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martedì 10 settembre 2019

Leah, 15 anni, ugandese: anche lei lotta per difendere la terra dai suoi avvelenatori

Globalist
Leah Namugerwa, 15 anni, giovane attivista impegnata a sensibilizzare l’opinione pubblica del suo paese. Mentre Greta Thunberg manifesta davanti al Palazzo di Vetro dell'Onu, a New York.

La battaglia è di tutto il pianeta: la giovane attivista Greta Thunberg è tornata a manifestare davanti al Palazzo di Vetro dell'Onu, a New York.
L'appuntamento arriva a due settimane dalla protesta globale programmata per il 20 settembre, alla vigilia del Youth Climate Summit e del Climate Summit alle Nazioni Unite.
Nel frattempo il Palazzo di Vetro dell'Onu è sempre più verde. Sul tetto del quartier generale delle Nazioni Unite di New York sono stati installati pannelli solari per promuovere l'azione per il clima e la promozione dell'uso di fonti di energia pulite e rinnovabili.
I pannelli solari sono alimentati per raggiungere un massimo di 50 Kw di potenza.
Si tratta di un dono dell'India, che l'anno scorso ha impegnato un milione di dollari per il progetto. All'epoca della donazione, l'ambasciatore indiano Syed Akbaruddin ha sottolineato che lo sfruttamento dell'energia solare è un aspetto importante dell'uso delle rinnovabili.
"La mia speranza è che l'installazione dei pannelli solari presso la sede delle Nazioni Unite possa mettere in moto una maggiore cooperazione in materia di energia solare a livello internazionale", ha spiegato.

E nel frattempo piccole Greta crescono. In Uganda c’è Leah Namugerwa, 15 anni, giovane attivista impegnata a sensibilizzare l’opinione pubblica del suo paese

sabato 6 ottobre 2018

Uganda: dove essere disabili è una da vergogna e una colpa da curare con streghe e stregoni

Avvenire
In Uganda, uno dei Paesi più poveri al mondo, sono moltissimi i casi di disabilità cognitiva e fisica: da stime ufficiali riguardano il 10% della popolazione. Le cause più diffuse sono poliomielite, malaria, infezioni ossee, paralisi celebrali, lesioni dalla nascita e malnutrizione. 


L’esistenza delle persone con disabilità in questo Paese è ancora fonte di grave sofferenza. Le famiglie di origine e le realtà a cui questi esseri umani appartengono generano esistenze di emarginazione, vergogna e umiliazione. Questa piaga sociale è un problema che è arrivato anche davanti agli occhi dei membri del Parlamento Europeo che il 15 marzo 2018 ha condannato l’Uganda per le violenze e gli omicidi commessi verso i disabili. 

La disabilità in questi luoghi dalla natura predominante è vista spesso come il segno fisico di un male da estirpare, spesso con pratiche sciamaniche che lasciano sul corpo del bambino ulteriori sofferenze. In un continente dove una creatura è pressoché un costo fintanto che non riesce a maneggiare un machete, a seguire una mandria o ad accudire i fratelli più piccoli, la presenza di una disabilità trasforma il peso in disgrazia, in una vergogna che spesso viene nascosta al resto della comunità.

Nella lingua locale il termine disabile non esiste. Non è considerata una condizione, queste persone si pensa siano possedute o vittime di malocchio da parte dei così detti Witch Craft. 

Per questo motivo la maggior parte delle famiglie fa ricorso ai Witch Doctor, streghe e stregoni che vivono nelle foreste di banani che, con erbe e lacci legati sul corpo cercano di guarire queste creature scacciando il demonio. 
Il Witch Doctorè la figura antitetica del Witch Craft, è colui che scaccia il maligno in contrapposizione a colui che lo invoca. 

Una luce nel buio per queste famiglie è la scuola per disabili fondata da Marta Novati e Giorgio Scarpioni che hanno iniziato l’attività di sostegno ai disabili in Uganda nel 2012. Sono due laici francescani che con Ewe Mama Onlus hanno fatto dell’Uganda la loro seconda casa da oltre sei anni. Qui, con l’aiuto dei Frati francescani della parrocchia di Rushooka, gestiscono un centro di accoglienza e istruzione per bambini disabili chiamato Karidaari Seed, (traducibile come “seme di senape”). 

