La prima compra e vende armi, la seconda dovrebbe verificare il rispetto della 185. La cosa più grave è questa: Renzi è in carica, rappresenta il popolo italiano in parlamento e fino a poco fa era nella maggioranza di governo".

martedì 29 dicembre 2020

Arabia Saudita: condannata attivista dei diritti umani Loujain al-Hathloul a 5 anni e 8 mesi di carcere per violazione legge antiterrorismo.

ANSAmed
L'attivista saudita per i diritti umani Loujain al-Hathloul è stata condannata a cinque anni e otto mesi di prigione da un tribunale saudita specializzato in tema di antiterrorismo, riferiscono i media locali. E' stata riconosciuta colpevole di "diverse attività proibite dalla legge antiterrorismo".


Hathloul, 31 anni, fu arrestata nel 2018 - insieme ad altre attiviste - per aver guidato da sola poche settimane prima che il divieto fosse cancellato: una riforma per la quale si erano battute.

Dopo essere stata processata al tribunale penale di Riad, il caso è stato trasferito il mese scorso alla Corte criminale speciale (Scc), che si occupa di terrorismo. Lì sono scattate accuse di aver contattato non meglio definite organizzazioni di stati esteri "non amici" di Riad.

Del suo caso si sono occupate le maggiori ong internazionali per i diritti umani come Amnesty International e Human Rights Watch.

lunedì 27 aprile 2020

Arabia Saudita - Riforma del sistema penale: abolizione della fustigazione e della pena di morte per i minorenni

Blog Diritti Umani - Human Rights
La notizia, dopo aver appreso che abolirà anche le fustigazioni, indica una riforma del suo sistema penale molto criticato.


L'Arabia Saudita abolirà le condanne a morte per coloro che erano minorenni al momento del crimine, come annunciato domenica dalla Human Rights Commission (CDH, un ente statale), che fa riferimento a un decreto reale. Sebbene non si sappia quando verrà applicata la misura, sembra essere una riforma più ampia del sistema penale, dal momento che era trapelato poco prima che la punizione delle fustigazioni sarebbe stata sostituita da carcere o multe.

“Il decreto significa che chiunque riceva una condanna a morte per reati commessi quando erano minorenni non sarà più giustiziato. Invece, la persona riceverà una pena detentiva di un massimo di dieci anni in un centro di detenzione minorile ", afferma il presidente della HRC Awwad al Awwad in una dichiarazione fatta eco dall'agenzia Reuters.

Dalle informazioni disponibili non è chiaro quando detto decreto è stato pubblicato o da quando sarà efficace, poiché i media ufficiali non lo hanno menzionato. La notizia rappresenta uno spostamento nel sistema giudiziario saudita in cui i minori vengono processati come adulti e, se vengono giudicati colpevoli di uno qualsiasi dei reati punibili con la pena capitale, vengono giustiziati una volta raggiunta la maggiore età.

Attivisti e organizzazioni per i diritti umani hanno criticato duramente questa pratica che viola la Convenzione internazionale sui diritti dell'infanzia. Nel suo rapporto sulla pena di morte nel 2019, Amnesty International classifica l'Arabia Saudita come il paese terzo con il maggior numero di esecuzioni (184), dopo Cina (migliaia) e Iran (251), entrambi con una popolazione molto più ampia.

giovedì 9 gennaio 2020

Arabia Saudita. Frustato per le sue idee: Raif Badawi, il blogger dimenticato dal mondo

Corriere della Sera
Domani Raif Badawi, il blogger saudita condannato per aver promosso un forum online, trascorrerà il suo giorno numero 2.786 in carcere. Sarà anche il quinto anno trascorso dalle 50 frustate che egli ricevette sulla pubblica piazza, a Gedda, il 9 gennaio 2015. 

Ironicamente, quello stesso giorno una delegazione dell'Arabia Saudita partecipava alla manifestazione di solidarietà con la redazione di "Charlie Hebdo", decimata da un attacco terroristico. Un attacco contro la libertà d'espressione.

Arrestato il 17 giugno 2012, dopo aver rischiato persino la pena di morte per "apostasia", il 7 maggio 2014 Badawi è stato riconosciuto colpevole di "offesa all'Islam" e condannato a 10 anni di carcere, a 1000 frustate (50 a sessione per 20 sessioni) e a una multa di un milione di rial. La sentenza è diventata definitiva il 6 giugno 2015 (sei mesi dopo l'esecuzione delle 50 frustate!).

