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martedì 17 dicembre 2019

Sono 250 i giornalisti in carcere nel mondo: Cina al primo posto, Turchia seconda

La Stampa
Sono 250 in tutto il mondo, la maggior parte in Medio Oriente. Il Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj) ha calcolato che quest'anno è la Cina al primo posto fra i Paesi con più reporter incarcerati, con almeno 48, in aumento rispetto allo scorso anno. Segue la Turchia con 47, ma in deciso calo rispetto ai 68 del 2018.


In questa classifica negativa al terzo posto arrivano Arabia Saudita ed Egitto, entrambi con 26 giornalisti in prigione. In totale, almeno 250 reporter sono incarcerati in tutto il mondo a causa della loro professione. Un anno fa il Cpj aveva documentato 255 casi. Il numero rimane vicino ai 273 prigionieri registrati nel 2016, il record da quando viene pubblicata la statistica.

La Turchia ha guidato la classifica negli ultimi quattro anni, prima del forte calo nel corso del 2019, un miglioramento che però secondo la Ong non riflette "il successo degli sforzi del governo del presidente Recep Tayyip Erdogan per porre fine al giornalismo indipendente e critico". 

Se il Medio Oriente resta la regione critica, la situazione è in peggioramento in Cina. L'aumento dei reporter incarcerati è legato soprattutto alla repressione in corso nello Xinjiang, la regione autonoma dove vive la minoranza turcofona e musulmana degli uiguri.

Secondo il Cpj "il numero dei giornalisti arrestati è aumentato costantemente sotto la presidenza di Xi Jinping e il consolidamento del suo potere nel Paese", mentre la repressione nello Xinjiang "ha portato all'arresto di decine di reporter". Il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Hua Chunying, ha replicato che "le istituzioni con sede negli Stati Uniti non hanno credibilità" e che la Cina "è un Paese basato sulla stato di diritto, dove nessuno è al di sopra della legge".

Fra gli altri Paesi dove la libertà di stampa è limitata ci sono l'Eritrea, con 16 giornalisti imprigionati, poi il Vietnam, 12, l'Iran, 11. Il rapporto sottolinea come "autoritarismo, instabilità, proteste" hanno portato a un aumento degli arresti in Medio Oriente. Dei 250 reporter in carcere, "l'8 per cento sono donne", in calo dal 13 per cento dello scorso anno. La maggior parte sono stati arrestati per i loro articoli su temi come "diritti umani e corruzione". Il rapporto non include però i reporter sequestrati da entità non statali, come milizie e gruppi terroristici.

Giordano Stabile

venerdì 2 novembre 2018

#TruthNeverDies: 2 novembre "Giornata Unesco sui crimini contro i giornalisti". 71 uccisi nel 2017 e 45 nel 2018

ONUItalia
ONU Parigi - #TruthNeverDies. La verità non muore mai. Non è il titolo dell’ultimo film di James Bond, è lo slogan adottato dall’Unesco per la giornata di oggi, che dal 2013 è diventata la ‘Giornata internazionale per porre fine ai crimini contro i giornalisti”, mirata al riconoscimento dei rischi del giornalismo politico, e ad ottenere una tutela più completa del capitale intellettuale ed investigativo. Un capitale patrimonio di ogni testata piccola o grande che sia, in ogni paese del mondo.
Dice l’Unesco nella sua campagna social che ”Un giornalista vince il Pulitzer, cento vengono colpiti”.Ed è per questo che nel 2013 in omaggio ai due francesi uccisi proprio il 2 novembre in Mali, Ghislaine Dupont et Claude Verlon, l’agenzia dell’Onu decise di dedicare agli oltre 1000 reporter uccisi nel mondo dal 2006, e a coloro che li difendono, una giornata di riflessione. 

”Quando un giornalista viene assassinato – dice uno slogan Unesco – possiamo fermarci per un minuto di silenzio oppure fare molto rumore”. E lo si capisce perché i dati in possesso dell’agenzia delle Nazioni Unite sono esplicativi della fatica e dei rischi che in molte parti del mondo quel lavoro comporta.

Dal 2006, l’Unesco, in un rapporto pubblicato ieri, stima in 1.010 i giornalisti e lavoratori dei media uccisi. Ma, aggiunge, in nove casi su dieci nessuno è stato condannato e il crimine è rimasto impunito.
Secondo il Committee to protect journalists nel 2018 sono stati ammazzati finora 45 giornalisti, contro i 71 del 2017. ma il bilancio di Reporters sans frontieres segnalava l’anno scorso 326 detenuti, 54 in ostaggio, 65 uccisi e due scomparsi.
In 12 anni la lista delle vittime si è allungata, ma quella che riguarda intimidazioni, censure, violenze, endemiche in molti paesi del mondo tanto da rendere impossibile avere un informazione equa e libera, non è ancora stata stilata.

Gli ultimi casi riguardanti il saudita Jamal Khashoggi, ucciso in modo feroce nel suo consolato in Turchia, Mohammed al-Absi avvelenato in Yemen; Miroslava Breach et Javier Valdez eliminati a colpi d’arma da fuoco in Messico sono appunto solo gli ultimi : al Newseum, il museo del giornalismo di Washington, c’è una parete di cristallo alta due piani dove risaltano i nomi di migliaia di operatori dell’informazione cui è stata tolta la vita.

Dalla strage di Charlie Hebdo a Parigi, a Ilaria Alpi e Miran Hrovatin in Somalia, da Maria Grazia Cutuli in Afghanistan, a DaphneCaruana Galizia a Malta, ai cinque giornalisti della Capital Gazette in Maryland, uccisi a sangue freddo, alle decine e decine di reporter abbattuti in Africa, Russia, Turchia, Medio Oriente, Sudamerica ma anche in quei paesi dove libertà di stampa e di inchiesta dovrebbero essere capisaldi di democrazia.