Sotto il motto di «Disability is not inability», i bambini imparano a inserirsi nel mondo da cui prima erano del tutto preclusi. Solo imparando i lavori più semplici saranno poi accettati dalla famiglia quando faranno ritorno a casa 

Carolina Paltrinieri

mercoledì 23 maggio 2018

Rifugiati? L’Uganda sceglie di continuare ad accogliere. Primo tra i paesi africani: ne ospita 1.500.000

Unimondo.org
Nelle scorse settimane, tra le notizie di politica internazionale, è comparsa quella che l’Uganda starebbe considerando la proposta dello Stato di Israele di farsi carico, ossia di ricollocare nel proprio Paese, circa 500 migranti provenienti dal Corno d’Africa, da Eritrea e Sudan in particolare. 

Il più grande campo profughi al mondo: è Bidi Bidi, al confine nord-ovest dell'Uganda,
con quasi 300mila sud sudanesi in circa 250 chilometri quadrati.
Dal 2013 sono circa 4mila i migranti che hanno lasciato Israele alla volta di Ruanda e Uganda all’interno di un programma “volontario” di rimpatrio attivato da Tel Aviv che prevede il pagamento del biglietto aereo e un incentivo di 3500 dollari; in alternativa si rischia di essere tradotti in carcere per immigrazione clandestina. 

Il programma, che si è intensificato da gennaio, trova la sua ragione d’essere nelle forti pressioni provenienti dalla base elettorale conservatrice del premier Netanyahu desiderosa di espellere dal Paese migranti economici, specialmente quelli provenienti dal continente nero. Ad aprile il governo israeliano aveva addirittura annunciato che avrebbe attivato dei rimpatri forzati incontrando però la ferma opposizione di gruppi di tutela dei diritti civili che hanno ottenuto dalla Corte Suprema israeliana una temporanea ingiunzione all’attuazione del piano. Da autorevoli indiscrezioni giornalistiche, emergere però che i decreti di espulsione e le possibili trattative per la ricollocazione dei migranti toccherebbero non 500 persone, come indicato nei documenti ufficiali, ma ben 8mila tra eritrei e sudanesi.

Migranti e rifugiati che andrebbero a sommarsi ai numerosi già ospitati dall’Uganda, primo fra i Paesi africani nell’accoglienza e quinto al mondo. Dati dell’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati alla mano, solo nel mese di marzo sono giunti in Uganda 6397 sud sudanesi, circa 208 al giorno, che ne portano il numero totale presente nel Paese a 1.053.598, fuggiti dal conflitto ancora in corso nonostante il cessate il fuoco del dicembre 2017. 

Una situazione che ha condotto l’Uganda a raggiungere il poco entusiasmante primato di detentrice del più grande campo profughi al mondo: è Bidi Bidi, al confine nord-ovest del Paese, con quasi 300mila sud sudanesi in circa 250 Chilometri quadrati. Un tale ammasso di umanità ben poco gestibile e controllabile, nel quale i casi di violenza sulle donne, di sparizione di bambini, nonché i ritardi nell’assistenza umanitaria sono evidenti. 

Di fatto, come riferisce Solomon Osakan, funzionario del governo ugandese, “Il ritmo con cui le persone arrivano è più rapido del tasso al quale ci stiamo registrando, quindi c’è un arretrato di persone non registrate. Sfortunatamente”, aggiunge inoltre, “i finanziamenti non sono andati al ritmo con cui arrivano i rifugiati”.