Grazie a un'enorme mobilitazione internazionale, le altre 950 frustate non hanno avuto luogo. Dal momento dell'arresto sono passati sette anni e mezzo e Badawi è ancora in carcere. La moglie Ensaf Haidar, rifugiata politica in Canada insieme ai loro tre figli (Najwa di 16 anni, Terad di 15 e Miryiam di 12), porta avanti una tenace ma sempre più solitaria campagna per il suo rilascio. Alcuni dei post pubblicati da Badawi sul suo forum sono stati tradotti e pubblicati in Italia.

di Riccardo Noury

mercoledì 24 aprile 2019

Arabia Saudita - Pena di morte - 37 esecuzioni, uno crocefisso

La Repubblica
La maggior parte delle vittime, accusate di terrorismo, è stata decapitata, un uomo è stato crocefisso

Trentasette persone accusate di terrorismo sono state mandate a morte ieri in Arabia Saudita nella più grande esecuzione di massa avvenuta nel Paese dal gennaio 2016, quando l'esecuzione di 47 persone, per la maggior parte sciite, aveva provocato scontri nella parte orientale del Paese e violenze dall'Iran al Pakistan.
Uno degli uomini, secondo il comunicato dell'agenzia di stampa saudita, è stato crocefisso: una delle modalità di esecuzione usata in Arabia Saudita. Gli altri sono stati uccisi seguendo le regole islamiche, il che significa decapitati. In un caso, uno dei cadaveri è stato lasciato con il corpo da una parte e la testa mozzata da un'altra: un monito per la popolazione raramente usato in Arabia Saudita negli ultimi anni e che conferma la volontà, da parte della leadership, di mandare un messaggio di tolleranza zero. 

Le persone uccise erano in carcere da tempo: dalla lista letta in tv, si capisce che si tratta di esponenti della minoranza sciita ma anche di membri di importanti tribù sunnite conosciute per le loro visioni conservatrici. 



Tutti sono accusati di aver attentato alla sicurezza dello Stato preparando attentati. Le esecuzioni arrivano a pochi giorni dalla scoperta di una cellula dell'Isis che, secondo il ministero dell'Interno, si preparava ad agire nel Paese. 

A firmare le condanne è stato re Salman ma per gli analisti l'operazione porta la firma di Mohammed bin Salman, il principe ereditario che guida il Paese, al centro delle critiche per il ruolo nell'omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, ucciso a ottobre nel consolato saudita di Istanbul. "MbS manda un brutto messaggio: non c'è limite alla brutalità dello Stato e alla repressione", dice Madawi Al Rasheed, attivista e studiosa dell'Arabia Saudita alla London School of Economics.

venerdì 19 aprile 2019

Gli "Yemen Papers" rivelano le forniture francesi di armi ad Arabia Saudita ed Emirati

Corriere della Sera
Dal sito investigativo Disclose, che ha reso pubblici documenti militari secretati, sono emerse nuove prove sulle ingenti forniture militari destinate dalla Francia all'Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti, gli stati che guidano la coalizione che dal 2015 bombarda incessantemente lo Yemen nel tentativo di sconfiggere il gruppo armato huthi. 


Queste rivelazioni si aggiungono alla recente denuncia di Amnesty International, che nella battaglia di Hodeidah aveva verificato la presenza di carri armati Leclerc di fabbricazione francese.

La Francia è sotto accusa per aver inviato forniture militari, carri armati inclusi, alle forze armate degli Emirati Arabi Uniti, che le hanno poi girate a gruppi armati che combattono sul terreno accanto alle forze regolari della coalizione. 

Le ripetute richieste di Amnesty International al ministero della Difesa di Parigi di fornire informazioni sulle forniture di armi alla coalizione sono finora cadute nel vuoto. C'è da sperare che le rivelazioni di Disclose spingano le autorità francesi a essere trasparenti e, soprattutto, a sospendere tutti i trasferimenti alle parti in conflitto in Yemen. 

Secondo le Nazioni Unite negli ultimi tre mesi c'è stata una recrudescenza dei combattimenti nelle province dello Yemen confinanti con l'Arabia Saudita, col conseguente aumento del numero degli sfollati. Nella sola Sa'da, il 62 per cento delle proprietà civili è stato pesantemente danneggiato.

di Riccardo Noury

sabato 13 aprile 2019

Arabia Saudita. Restano in carcere attiviste: torturate e minacciate di stupro

nena-news.it
Si sperava in altre scarcerazioni. Invece nessuna delle attiviste saudite per i diritti civili delle donne e per i diritti umani a processo la scorsa settimana a Riyadh è stata rilasciata come il mese scorso era accaduto (in via temporanea) per tre di loro: la blogger Eman al Nafjan, la docente universitaria Aziza al Yousef e la predicatrice Ruqayya al Mohareb. 

Con evidente delusione l'ong saudita "Prigionieri di coscienza" ieri ha twittato: "La terza udienza del processo si è conclusa senza alcun verdetto contro di loro e senza alcun rilascio temporaneo". La prossima udienza è stata fissata per il 17 aprile.