In occasione della Giornata, un gruppo di esperti di diritti umanitari eletti dall’ONU, ha voluto evidenziare come certo clima di violenza e intimidazione talvolta sia il primo passo verso la condanna dei giornalisti. David Kaye, special rapporteur per la promozione e la protezione del diritto alla libertà d’opinione e di espressione, Agnes Callamard, special rapporteur per i crimini umanitari, e Bernard Duhaime, segretario del gruppo che si occupa delle sparizioni involontarie, si sono uniti in un messaggio contro la tossicità delle politiche spesso adottate contro la libertà di stampa.

”Queste ultime settimane hanno dimostrato, una volta ancora, la natura tossica e sproporzionata dell’incitamento politico contro i giornalisti. Chiediamo agli stati membri di intraprendere politiche che assicurino alla giustizia chi attacca i giornalisti, sia in maniera fisica che politica e psicologica”, afferma il loro comunicato.

Partendo dal principio secondo il quale ogni popolo ha diritto alla verità, va sancito per sempre che i giornalisti hanno il diritto di raccontarla.

domenica 1 luglio 2018

L'ONU condanna l'omicidio del giornalista messicano José Guadalupe Chan.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Messico - Ufficio dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha condannato Sabato l'omicidio del giornalista José Guadalupe Chan Dzib accaduto nella città di Felipe Carrillo Puerto, nello stato di Quintana Roo.

José Guadalupe Chan Dzib
Secondo quanto riportato dalla stampa, il crimine del giornalista è avvenuto nella notte di venerdì 29 giugno quando un individuo ha sparato a Chan Dzib all'interno di un bar.

Lavorava per il settimanale "Playa News" e ha avuto una lunga carriera come giornalista.

Secondo le informazioni ricevute dall'Ufficio, il giornalista è stato vittima di minacce durante le ultime settimane. Chan Dzib ha comunicato l'intimidazione alle autorità ma non ha ricevuto 
da loro alcun tipo di protezione .

Inoltre, altri giornalisti della regione, come il direttore generale di "Playa News", sono stati anche minacciati negli ultimi mesi.

L'Ufficio ha richiesto l'apertura di un'indagine "esauriente e tempestiva" per trovare i esecutori materiali e gli ideatori del crimine.

Alle autorità si è richiesto di offrire "la necessaria attenzione" alla famiglia di Chan Dzib e di mettere in atto delle misure di protezione per i compagni del giornalista che sono a rischio.


ES

Fonte: UN News

lunedì 19 marzo 2018

Turchia: Fnsi, non lasciamo soli i 150 giornalisti incarcerati

Ansa
'La Turchia è la più grande prigione dei giornalisti', dove il ''sistema politico controlla quasi totalmente il sistema giuridico'' e dove chiunque si metta contro il potere finisce in carcere. E' questo il messaggio lanciato a Roma in un incontro organizzato dalla Fnsi, Federazione nazionale della stampa italiana.


Sono 150 i giornalisti attualmente in carcere - di cui 120 arrestati dopo il tentato golpe del 15 luglio 2016 - mentre 520 sono sotto processo. Le testate chiuse sono invece 180, e moltissimi i blogger finiti in prigione per una presunta affiliazione con il gruppo del religioso Fetullah Gulen.

Numeri allarmanti su cui non si può tacere. Colleghi che non possono essere dimenticati, ha detto il presidente della Fnsi, Giuseppe Giulietti. Il nostro dovere, ha aggiunto, ''è quello di non lasciarli soli e di essere la loro voce''.

Il prossimo 2 maggio, fa sapere, ''in occasione della giornata dedicata alla libertà di informazione (che si celebra il 3 maggio), insieme ad Amnesty International, ricorderemo tutti i colleghi turchi in carcere''. Difendere chi lotta per la libertà, ha esortato, ''è nostro compito, anche rafforzando la nostra presenza come Fnsi, chiedendo anche di prendere parte ai processi dei colleghi turchi''.

Esemplare nella dura repressione delle autorità turche è il caso dello storico quotidiano di opposizione Cumhuriyet: 17 gli imputati nel processo in corso a Instabul, dove sono state chieste 13 condanne. Ad essere sotto attacco non è un singolo giornalista, ha detto Antonella Napoli, di Articolo 21 - ma ''tutto un giornale e la sua linea editoriale, nel tentativo di cancellare totalmente il quotidiano''.

Pochi giorni fa erano stati scarcerati il direttore, Murat Sabuncu, e il giornalista d'inchiesta Ahmet Sik. Tutti legati secondo l'accusa all'imam e finanziere residente negli Usa, additato da Ankara come la mente del fallito golpe.

Ad essere colpiti nella Turchia al tempo di Erdogan non ci sono soltanto esponenti del mondo dell'informazione, ma anche ''500 avvocati incarcerati e 8 mila giudici, sui 22 mila magistrati turchi, 43 sindaci, 11 parlamentari, sono stati incarcerati'', ricorda dal canto suo Murat Cinar.
Il giornalista è anche curatore del libro ''Ogni luogo è Taksim. Da Gezi Park al contro-golpe di Erdogan', edito da Rosenberg & Sellier e firmato dal collega turco-tedesco, Deniz Yucel, tornato a casa dopo un anno di carcere con l'accusa di ''propaganda terroristica'' e ''incitamento all'odio e ostilità''. E' difficile, spiega Cinar, raccontare la Turchia di oggi.