Dobbiamo precisare che le cifre a cui facciamo riferimento sono solo relative a rifugiati e profughi registrati ma, in un Paese quale l’Uganda dove le frontiere sono meno controllate di quanto potremmo pensare, sono molti gli sfollati che si mescolano con il resto della popolazione senza accedere alle strutture gestite dalle organizzazioni internazionali e dunque senza essere registrati/conteggiati. Non si tratta inoltre di accogliere solo i rifugiati provenienti dal confine nord col Sud Sudan. Sono molti anche quelli che scappano da Repubblica Democratica del Congo, Burundi e Somalia e che in Uganda hanno trovato ospitalità, nel complesso circa 1 milione e mezzo di individui. La gestione accentrata di Yoweri Museveni, presidente dell’Uganda dal 1986, e i fondi messi a disposizione da parte delle organizzazioni internazionali hanno di fatto reso l’accoglienza di rifugiati, profughi e sfollati una risorsa per la comunità locale: l’intera economia ne beneficia, con la vendita di beni di consumo e di servizi, la costruzione di infrastrutture, l’iniezione di valuta pregiata sul mercato interno.

Questo non significa che la presenza di grandi campi profughi non porti a conseguenze, sul piano della sicurezza e/o sanità. Ad esempio, in seguito al verificarsi di oltre 900 casi di colera nel distretto di Hoima(in Uganda occidentale), al pari di altri territori dell’Africa nera maggiormente colpiti da questa pandemia, sono state spedite 370mila dosi di vaccino per scongiurare il più ampio contagio; il focolare iniziale, a quanto confermato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, sarebbe partito proprio da un gruppo di rifugiati congolesi. 

Negli ultimi mesi, infatti, più di 42mila persone sono scappate dalla Repubblica Democratica del Congo attraverso il lago Albert verso l’Uganda. Per l’ennesima volta ragioni di stabilità interna, guerriglia continua, attentati, stupri, hanno condotto all’ennesima fuga verso la ricerca di salvezza; ancora una volta molti sono i morti segnalati nel tentativo di raggiungere un territorio dove poter vivere in pace e in sicurezza. 

In particolar modo i centri di accoglienza di Kagoma e Marutatu da tempo non riescono più a far fronte all’afflusso di rifugiati: è da lì probabilmente che le spaventose condizioni igieniche, l’accesso inadeguato a cibo e ad acqua, l’assenza di un riparo effettivo e dunque l’esposizione alle forti piogge che cadono copiose in questa stagione, uniti all’estrema debolezza fisica di chi è già provato dalle fatiche, hanno condotto allo scoppio dell’epidemia. Una tragedia nella tragedia.

Mariam Rossi

sabato 10 marzo 2018

Uganda: Msf, epidemia di colera tra rifugiati in fuga da scontri e violenze nella R.D.Congo

Toscana Oggi
Migliaia in fuga dalle violenze iniziate nel dicembre scorso nella provincia di Ituri. Medici senza frontiere, che sta lavorando su entrambe le sponde del lago Albert, offrendo assistenza medico-umanitaria a chi ne ha bisogno, lancia l'allarme per l'epidemia di colera tra i profughi.


Case bruciate, morti e decine di migliaia di persone in fuga. Sono le conseguenze degli scontri tra diverse comunità, iniziati nel dicembre 2017 e cresciuti di intensità nel mese di febbraio, intorno all’area di Djugu, nella provincia di Ituri, nel nord est della Repubblica Democratica del Congo. Per fuggire dai combattimenti, più di 42.000 persone hanno cercato rifugio in Uganda, attraversando il lago Albert a bordo di canoe e piccoli pescherecci sovraffollati e instabili. Un viaggio pericoloso che ha portato all’annegamento di alcune persone.

Medici senza frontiere sta lavorando su entrambe le sponde del lago, offrendo assistenza medico-umanitaria a chi ne ha bisogno. «Chi arriva in Uganda ci racconta di essere stato attaccato di notte, alcuni hanno profondi tagli e ferite. Molti arrivano traumatizzati ed esausti, con bambini malati. Chi utilizza piccole canoe a volte ha dovuto pagaiare per quasi tre giorni per raggiungere un posto sicuro», spiega Ahmad Mahat, coordinatore dell’emergenza in Uganda per Msf. 