Le attiviste di cui invano i centri per diritti umani e altre parti internazionali hanno chiesto il rilascio, sono state arrestate circa un anno fa, poche settimane prima della revoca del divieto alla guida per le donne. Sul banco degli imputati, tra le altre, ci sono Loujain al Hathloul - Amnesty International denuncia che è stata minacciata di stupro mentre era in detenzione da Saud al-Qahtani, un ex stretto consigliere del discusso erede al trono Mohammed bin Salman - Aziza al Yousef e Hatoon al Fassi, entrambe docenti universitarie, le giornaliste e blogger Eman al-Nafjan e Nour Abdel Aziz, e Samar Badawi che da anni lotta per far annullare il sistema del "tutore maschio" per le donne saudite.

Le attiviste sono sotto processo per accuse che includono contatti con media stranieri, diplomatici di altri Paesi ed esponenti dei diritti umani. Le famiglie delle detenute denunciano di essere state intimidite da agenti dei servizi di sicurezza. "Siamo sotto pressione da tutte le parti, voglio farci rimanere in silenzio", ha scritto su twitter Alia, sorella di Loujain al Hathloul. "Quando siamo rimasti in silenzio - ha aggiunto - sono state praticate le peggiori torture. Resterò zitta solo quando Loujain sarà con noi e coloro che l'hanno torturata saranno messi sotto processo".

La scorsa settimana - ha riferito l'agenzia di stampa Afp - alcune delle donne sono crollate mentre testimoniavano, raccontando di aver subito torture e molestie sessuali in detenzione. Hanno riferito di essere state frustrate sulla schiena e sulle gambe e sottoposte a scosse elettriche da uomini mascherati. Torture e abusi sono avvenuti durante gli interrogatori l'anno scorso a Gedda prima di essere trasferite a Riyadh, dove le attiviste sono state processate. Almeno una delle detenute ha cercato di suicidarsi in seguito ai maltrattamenti subiti. Il governo saudita nega che le donne siano state torturate o molestate.

Durante le udienze ai giornalisti che lavorano per media stranieri, ai diplomatici e altri osservatori indipendenti non è stato permesso di entrare in aula. Il processo in corso aggiunge nuove accuse al regno saudita, in particolare principe ereditario Mohammed bin Salman, per gravi violazioni dei diritti umani, dopo l'indignazione globale per l'omicidio, lo scorso ottobre, del giornalista dissidente Jamal Khashoggi compiuto nel consolato saudita a Istanbul da agenti segreti inviati da Riyadh.

Michele Giorgio

martedì 15 gennaio 2019

Arabia Saudita. Il dramma dei Rohingya espulsi: "prima ci hanno sfruttati e poi cacciati"

Avvenire
Non c'è pace per i Rohingya, la cui condizione apolide li espone a rischi altissimi, dalla tratta all'espulsione, anche quando cercano di trovare sicurezza e ospitalità in Paesi di fede islamica.


Dei Rohingya, per decenni appena tollerati in Myanmar dove non hanno mai avuto diritto di cittadinanza e dove sono stati sottoposti a ondate persecutorie fino a quella forse definitiva, con caratteristiche di genocidio, iniziata a fine agosto 2017, pochi ormai restano nel Paese.

Altri due milioni vivono in altri Paesi. Un milione in Bangladesh, confinante con lo Stato birmano settentrionale del Rakhine, il resto in una ventina di Paesi tra cui India, Indonesia, Malaysia, Nepal, Pakistan, Tailandia.

Mezzo milione in Arabia Saudita, in maggioranza accolti durante la persecuzione dell'inizio degli anni Novanta, perlopiù integrati, in molti casi con la concessione della cittadinanza. Diversa è la sorte di quanti hanno tentato di raggiungere illegalmente dal 2012 il Regno saudita e che vivono nella clandestinità o rinchiusi in centri di detenzione per essere poi espulsi verso i Paesi di ultima provenienza o quelli di cui hanno un passaporto falso.

Sono 32mila quelli rinchiusi nel centro di Shumaisi, a Gedda, non solo Rohingya. Tra essi anche donne e bambini. La loro sorte - un "volto" dell'immensa tragedia dei Rohingya finora ignorata - è emersa in un servizio pubblicato il 6 gennaio dal sito d'informazione Middle East Eye, che ha anche reso disponibile il video girato da un Rohingya mentre era in corso la sua espulsione attraverso l'aeroporto di Gedda (il video è visionabile dal sito web di Avvenire).