''La libertà di stampa e di opinione sono praticamente inesistenti, ma la motivazione è molto più complessa di quanto troppo spesso viene raccontato dai media'', rimarca. ''Siamo davanti a un disegno politico e economico preciso, con un sistema di potere molto forte'' che controlla la magistratura, l'informazione, il tessuto economico, e che ha collegamenti con il sistema finanziario internazionale, ricorda Cinar. A lui il compito, nella postfazione al volume, di illustrare quanto accaduto nel suo Paese dal 2015 in poi.

Cristiana Missori

venerdì 16 febbraio 2018

Turchia, ergastolo per Ahmet e Mehmet Altan e Nazli Iliack. Fnsi: «È la morte dello stato di diritto»

FNSI
«Le autorità italiane ed europee non possono assistere passive alla condanna al carcere a vita di giornalisti e intellettuali colpevoli solo di aver svolto il proprio lavoro di informare i cittadini turchi e per questo trattati come terroristi», è l’appello del segretario generale Lorusso e del presidente Giulietti.


Una delle manifestazioni che si sono svolte davanti al
Tribunale di Istambul contro la carcerazione dei giornalisti
«La condanna all’ergastolo inflitta dai giudici turchi ai giornalisti Ahmet e Mehmet Altan e Nazli Iliack e agli tre imputati, tutti già in detenzione preventiva da oltre un anno, decreta la morte dello stato di diritto in Turchia». Il segretario generale e il presidente della Fnsi, Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti, commentano così la notizia della sentenza decretata dal tribunale penale del penitenziario di Silivri, vicino Istanbul.

«Le autorità italiane ed europee – proseguono – non possono assistere passive alla condanna al carcere a vita di giornalisti e intellettuali colpevoli solo di aver svolto il proprio lavoro di informare i cittadini turchi e per questo trattati come terroristi. Chiederemo alla Federazione internazionale dei giornalisti di attivarsi subito per promuovere una grande manifestazione contro questa sentenza e scriveremo al presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani, per chiedere che l’Europa prenda una posizione unita e decisa contro la sistematica violazione della libertà di stampa e dei diritti civili in Turchia».

Gli imputati, accusati di 'tentativo di rovesciare l'ordine costituzionale' e di aver sostenuto movimenti terroristici attraverso la loro attività giornalistica, erano finiti in manette all’indomani del tentato golpe del 15 luglio 2016. La Corte Costituzionale turca aveva di recente dichiarato illegittima la loro carcerazione preventiva, riconoscendo che ne violava i diritti, ma i giudici di merito hanno negato la scarcerazione.

giovedì 24 agosto 2017

Messico - Ucciso Cándido Ríos Vázquez, sono 10 i giornalisti uccisi in 8 mesi


EuroNews
Ancora un giornalista ucciso in Messico. È il decimo nel 2017. La vittima si chiama Cándido Ríos Vázquez, l’uomo è stato freddato a colpi di pistola a Hueyapan de Ocampo, 200 chilometri a sud di Veracruz.

Il giornalista Cándido Ríos Vázquez
Era corrispondente di un giornale locale, seguiva la cronaca nera e godeva di un programma governativo di protezione dei giornalisti.Il giornalista si accompagnava con un ex candidato a sindaco della cittadina, recentemente scosso dall’assassinio di un famigliare. 
Anche quest’uomo è stato ucciso, insieme a una terza persona.

Hilda Martínez, la vedova, dice: “Chiedo che venga fatta giustizia e chiedo che si sappia attraverso le indagini, se si tratta di qualcosa di personale o no. Bisogna sapere che Gaspar Gomez Jemenez lo minacciava sempre di morte. Voglio anch’io protezione per me stessa, perché non uccidano anche me”. 

Gaspar Gomez Jemenez è l’ex sindaco di Hueyapan de Ocampo che più volte il giornalista aveva denunciato per minacce di morte; che ci sia un nesso tra le denunce penali e l’assassinio del giornalista, è oggetto d’indagine.

sabato 19 agosto 2017

Defend Europe minaccia i giornalisti. Solidarietà con Andrea Palladino. Non è solo!

Blog Diritti Umani - Human Rights
Questo Blog aveva già messo in evidenza l'inquietante iniziativa della: "Nave ‘nera’ della destra estrema europea contro Ong a caccia di migranti per riportarli in Libia" pubblicando un post dal Blog "Remocontro" di Ennio Remondino del 18 luglio 2017.  
Il giornalista Andrea Paladino ha realizzato per il settimanale Famiglia Cristiana un serie di articoli di inchiesta su questa vicenda, divenendo oggetto di attacchi da parte degli organizzatori di questa "missione" pensano che la sua fosse una voce isolata. 
Esprimiamo tutta la solidarietà ad Andrea Palladino, invitando ad unirsi: lettori, Followers, "Amici".L'impegno sarà quello di diffondere nei prossimi post gli articoli di inchiesta che sono stati prodotti e che verranno pubblicati in furuto da tutti i giornalisti che vorranno fare luce e denunciare l'azione di questa "missione".
Di seguito l'appello di Stefano Feltri del Fatto Quotidiano

Il Fatto Quotidiano
Il dibattito, molto importante e complesso, sul ruolo delle ong nella gestione del flusso di migranti nel Mediterraneo è talvolta avvelenato da politici cinici che cercano voti predicando odio e da alcuni soggetti oscuri che seguono agende poco chiare. Soggetti come Defend Europe, l’associazione di destra identitaria che ha armato la nave C-Star in funzione anti-ong.


Gian Marco Concas, un ex ufficiale di Marina responsabile tecnico della missione, si è prodotto in un messaggio via Facebook, una lettera di insulti e di minacce assai poco velate ad Andrea Palladino, bravo giornalista d’inchiesta che scrive anche per il Fatto Quotidiano, colpevole di aver scritto una serie di articoli per Famiglia Cristiana su Defend Europe e sulle opacità di questa strana missione. Questo signor Concas si produce in una serie di allusioni che hanno come scopo screditare Palladino e indicare una sua presunta solitudine, quasi a dire che è lui l’anello debole da colpire (“lasciano indietro alcuni dei propri uomini, i più ingenui, i sacrificabili”… “Apprendisti galoppini” ecc.).

giovedì 29 dicembre 2016

Algeria: Reporters sans Frontières denuncia grave violazione della libertà di stampa

AnsaMed
Detenzioni arbitrarie e un costante aumento della violenza nei confronti dei giornalisti, in particolare via Internet; pluralismo mediatico asfittico e un servizio pubblico asservito al potere (che rimane intoccabile).


Il giornalismo algerino è sotto scacco. A dirlo è l'ultimo rapporto di Reporters sans Frontières (Rsf) dedicato alla libertà d'informazione in Algeria. A pesare, denuncia l'inchiesta - che posiziona il Paese maghrebino al 129 posto su 180 nella classifica mondiale 2016 sulla libertà di stampa - oltre alle incarcerazioni pretestuose, sono le continue pressioni politiche, le intimidazioni e, soprattutto, una nuova forma di violenza: quella che viaggia sulla Rete ''a opera di mercenari che, riprendendo articoli in controtendenza o critici nei confronti del potere, dileggiano e incitano all'odio. 

Una prassi sempre più frequente, si legge nel rapporto - in grado di scatenare commenti a catena dei lettori che, sulla pagina o sul profilo del giornalista, giungono a minacciarlo anche di morte. Dinnanzi a questa situazione, ''le autorità non fanno assolutamente nulla. E peggio ancora - scrive Rsf - secondo diverse fonti, gli stessi servizi di sicurezza incoraggerebbero questo tipo di pratica''. Se la libertà di stampa è ancora merce rara nel Paese, a mancare non sono certo le testate. Con l'avvento dei movimenti di protesta del 2011 nel mondo arabo, infatti, anche le autorità algerine avviano alcune riforme che portano a un ammorbidimento delle sanzioni (il carcere viene sostituito con ammende) e a uan lieve apertura. Nel 2014 viene cosi' modificata la legge sull'Audiovisivo e il numero di testate lievita fino a 150.

Molte di queste, o quasi tutte, per assicurarsi la pubblicità scelgono una linea piuttosto morbida nei confronti del potere. A essere meno allineate, rileva l'inchiesta, sono le testate online (web Tv e periodici) e il giornalismo diretto - dei cittadini - attraverso i social network. Il rovescio della medaglia, spiega il rapporto, è la poca chiarezza normativa che disciplina il funzionamento delle testate online e la facilità con cui le autorità possono in qualsiasi momento oscurare i siti e bloccare l'accesso alla rete. Il vero spauracchio per i giornalisti algerini è il codice penale. ''Diffamazione, oltraggio e ingiuria'', ricorda Rsf, ''sono reati disciplinati dal codice che prevede sanzioni da 2 mesi a 5 anni di detenzione e da 10 a 4.000 euro di ammenda''.

Fra i casi più eclatanti, quello del giornalista algerino-britannico Mohamed Tamalt corrispondente del giornale algerino El Khabar a Londra, morto l'11 dicembre scorso nel carcere di Algeri. Imprigionato il 27 giugno scorso, era stato condannato a 2 anni di detenzione per oltraggio e contro presidente algerino. Dopo uno sciopero della fame, il suo stato di salute si aggrava, riducendolo in fin di vita. In base alle accuse, Tamalt avrebbe postato video e poesie diffuse via Internet insultando il capo dello Stato. O ancora quello di Mehdi Benaissa e Ryad Hartouf, responsabili della Tv KBC (del gruppo El Khabar), incarcerati dal 24 giugno al 18 luglio 2016 ''per false dichiarazioni'' in merito alle autorizzazioni per effettuare alcune riprese. 

Perché le cose cambino, conclude il rapporto, serve innanzitutto l'apertura di una inchiesta in grado di stabilire la verità sulla morte di Mohamed Tamalt, che porti alla punizione dei responsabili. Rsf chiede poi ''la scarcerazione di tutti i giornalisti detenuti per il solo fatto di avere esercitato il proprio diritto a informare''; che il codice penale non venga utilizzato per avallare detenzioni arbitrarie e procedure amministrative illegali e, infine, la protezione dei giornalisti dalla violenza che scorre attraverso la Rete.

mercoledì 2 novembre 2016

Africa, giornalisti uccisi e senza giustizia. Decine di morti, sempre più rischioso fare informazione

DIRE
Tempi duri per i giornalisti in Africa. Non solo è sempre più rischioso fare informazione, ma non c’è giustizia per chi viene ucciso in servizio. A denunciarlo è il Committee to Protect Journalists (Cpj) che nei giorni scorsi ha reso pubblico il Global Impunity Index.


Somalia. Abdiaziz Mohamed Ali, giornalista di Radio Shabelle ucciso nel settembre 2016
I dati del Global Impunity Index riguardano 13 Paesi che rappresentano l’80% degli omicidi irrisolti in tutto il mondo dal 2006 al 2016. Solo il 3% del totale dei casi di uccisioni di giornalisti nel decennio ha avuto piena giustizia.Secondo l’indice, il 25% dei sospettati sono governativi o militari funzionari e il 40% è costituito da gruppi politici, tra cui i gruppi estremisti quali Stato islamico. L’indice calcola il numero di omicidi di giornalisti irrisolti come percentuale della popolazione di ciascun paese. Solo le nazioni con cinque o più casi irrisolti sono state incluse.