Nella ripresa, mentre le immagini mostrano decine di Rohingya in fila, in attesa di imbarcarsi su un volo per il Bangladesh, una voce maschile dichiara che "l'Arabia Saudita è un Paese musulmano, ma non ha nessuna pietà". "Quando sei qui ti vogliono solo sfruttare per riempirsi le tasche - racconto l'uomo. Sono qui per farvi sapere che, dopo essere stato in un centro di detenzione saudita per cinque anni in condizioni terribili, ora mi vogliono rispedire in Bangladesh".

"Le nostre autorità e rappresentanti in Arabia Saudita non hanno fatto nulla per impedirlo", aggiunge un altro profugo, ripreso con le manette ai polsi. Gli espulsi sono stati rastrellati nella notte, senza preavviso. "Sto girando questo video in aeroporto", si sente ancora. "Dopo che nel 2012 siamo scampati ad un genocidio (...) oggi l'Arabia Saudita, un Paese musulmano, ci dice di tornarcene da dove siamo venuti".

Purtroppo, i Rohingya non hanno alcun luogo che possano definire come "casa", se non le aree del Myanmar da cui sono stati costretti a fuggire dalle operazioni dei militari e paramilitari sostenuti dalla popolazione buddhista locale. 

Il Bangladesh ha fornito un sostengo umanitario essenziale ma trova crescenti difficoltà nel garantire ai profughi il necessario in termini materiali e si sicurezza. Un accordo per il rimpatrio negoziato con il governo birmano resta al momento sospeso e le porte dell'accoglienza altrove sono praticamente chiuse. 

Non meraviglia quindi che all'arrivo nella capitale bengalese Dacca, tredici profughi siano stati arrestati con l'accusa di aver utilizzato documenti falsi per entrare in Arabia Saudita. Un modo forse per disincentivare altri a tentare la stessa strada.

Stefano Vecchia

domenica 7 ottobre 2018

Jamal Khashoggi, giornalista saudita dissidente scomparso in Turchia all'interno dell'Ambasciata dell'Arabia Saudita

Il Post
Secondo molte fonti dei giornali americani Jamal Khashoggi sarebbe stato ucciso nel consolato saudita di Istanbul, ma per ora non ci sono prove.


Secondo le autorità turche, il giornalista e dissidente saudita Jamal Khashoggi – scomparso a Istanbul il 2 ottobre dopo essere entrato nel consolato del proprio paese – sarebbe stato ucciso. 

Lo hanno detto fonti anonime legate all’indagine al Washingon Post (giornale con cui Khashoggi collaborava), all’agenzia di stampa Reuters e al New York Times, spiegando che l’omicidio sarebbe avvenuto dentro all’edificio. 

L’unica forma di smentita da parte dell’Arabia Saudita finora è stato un comunicato diffuso dall’agenzia di stampa di stato, che cita un funzionario del consolato non identificato, che ha definito «senza fondamento» gli articoli pubblicati dai quotidiani americani.

Jamal Khashoggi è un giornalista saudita che scrive per il Washington Post e che è stato spesso critico verso la politica estera dell’Arabia Saudita, soprattutto riguardo al boicottaggio del Qatar, alla crisi con il Canada e alla guerra in Yemen. 

Khashoggi, che ha 59 anni e per molto tempo è stato vicino all’élite politica saudita, decise di lasciare il suo paese per trasferirsi negli Stati Uniti dopo che nel giugno 2017 il principe Mohammed bin Salman divenne primo in linea di successione al trono di suo padre, l’82enne Re Salman, e quindi di fatto la persona che comanda in Arabia Saudita. 

Di recente Khashoggi si è schierato contro le campagne di arresti di attivisti e dissidenti politici e le repressioni delle libertà individuali decise da Mohammed bin Salman. Per questo temeva di essere arrestato in caso di ritorno in Arabia Saudita.

Al momento della sparizione Khashoggi, che da qualche anno vive in un esilio auto-imposto negli Stati Uniti, era in Turchia per sposarsi con la sua compagna, una donna turca di nome Hatice Cengiz. Martedì era andato al consolato dell’Arabia Saudita a Istanbul per risolvere delle questioni burocratiche legate al matrimonio; era già stato al consolato il 28 settembre. 
Prima di entrare aveva lasciato il proprio cellulare alla compagna dicendole di essere preoccupato che lo avrebbero trattenuto: per questo le aveva detto di chiamare un politico turco del partito del presidente Recep Tayyip Erdoğan, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), nel caso non fosse uscito dall’edificio. Dopo quattro ore Cengiz aveva chiamato la polizia.

martedì 28 agosto 2018

Arabia Saudita, per la prima volta un’attivista donna, Israa al-Ghomgham, rischia la pena di morte

TPI News
Israa al-Ghomgham si è battuta per i diritti umani della minoranza sciita. Ora un procuratore saudita ha chiesto la pena capitale per lei e per altri quattro attivisti.