Dal 2006, in Africa, 34 casi di omicidio di giornalisti sono rimasti irrisolti: 24 in Somalia, cinque in Sud Sudan e cinque in Nigeria. In Somalia, il Comitato punta il dito contro l’utilizzo dei tribunali militari.

I giudici militari non sarebbero sempre in grado di fare giustizia anche perché, spesso, i giornalisti vengono eliminati proprio da militari o da sicari loro collegati. Ciò eliminerebbe ogni possibilità di processo giusto. In Sud Sudan, a gennaio 2015 sono stati uccisi cinque giornalisti con armi da fuoco e a colpi di machete. I loro corpi sono poi stati bruciati. La loro colpa principale era quella di trovarsi in un convoglio organizzato da politici. Per loro non c’è stata alcuna giustizia. Anche lo Stato nigeriano, che pure è una grande democrazia, è stato negligente nell’individuare e perseguire i colpevoli, responsabili per l’omicidio di cinque giornalisti negli ultimi 10 anni. Secondo la ricerca, le lacune nelle indagini sarebbero legate, come in Somalia, al coinvolgimento delle forze di sicurezzanegli omicidi.

sabato 30 luglio 2016

Turchia: la marcia dei giornalisti in manette ultima indecenza del regime

Il Manifesto
Venti dei 42 giornalisti contro cui è stato spiccato un mandato d'arresto ieri portati in tribunale a Istanbul. Decapitato l'esercito: il 44% dei generali turchi sono in custodia, 178 su 35. Impossibile scorrere le foto pubblicate ieri su Twitter dal giornalista Mahir Zeynalov (@MahirZeynalov), poi riprese dai media, e non provare un brivido. Giornalisti, reporter, colleghi, scendono una scalinata circondati da poliziotti che li tengono per le braccia. Alcuni sfidano con lo sguardo, altri hanno la testa bassa.


Gli arresti che il regime di Erdogan ha ordinato negli ultimi giorni, sulla base di supposti legami con i golpisti del 15 luglio e il movimento dell'imam Gülen, non hanno giustificazione. Dei 42 giornalisti contro i quali è stato spiccato un mandato d'arresto, 11 sono andati all'estero e 9 sono ricercati. Gli altri sono in manette: 20 di loro ieri scendevano la scalinata della corte di Istanbul che ne ha confermato la detenzione.
Tra loro la famosa commentatrice tv Nazli Ilicak, il reporter di Hurriyet Arda Akin, Bulent Mumay (che pochi giorni fa ricordava come negli anni è stato tacciato dal governo di ogni possibile simpatia, dai kurdi del Pkk ai marxisti del Dhkp-C fino al presidente siriano Assad), il giornalista investigativo Bunyamin Koseli, l'esperta di cronaca giudiziaria Busra Erdal (con reportage che non sono piaciuti al governo dell'Akp, l'editorialista di al Monitor Ufuk Sanli. E via a scorrere, lungo la linea tracciata dalla paranoia autoritaria.
La campagna di punizione collettiva prosegue inesorabile, come nulla fosse. Dopotutto l'alleato europeo che versa miliardi di euro nelle casse di Ankara non fiata. Mentre i giornalisti venivano portati in tribunale, venivano pubblicati i numeri sugli arrestati nell'esercito. Alle forze armate turche è saltata la testa: di 358 generali, 178 sono agli arresti. Il 44% dei vertici dell'esercito è evaporato: 87 generali delle forze di terra, 30 dell'aviazione, 32 della marina, 7 della gendarmeria e uno della guardia costiera. Un numero che non combacia con quello dei soldati considerati coinvolti nel tentato golpe: secondo l'esercito vi hanno preso parte 8.651 militari, l'1,5% del totale.
Delle due, l'una: o i vertici golpisti contavano solo sulle proprie forze o la loro espulsione era in programma da tempo. È ormai chiaro che Erdogan non ha dovuto aspettare il 30 agosto (data classica di pensionamento nelle forze armate) per la pulizia che aveva già in mente. Ora il passo successivo è scontato: assumere il controllo definitivo dell'esercito con figure a lui vicine, stessa procedura adottata nell'università. 

E mentre ieri il terzo ufficiale si toglieva la vita in custodia, il premier Yildirim annunciava la chiusura delle basi militari ad Ankara e Istanbul utilizzate dai golpisti. Andranno sostituite e la soluzione c'è già: aprirne di nuove lontano dalle grandi città. E a chi muove critiche, 
Erdogan risponde con rabbia: il generale Votel, capo del Comando Centrale dell'esercito Usa, è stato accusato dal presidente di essere a fianco dei golpisti per aver detto che simili epurazioni di massa danneggiano la guerra all'Isis.

giovedì 10 marzo 2016

Immigrazione: I giornalisti non sono i benvenuti: In tutta Europa vengono ostacolati nel documentare le condizioni dei migranti

Blog Diritti Umani - Human Rights
"Alla stampa non è consentito l'accesso nei centri di accoglienza." Il messaggio da parte del governo greco non avrebbe potuto essere più chiaro. "Nessun permesso sarà dato a troupe televisive e giornalisti ad accedere ai locali che ospitano i rifugiati." 