Israa al-Ghomgham
L’attivista donna saudita Israa al-Ghomgham rischia la pena di morte – insieme a quattro uomini – per le sue battaglie in favore dei diritti umani, secondo quanto denunciato dall’ong Human rights watch (HRW). Si tratta della prima donna saudita a rischiare la pena capitale per questioni legate alla battaglia per i diritti.

Israa al-Ghomgham è sotto processo dinanzi a un tribunale speciale per il terrorismo, con accuse che includono “incitamento alla protesta”, “sostegno morale ai rivoltosi”, “ripresa e pubblicazione di filmati delle proteste sui social media” e “partecipazione alle proteste” nella regione di Qatif, dove si sono svolte delle manifestazioni da parte della minoranza sciita del paese.

HRW ha avvertito che ha questo potrebbe diventare “un pericoloso precedente per le altre donne attiviste attualmente in carcere” nel regno saudita.

Almeno 13 attivisti per i diritti umani e per i diritti delle donne sono stati arrestati dalla metà di maggio. Sono accusati di aver messo a rischio la sicurezza nazionale. Alcuni di loro sono stati rilasciati, ma altri sono ancora detenuti in assenta di accuse formali, come sottolinea la Bbc.

Al-Ghomgham è un’attivista donna saudita appartenente alla minoranza sciita. È nota per aver partecipato e documentato le proteste di massa iniziate nel 2011 per chiedere la fine della discriminazione sistematica che i cittadini sauditi affrontano nel paese a maggioranza sunnita.

La minoranza sciita, nel paese dominato dai sunniti, sostiene di subire discriminazioni nel campo dell’istruzione e dell’occupazione e ha accusato le autorità di bandire o interferire con le loro cerimonie religiose, accuse sempre respinte da Riad.

Le autorità hanno arrestato al-Ghomgham e suo marito in un raid notturno nella loro casa il 6 dicembre 2015 e da quel momento li hanno trattenuti nella prigione di al-Mabahith di Dammam.

martedì 8 maggio 2018

Arabia Saudita. In 4 mesi eseguite 48 condanne a morte

avantionline.it
L'Arabia Saudita ha messo a morte 48 persone nei primi quattro mesi del 2018, metà dei quali per reati non violenti legati alla droga. Sono quasi 600 le esecuzioni nel Regno dall'inizio del 2014, più di un terzo per crimini di droga, quasi 150 solo lo scorso anno. I dati drammatici sono stati resi noti in queste ore da Human Rights Watch (Hrw).

Il rapporto tra pena di morte e reati di droga resta un tema centrale per gli attivisti per i diritti umani, nonostante siano solo quattro i paesi (Arabia Saudita, Cina, Iran e Singapore) che ufficialmente eseguano sentenze capitali per questa tipologia di reati (ma Amnesty International ritiene che non siano da escludere neppure Malesia e Vietnam, pur non dichiarandolo espressamente). 

Peraltro, si registrano tendenze discordanti tra paese e paese, perché se in Iran l'entità di esecuzioni di questo tipo si è ridotta dal quasi 60% del 2016 al 40% del 2017, probabilmente - spiega Amnesty nel suo recente rapporto sulla pena di morte - a causa delle modifiche legislative intervenute nel 2017 alle leggi antinarcotici, in Arabia Saudita invece le sentenze capitali eseguite per reati connessi alla droga sono aumentate dal 16% delle esecuzioni complessive nel 2016 al 40% nel 2017.

L'Arabia Saudita punisce con la pena di morte anche reati come terrorismo, omicidio, stupro, rapine a mano armata e i condannati a morte sono decapitati con una spada. Ma le organizzazioni per i diritti umani hanno ripetutamente espresso preoccupazioni sulla equità dei processi nel Regno, che è governato da una rigorosa forma di osservanza della legge islamica. "È abbastanza grave che l'Arabia Saudita metta a morte così tante persone, ma molte di loro non hanno commesso un crimine violento - ha dichiarato al Guardian Sarah Leah Whitson, direttore di Hrw per il Medio Oriente. Qualsiasi piano per limitare le esecuzioni per reati di droga deve prevedere miglioramenti al sistema giudiziario che non prevede processi equi".

Il principe ereditario Mohammed bin Salman, erede al trono designato, ha rivelato recentemente in un'intervista alla rivista Time che il Regno avrebbe preso in considerazione la possibilità per alcuni reati, tranne l'omicidio, di cambiare la pena dalla condanna capitale all'ergastolo. Una speranza per le organizzazioni umanitarie, ma in molti temono che gli annunci del principe siano solo di facciata.