Poliziotto ungherese alla frontiera cerca di fermare un bambino migrante con in braccio un neonato
Yiannis Mouzalas, il ministro responsabile della politica dell'immigrazione lo afferma in un comunicato del 29 febbraio. In segno di protesta la Federazione panellenica dei giornalisti  una delle più importanti associazioni sindacali dei giornalisti professionisti in Grecia, ha risposto sottolineando che "la società richiede di mostrare tutti gli aspetti della crisi dei rifugiati, comprese le condizioni delle aree dove i profughi vengono ospitati."

La crisi migratoria è diventata un storia interessante in Europa. Domina le notizie televisive con filmati drammatici di migranti su imbarcazioni traballanti che cercano di raggiungere le isole greche dalla terraferma turca, famiglie bloccate in posti di frontiera nei Balcani, o espulsi dalla polizia dai campi improvvisati nella cosiddetta giungla a Calais, nel nord della Francia. Fioriscono ogni giorno editoriali di giornali politici del UE . I social media sono inondati con dichiarazioni di ogni tipo e provenienza.

I giornalisti però sono sempre più banditi dall'aver accesso a notizie dirette. 
L'anno scorso, il governo di centro-destra ungherese, che ha eretto una recinzione di filo spinato lungo i confini del paese con la Serbia e la Croazia, ha introdotto delle regole per ostacolare il lavoro dei giornalisti. 
CPJ (Committee to Protect Journalists) ha documentato lo scorso anno come, in un solo giorno nel mese di settembre, sette giornalisti che lavoravano sulle storie di migranti sono stati picchiati o arrestati dalla polizia ungherese. 
La polizia ungherese ha negato di aver attaccato i giornalisti, ha riferito l'Associated Press. Alla stampa è stato anche vietato di entrare nei campi profughi o nei centri di transito, dicendo di voler tutelare la privacy e la sicurezza dei rifugiati.

Purtroppo c'è molto da nascondere dei trattamenti a cui vengono sottoposti i rifugiati alle frontiere e nei centri di accoglienza con continue violazioni dei diritti umani.

ES

Fonte CPJ

giovedì 11 febbraio 2016

Messico, trovata morta la giornalista Anabel Flores Salazar rapita a Veracruz. Almeno 16 i giornalisti uccisi dal 2010

Huffingtonpost
Una giornalista 32/enne di Veracruz, Anabel Flores Salazar, è stata trovata morta oggi: lo ha reso noto la procura locale, precisando che lunedì scorso la donna era stata sequestrata dalla sua abitazione da un gruppo di uomini armati.
Anabel Flores Salazar
Il corpo della cronista è stato trovato ai margini di un' autostrada nello stato di Puebla, confinante con Veracruz. La giornalista aveva le mani legate ed era seminuda. Flores Salazar, 'freelance' di 'El Sol de Orizaba' e madre di un bebè e di un bambino di 4 anni, nel quotidiano si occupava in particolare degli omicidi e degli altri fatti della cronaca nera locale, precisano i media messicani.

Nell'agosto del 2004 la reporter si trovava insieme ad un uomo di una gang criminale nel momento in cui questo era stato arrestato, ha d'altra parte ricordato il 'Comitato per la protezione dei giornalisti', sottolineando che le autorità stanno tra l'altro indagando su questo fronte.

"Il governatore di Veracruz, Javier Duarte de Ochoa, ha alle spalle una triste storia di impunità ed è stato incapace, e poco disposto, a perseguire i delitti contro la stampa", ha precisato il coordinatore dell'organismo, Carlos Lauria. Dal 2000 a oggi i cronisti uccisi a Veracruz sono sedici, dieci dei quali, ricordano altre fonti, negli ultimi cinque anni.

domenica 30 agosto 2015

Egitto, giornalisti di Al Jazeera condannati a tre anni di carcere

Corriere della Sera
Sono l’australiano Peter Greste, l’egiziano-canadese Mohamed Fahmi e il producer egiziano Baher Mohammed. 
Il reato, false informazioni a favore dei Fratelli Musulmani

Il tribunale del Cairo ha condannato tre giornalisti di al Jazeera a tre anni di carcere. Così si conclude il processo di appello per l’australiano Peter Greste, l’egiziano-canadese Mohamed Fahmi e e il producer egiziano Baher Mohammed per il reato di aver diffuso false informazioni a favore degli islamisti dei Fratelli Musulmani e del deposto presidente Mohamed Morsi. Tra i loro avvocati c'è Amal Alamuddin, moglie di George Clooney.

La vicenda giudiziaria
I tre giornalisti furono arrestati il 29 dicembre 2013 in un hotel dove soggiornavano al Cairo e il processo iniziò il 20 febbraio del 2014. Il 23 giugno dello scorso anno la Corte d’assise condannò Peter Grestie e Mohamed Fahmi a 7 anni di reclusione, mentre Mohamed Baher a 10 anni, pena più dura perché, secondo l’accusa, era stato trovato in possesso di un proiettile. La sentenza scatenò critiche e polemiche da parte di associazioni che difendono la libertà di stampa e attivisti per i diritti e il 1° gennaio 2015 la Corte di Cassazione annullò il processo di giugno disponendo che venisse rifatto. Dopo 400 giorni di carcere, il primo febbraio 2015 le autorità egiziane avevano rilasciato l’australiano Greste e lo avevano espulso dal Paese. Gli altri due reporter erano stati scarcerati (uno su cauzione), in regime di libertà vigilata. Greste ha commentato al decisione del tribunale su Twitter: «Scioccato. Offeso. Arrabbiato. Niente di tutto ciò descrive come mi sento adesso. Una condanna a tre anni è totalmente sbagliata».
Nuova legge contro il terrorismo