Massimo Persotti

giovedì 26 aprile 2018

HRW - Pena di morte: in Arabia Saudita 48 esecuzioni nel 2018, metà per reati di droga

Blog Diritti Umani - Human Rights


Riyadh - Human Rights Watch ha detto che l'Arabia Saudita ha eseguito la condanna a morte di 48 persone finora nel 2018, metà delle quali per reati di droga.

Altri condannati per reati di droga rimangono nel braccio della morte, secondo quanto riferito dal gruppo per i diritti umani.

In un'intervista rilasciata a Time Magazine il mese scorso, il principe ereditario riformista saudita Mohammed bin Salman ha dichiarato che in alcune aree le sentenze di morte saudite possono essere trasformate in ergastoli.

Sarah Leah Whitson, direttore del Medio Oriente presso HRW, ha dichiarato: "Qualsiasi piano per limitare le esecuzioni di droga deve includere miglioramenti a un sistema giudiziario che non prevede processi equi".

L'Arabia Saudita ha realizzato una serie di riforme nell'ultimo anno, ma i gruppi internazionali per i diritti umani sollecitano il Regno ad apportare modifiche al suo trattamento dei difensori dei diritti umani, a fermare le esecuzioni e a cancellare il suo pervasivo sistema di supremazia maschile.

L'Arabia Saudita ha effettuato circa 600 esecuzioni dall'inizio del 2014, di cui oltre 200 per reati di droga, ha riferito HRW.

Fonte: Reuters

ES

giovedì 8 marzo 2018

Arabia Saudita - Nessuna giustizia per migliaia di "schiavi" pakistani detenuti e condannati a morte.

Blog Diritti umani - Human Rights
Le violazioni dei diritti umani sono molteplici in Arabia Saudita, dove migliaia di pakistani sono imprigionati e decine sono stati condannati a morte senza possibilità di difesa. Lo denuncia un rapporto pubblicato a Islamabad.

"L'Arabia Saudita esegue più pakistani di qualsiasi altra nazionalità, quasi tutti per il traffico di eroina", 66 di essi sono stati decapitatid tra il 2014 e il 2017, lo riferisce lo studio condotto dalle ONG Project Justice Pakistan (JPP) e Human Rights Watch (HRW).

Secondo i resoconti dei media sauditi, un uomo pakistano è stato messo a morte martedì e altri quattro sono stati condannati a morte il ​​mese scorso.

Dall'inizio dell'anno, 31 persone di tutte le nazionalità, sono state giustiziate in Arabia Saudita, secondo il conteggio di AFP.

Circa 2.795 pakistani sono attualmente detenuti in Arabia Saudita, essi "devono affrontare un sistema che li mette a lungo in stato di detenzione senza accusa né assistenza legale, e le autorità esercitano pressioni sui detenuti per fargli firmare confessioni per evitare il prolungarsi di queste detenzioni arbitrarie", ha denunciato Sarah Belal, direttore di JPP (Justice Project Pakistan), durante una conferenza stampa.

Le due organizzazioni criticano anche "servizi di traduzione inefficienti", che rendono i pakistani firmatari di una confessione senza nemmeno conoscerne il contenuto", ha detto Saroop Ijaz, ricercatore di HRW.

"Non sei solo condannato a morte, non sei sottoposto ad una procedura stabilita e senza gli elementi di base di un processo equo", la corte saudita non fornisce nemmeno avvocati agli imputati se non hanno possibilità economiche. Questo è generalmente il caso di "migranti economici pakistani".

Con 1,6 milioni di cittadini, i pakistani sono la seconda più grande comunità straniera in Arabia Saudita, spesso offrendo una manodopera poco qualificata.

Il sistema di "kafala" in vigore in questo paese, che regola lo status dei lavoratori migranti, vieta a molti di loro di cambiare lavoro prima della fine del loro contratto se il loro datore di lavoro si oppone. Delle ONG definiscono la condizione che ne deriva una sorta di lavoro forzato o anche di schiavitù.

I migranti pakistani "eccezionalmente poveri e gli emarginati", quindi devono affrontare un sistema giuridico discriminatorio, ha detto Saroop Ijaz, che critica anche "la mancanza di volontà del governo pakistano di proteggere i suoi cittadini" in Arabia Saudita.

ES

Fonte: AFP

martedì 9 gennaio 2018

Arabia Saudita - L’Onu contro Riad: “Attivisti vengano scarcerati”

Gli occhi della guerra
Nuove violazioni dei diritti umani da parte dell’Arabia Saudita. Gli esperti indipendenti dell’ONU, incaricati di monitorare il rispetto dei diritti umani nel mondo, hanno chiesto a Riyad di porre fine alla repressione degli attivisti e a rilasciare dozzine di detenuti in carcere dallo scorso settembre in modo che possano esercitare pacificamente i loro diritti civili e politici. 