L'Egitto ha approvato recentemente un nuovo pacchetto di misure per contrastare il terrorismo. La legge prevede nuove pene per chi si rende complice di complotti e atti terroristici fino alla condanna a morte, ma anche sanzioni per i giornalisti che pubblicano informazioni false o in contraddizione con quanto diffuso dal ministero della Difesa.

giovedì 27 agosto 2015

#MéxicoNosUrge, l’appello per fermare la violenza in Messico

Left
«Come giornalisti siamo in pericolo, non abbiamo protezioni minime ma, anche se in queste condizioni, aquí estamos, noi ci siamo, tenemos mucha fuerza, abbiamo molta forza, porque tenemos la verdad a nuestro lado, perché dalla nostra parte abbiamo la verità». Il fotogiornalista Rubén Espinosa Becerril il 12 giugno 2015 si rifugia da Veracruz a Città del Messico dopo essere stato minacciato da “persone non identificate”. 


Un mese e mezzo dopo, il 31 luglio, viene assassinato con l’attivista sociale Nadia Vera, anche lei fuggita da Veracruz, e tre donne che vivevano nello stesso appartamento nella colonia Narvarte. Rubén continuava a denunciare come la libertà di stampa in Messico viene violentata quotidianamente, in particolare nello stato di Veracruz.

«In questi ultimi cinque anni, durante il governo del priista Javier Duarte de Ochoa sono stati assassinati 15 giornalisti, tutti gli omicidi sono rimasti impuniti. Veracruz è la culla della violenza contro i giornalisti», denunciava. Fino al 31 luglio, quando un gruppo armato irrompe nell’appartamento in cui viveva a Città del Messico. Un giorno qualunque, in un quartiere alto borghese, delle persone entrano in una casa e, dopo aver violentato l’attivista Nadia Vera, la studentessa Yesenia Quiroz Alfaro e altre due donne che si trovavano con loro, Nicole Simon e Alejandra, uccidono tutti.
Dopo la strage, che ricorda le dittature argentine e cilene degli anni 70, la domanda centrale è perché li hanno uccisi. La giornalista indipendente Catalina Ruiz-Navarro, in uno degli editoriali più interessanti scritti in questo periodo, afferma: «Li hanno uccisi perché hanno potuto. Nella vita reale, non possiamo fare niente se non abbiamo l’opportunità di farlo, e questa opportunità in Messico è strutturale: l’ingiustizia è lo Stato. Una mancanza di protezione e impunità quasi assoluta: per questi li hanno uccisi».

Per Rubén e Nadia non è bastato rifugiarsi a Città del Messico, considerata finora un porto sicuro in cui ripararsi dalle aggressioni contro la libertà di stampa. Il messaggio è chiaro: non si è sicuri da nessuna parte. Rubén Espinosa è l’ultimo degli oltre cento giornalisti assassinati in Messico dal 2000 ad oggi.
Attivisti dei movimenti sociali, giornalisti, familiari delle vittime di femminicidio o di desaparición forzada che lottano per non lasciare impuni i crimini in Messico sono costantemente in pericolo. Tra gli attivisti e giornalisti minacciati ci sono anche cittadini italiani ed europei, che si sono uniti e hanno deciso di scrivere un appello, 

#MéxicoNosUrge, all’Unione Europea affinché interrompa le relazioni politiche e commerciali con uno Stato che viola costantemente i diritti umani. Nell’appello si chiede che il Parlamento Europeo esprima la sua preoccupazione rispetto alla grave crisi dei diritti umani che vive il Messico e che l’Italia e l’Unione Europea sospendano tutte le relazioni (politiche e commerciali) con il Messico fino a quando non si farà luce sui gravi casi di omicidio, violenza e sparizione forzata di persone.
Left aderisce e rilancia l’appello, proponendo sul numero in edicola da sabato 29 agosto un approfondimento sui desaparecidos e un reportage sulle condizioni dei migranti in Messico.

martedì 24 marzo 2015

Yemen: Houthi aumentano attacchi contro giornalisti

Arab Press
I militanti sciiti Houthi in Yemen stanno aumentando sempre più gli attacchi contro i giornalisti nel Paese. Lo ha riferito un rapporto della Human Rights Watch.
“C’è stato un aumento di arresti arbitrari e violenze contro i giornalisti e gli operatori dei media in Yemen da parte dei ribelli Houthi”, si legge nel comunicato.

Pare che gli Houthi abbiano fatto irruzione negli uffici di almeno tre agenzie stampa a Sanaa da gennaio e sono state raccolte testimonianze di giornalisti che hanno dichiarato di essere stati torturati durante la detenzione della milizia.

“La situazione precaria e instabile in tutto lo Yemen ha messo i media del paese in particolare il pericolo” ha detto Joe Stork, vice direttore di Human Rights Watch in Medio Oriente e Nord Africa.

giovedì 27 febbraio 2014

Egitto: al-Jazeera lancia campagna mondiale per suoi giornalisti in carcere

Aki
La tv del Qatar al-Jazeera ha lanciato una campagna mondiale per ottenere la liberazione dei suoi quattro giornalisti in carcere in Egitto, tre dei quali sono stati rinviati a giudizio con l'accusa di collaborare con un'organizzazione - i Fratelli Musulmani - che Il Cairo ha messo al bando con l'accusa di terrorismo. 

La campagna - ha spiegato Ghassan Abu Hussein, responsabile relazioni internazionali della tv - prevede lo svolgimento di manifestazioni davanti alle ambasciate egiziane di tutto il mondo per chiedere il rilascio dei giornalisti.