A renderlo noto è Middle East Eye. Secondo gli esperti dell’ONU, sarebbero più di 60 i religiosi, scrittori, giornalisti, accademici e attivisti in carcere per motivi politici.

“Stiamo assistendo alla persecuzione dei difensori dei diritti umani colpevoli di aver esercitato pacificamente i loro diritti in nome della libertà di espressione, di associazione e credo”, sottolineano i cinque esperti indipendenti, che denunciano “un modello preoccupante di arresti e detenzioni arbitrarie diffuse e sistematiche attraverso l’uso, da parte del regno, delle leggi in materia di antiterrorismo e sicurezza”.

L’Onu: “Riyad pratica arresti arbitrari”
Secondo il rapporto delle Nazioni Unite, tra i detenuti ci sarebbe anche il predicatore Salman al-Ouda, che gli esperti dell’ONU definiscono un “riformista”, nonché “una figura religiosa che ha sollecitato un maggiore rispetto per i diritti umani nell’ambito della Shari’a”. Salman al-Ouda è un personaggio molto noto, membro dell’International Union for Muslim Scholars, nonché direttore dell’edizione araba del sito web Islam Today.

La notizia dell’arresto del religioso è apparsa anche sul Times lo scorso settembre: al-Ouda avrebbe esortato il governo saudita, attraverso un tweet, a sanare la spaccatura con il Qatar e per questo motivo sarebbe stato incarcerato dalle autorità. Tra le personalità finite in carcere, secondo l’ONU, ci sarebbero anche lo scrittore e accademico Abdullah al-Maliki, gli imprenditori Essam al-Zamel, e Abdulaziz Al Shubaily e Issa bin Hamid al-Hamid, dell’Associazione saudita dei diritti civili e politici (ACPRA). “Nonostante sia stato eletto come membro del Consiglio per i diritti umani alla fine del 2016, l’Arabia Saudita continua a praticare arresti arbitrari dei difensori dei diritti umani e dei critici del governo”, hanno sottolineato gli esperti delle Nazioni Unite.
“Difensori dei diritti umani in prigione”

Samah Hadid, direttrice delle campagne umanitarie per Amnesty International in Medio Oriente, aveva definito l’ondata di arresti iniziata in settembre su indicazione del principe ereditario Moḥammad bin Salmān, “un momento oscuro per la libertà di espressione in Arabia Saudita”. La comunità dei diritti umani impegnata a Riyad, ha sottolineato, “ha già pesantemente sofferto per colpa delle autorità, e ora con questi ultimi arresti quasi tutti i più importanti difensori dei diritti umani sono ora in prigione per accuse di terrorismo fasulle. Questi pacifici attivisti dovrebbero essere applauditi per il loro coraggio nel difendere i diritti umani, non rastrellati e rinchiusi”. Nonostante la recente presa di posizione degli esperti delle Nazioni Unite, raramente l’ONU ha criticato con fermezza il regno wahabita per la sua condotta. Tutt’altro.

Lo scorso aprile l’Arabia Saudita ha ottenuto un posto tra i 45 membri che costituiscono la Commissione delle Nazioni Unite sullo status delle donne (Uncsw), l’organismo ONU più impegnato nella lotta per l’uguaglianza di genere. Inoltre, nel giugno 2015, l’ambasciatore saudita Faisal bin Hassan Trad è stato nominato per un periodo presidente del Gruppo consultivo del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (Unhrc).

Nomine frutto di compromessi politici che hanno suscitato molte polemiche e indignazione per un paese ai primi posti per il numero di pene capitali imposte, processi sommari e limitazione della libertà d’espressione ma che rimane un grande alleato geopolitico dell’Occidente e degli Stati Uniti.

venerdì 22 settembre 2017

Yemen, Camera dei Deputati respinge ipotesi di embargo di armi verso l'Arabia Saudita

La Repubblica
Eppure era stato chiesto esplicitamente un provvedimento restrittivo dal Parlamento Europeo, oltre agli appelli di diverse organizzazioni della società civile. L’Arabia Saudita è alla guida della coalizione che sta alimentando un conflitto e una crisi umanitaria di estrema gravità. Con il voto di ieri non si è nemmeno stabilito di interrompere la spedizione delle bombe italiane



Ieri pomeriggio, la Camera dei Deputati ha respinto l'ipotesi di embargo relativo alla fornitura di bombe italiane verso l’Arabia Saudita e la conseguente partecipazione, seppur indiretta, dell’Italia a una guerra senza autorizzazione né mandato internazionale come quella in atto nello Yemen. Immediata è stata la reazione critica di tre organizzazioni umanitarie come Amnesty International, Rete Disarmo e Oxfam, che invece chiedevano che venissero presi provvedimenti riguardo l'esportazione di bombe nel Paese più povero del Medio Oriente, dilaniato da una guerra interna che dura dal marzo del 2015.