"Lanciamo un appello a tutti i giornalisti e a chi sostiene la libertà di stampa di organizzare delle veglie davanti alle ambasciate egiziane di tutto il mondo", ha dichiarato Abu Hussein nel corso di una conferenza stampa a Doha. "Al-Jazeera spera che l'attenzione dei media di tutto il mondo possa fare pressione e spingere le autorità egiziane a tornare sui loro passi", ha aggiunto il responsabile della tv, precisando che la campagna prevede anche una petizione on line per chiedere la scarcerazione dei reporter. Tre giornalisti di al-Jazeera English sono attualmente in carcere con l'accusa di aver collaborato con "un'organizzazione terroristica".

Si tratta dell'australiano Peter Greste, dell'egitto-canadese, Mohamed Fahmy e dell'egiziano Baher Mohamed. Tutti e tre sono stati arrestati al Cairo il 29 dicembre. Un altro giornalista della tv, Abdullah Elshamy, è detenuto dal 14 agosto al Cairo. Contro Elshamy, che dal 23 gennaio è in sciopero della fame, non è ancora stata formulata un'accusa, ha denunciato la tv del Qatar.

giovedì 13 febbraio 2014

Niger - Arrestati altri tre giornalisti, timori per i diritti

MISNA
Sono in custodia cautelare da ieri tre giornalisti dell’emittente radiofonica privata Anfani e vengono interrogati in relazione ad una recente intervista a un dirigente del sindacato degli insegnanti, anche lui agli arresti. 

Lo ha riferito la stessa radio e altre emittenti private nigerine, precisando che Adboul Razak Idrissa, caporedattore, e i giornalisti Haoua Maigari e Moussa Hassane sono sotto la custodia della polizia giudiziaria ma con “motivazioni poco chiare”.

La scorsa settimana i tre hanno anche partecipato a un dibattito televisivo sul terzo canale, suscitando il malumore delle autorità. Oltre agli operatori dei media è stato fermato anche il sindacalista Ismael Salifou, in polemica aperta con un responsabile della Pubblica istruzione a Zinder (centro). Le autorità contestano a Salifou di aver avuto parole “offensive e oltraggiose” nei confronti del capo dello Stato, Mahamadou Issoufou, nell’intervista rilasciata all’emittente Amani. Inoltre nell’intervista diffusa lo scorso 22 gennaio, il dirigente sindacale ha denunciato il trasferimento di un insegnante da Zinder verso la sua regione natale di Tillabéri, accusando le autorità di aver preso la decisione con “criteri etnici”.

Questi ultimi arresti portano a nove il numero di giornalisti arrestati e interrogati nelle ultime settimane oltre a tre attivisti della società civile e sindacalisti. Il mese scorso il ministro della Giustizia, Marou Amadou, ha avvertito che “non tollererà più gli abusi da parte dei media”, accusandoli di “fomentare l’odio etnico” e di “rilanciare appelli all’insurrezione e al colpo di stato”. Tra i casi più seguiti c’è quello del giornalista Soumana Idrissa Maiga, scarcerato ma incriminato per “complotto contro la sicurezza dello stato” e “associazione a delinquere” in seguito alla pubblicazione di un articolo critico nei confronti del potere sul giornale l’Enqueteur, unico quotidiano indipendente nel paese.

Oppositori politici e difensori dei media hanno denunciato questa ondata di arresti e di detenzioni preventive come “altrettante violazioni della legge sulla libertà della stampa” oltre ad accusare le autorità di Niamey di voler “mettere a tacere la democrazia”. Dallo scorso dicembre voci di dissenso hanno cominciato a manifestarsi contro il presidente Issoufou, anche con proteste di piazze, criticato per la sua gestione del potere, la corruzione diffusa e la censura dei media pubblici. Le prossime elezioni sono in agenda per il 2016.

giovedì 30 gennaio 2014

Egitto: giornalisti minacciati e arrestati. Il Paese nel caos

Il Mediterraneo
ROMA - Il 24 gennaio 2011 iniziavano in Egitto le prime proteste contro il regime trentennale di Mubarak. A distanza di 3 anni il Paese è ancora nel caos e completamente allo sbaraglio. Nel giorno dell’anniversario sono morte 49 persone e ne sono rimaste ferite almeno 247. Il potere politico, nelle mani dell’esercito, non risparmia di mostrare i muscoli e ha arrestato, soltanto sabato scorso, 1079 persone.


Il presidente egiziano ad interim Adly Mansour ha annunciato che le elezioni presidenziali saranno organizzate prima delle legislative, togliendo ogni ambiguità sul calendario della transizione promesso dall'esercito a inizio luglio dopo la destituzione dell'ex capo di Stato e capo dei Fratelli Musulmani, Mohamed Morsi. Il calendario politico concordato dopo che l'esercito aveva deposto il presidente islamista, prevedeva che le elezioni parlamentari si tenessero prima dell'elezione di un nuovo presidente. L'annuncio di Mansour arriva dopo l'approvazione a larghissima maggioranza in un referendum popolare della nuova Costituzione.

In questa realtà drammatica e così complessa, il lavoro dei giornalisti è ad altissimo rischio. Il Committee to Protect Journalists (CPJ), nel suo rapporto annuale pubblicato il 30 Dicembre 2013, ha valutato l’Egitto il terzo paese più pericoloso al mondo per i giornalisti, dopo la Siria e l'Iraq. Considerando che la Siria è in una guerra civile e la situazione è estremamente tesa tra le varie fazioni irachene, la posizione dell'Egitto ha sollevato molte domande sul contesto attuale in cui i giornalisti lavorano.