Le origini della guerra e il ruolo dell'Italia. Il conflitto civile cominciato esattamente il 19 marzo di due anni fa è esposo fra due fazioni che reclamano entrambe il diritto di governare il Paese, sostenute (e fomentate) dai loro rispettivi alleati esterni che sono, rispettivamente l'Iran per gli Huthi, d'ispirazione sciita, che si contrappongono alle forze leali al governo di Abd Rabbuh Mansur Hadi, con sede ad Aden, d'ispirazione sunnita, aiutate e protette dall'Arabia Saudita, con il favore statunitense. Le forze degli Huthi controllano la capitale Sana'a e sono alleate con le forze fedeli all'ex presidente Ali Abdullah Saleh. Anche al-Qaeda ha fatto la sua comparsa nella Penisola Arabica (AQAP) assieme agli affiliati yemeniti dello Stato Islamico (IS) che hanno eseguito attacchi, riuscendo a controllare la parte centrale del Paese e la costa. L’Italia invia da Cagliari armi fabbricate negli stabilimenti sardi della RWM Spa, di proprietà della tedesca Rheinmetall. Intanto, oltre due anni di guerra hanno causato 3 milioni di profughi e 18,8 milioni di persone (2/3 di yemeniti) dipendono dagli aiuti umanitari, perché prive di acqua, cibo, e di un tetto.
[...]

“Le bombe italiane pesano sulle coscienze”. “È incredibile come la maggioranza parlamentare, continui a essere sorda alla situazione dello Yemen, ignorando le nostre richieste di uno stop dell’invio di armi verso le parti in conflitto - dichiara Francesco Vignarca, Portavoce di Rete Disarmo - Certamente la situazione è ormai troppo complicata e sarà di difficile soluzione, ma ciò è anche colpa delle bombe italiane che da mesi vengono spedite alla volta dell’Arabia Saudita. Un macigno sulle coscienze della politica italiana”.

Marta Rizzo

mercoledì 20 settembre 2017

Arabia Saudita - Riyadh arresta Abdulaziz al-Shubaily e Issa al-Hamid attivisti per i diritti umani

Asia News
Erano in attesa di appello per precedenti condanne. Ong accusano: cercano di schiacciare il movimento per diritti umani. Dall’inizio del mese, le autorità hanno fermato 30 figure religiose e intellettuali.


Riyadh - La polizia saudita ha arrestato due attivisti per i diritti umani. Si tratta di Abdulaziz al-Shubaily e Issa al-Hamid, membri fondatori dell’Associazione saudita per i diritti civili e politici (Acpra). A denunciare il fermo è l’Ong Amnesty International (Ai), che accusa il regno saudita di voler “schiacciare il movimento per i diritti umani nel Paese”.

Entrambi gli attivisti erano in attesa di appello per precedenti condanne. All’inizio del 2017, Shubaily era stato condannato a otto anni di prigione per “minaccia all’ordine pubblico”. A quanto riporta Ai, fra i reati di cui è accusato vi è quello di aver fornito informazioni a organizzazioni straniere, utilizzate in rapporti sulle violazioni dei diritti umani in Arabia Saudita.

Hamid era stato processato l’aprile dello scorso anno dalla Corte speciale penale (Scc), una corte segreta anti-terrorismo, secondo Ai spesso utilizzata per condannare a lunghi periodi di reclusione i difensori dei diritti umani e altri dissidenti pacifici . La lunga lista di accuse include “incitamento alla violazione dell’ordine pubblico” e “insulto alla magistratura”, e riguarda dichiarazioni e articoli pubblicati dall’attivista su diversi argomenti, fra cui il diritto a manifestare e le violazioni dei diritti umani perpetrate dal ministero degli interni.

Al presente, Riyadh non ha ancora rilasciato commenti né confermato gli arresti.

La direttrice delle campagne di Ai per il Medio Oriente, Samah Hadid, ha dichiarato: “È momento buio per la libertà di espressione in Arabia Saudita… questi due arresti confermano il nostro timore che la nuova leadership guidata da Mohammed bin Salman sia determinata a schiacciare il movimento per i diritti umani nel Regno”.

Acpra, fondata nel 2009, è stata costretta a chiudere nel 2013. Dopo quella data, tutti gli 11 fondatori sono stati imprigionati.

Dall’inizio del mese, le autorità saudite hanno arrestato circa 30 religiosi, intellettuali e studiosi, più di 20 dei quali fermati la scorsa settimana. Gli arresti hanno attirato le critiche anche dell’Ong Human Rights Watch, secondo cui l’atteggiamento saudita è una “coordinata repressione del dissenso”.