A metà febbraio erano quasi 3.000 i rifugiati congolesi che arrivavano in Uganda ogni giorno. Oggi il numero si è ridotto, arrivando a qualche centinaia, per via delle cattive condizioni climatiche e del costo elevato della traversata. Nonostante questo calo, il centro di accoglienza di Kagoma e il campo di Marutatu non riescono più a far fronte all’afflusso di rifugiati. I nuovi arrivati, già resi vulnerabili dalla fuga e la violenza subita, dormono all’aperto, esposti alle forti piogge di questa stagione, con un accesso inadeguato all’acqua e al cibo, in condizioni igieniche spaventose. Inoltre, il 23 febbraio, le autorità sanitarie ugandesi hanno confermato lo scoppio di un’epidemia di colera e ad oggi si contano già 1.000 casi gravi e oltre 30 morti. «La situazione in Uganda è estremamente allarmante», prosegue Mahat.

A Sebagoro Msf ha già messo in piedi un’unità di trattamento per il colera con 50 posti letto nel centro di salute della città. A Kagoma, le équipe di Msf hanno vaccinato 5.263 bambini contro la polio e il morbillo mentre 2.160 donne in età fertile sono state vaccinate contro il tetano. Msf ha inoltre aperto un ambulatorio aperto 24 ore su 24, 7 giorni su 7, dove oltre 2.000 pazienti sono stati curati dalla metà di febbraio.

sabato 20 gennaio 2018

Ritorno al passato l' Uganda vuole impiccare i criminali

La Repubblica
Dopo Botswana e Nigeria anche l' Uganda sta rispolverando la forca. Yoweri Museveni vuole "spaventare" i criminali con la pena di morte. 

L' ultima volta che il presidente ha firmato una condanna capitale risale al 1999, 19 anni fa. Il dittatore ugandese, dopo essersi assicurato lo scettro del comando fino al 2031, cancellando il limite d' età per i presidenti ugandesi, sancito dalla Costituzione a 73 anni, in un discorso pronunciato alla cerimonia di laurea delle guardie carcerarie, ha espresso la volontà «di revisionare il decreto e impiccarne qualcuno». 

La decisione è stata presa sulla convinzione che i detenuti abbiano approfittato della sua "clemenza". Secondo i dati aggiornati a dicembre 2017, sono 278 i prigionieri detenuti nel braccio della morte.
Raffaella Scuderi.

sabato 19 agosto 2017

Uganda – Sono un milione i rifugiati dal Sud Sudan

Ansa
Ha raggiunto il milione il numero dei rifugiati del Sudan meridionale in Uganda, secondo un rapporto delle Nazioni Unite diffuso oggi, una pietra miliare per quella che e’ divenuta la crisi di rifugiati a crescita piu’ veloce.


L’Acnur, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati, ha comunicato che una media di 1.800 cittadini provenienti dal Sud Sudan sono arrivati ogni giorno in Uganda negli ultimi 12 mesi. 

Un altro milione o piu’ di persone del Sudan meridionale hanno trovato riparo in Sudan, Etiopia, Kenya, Congo e Repubblica Centrafricana.

martedì 20 giugno 2017

Uganda. Troppi rifugiati, l’ONU dimezza le razioni. Ne ospita 1,2 milioni.

News AGC
Il governo ugandese e il Programma alimentare mondiale, (Pam) sono stati costretti a ridurre le razioni alimentari per i rifugiati.

L’Uganda ospita il più grande numero di profughi in Africa, 1,2 milioni, di cui 900 mila provenienti dal Sud Sudan. L’enorme afflusso ha visto ridurre le razioni alimentari del 50 per cento, ad eccezione dei rifugiati che sono venuti prima del luglio 2015, riporta Anadolu.
Il taglio è stato il risultato di una mancanza di cibo nel paese e di finanziamenti. L’Uganda la prossima settimana ospita il Summit della Solidarietà per i Rifugiati a Kampala, sono necessari 19 milioni di dollari per pagare 16 mila tonnellate di assistenza alimentare ai rifugiati nell’insediamento. Il vertice organizzato congiuntamente dall’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, dalle Nazioni Unite e dal governo dell’Uganda dovrebbe aumentare di 8 miliardi di dollari per sostenere i rifugiati nei prossimi quattro anni. Tra il volume dei bisogni e la catena dei finanziamenti c’è un deficit di 64 milioni di dollari.

In una dichiarazione rilasciata il 14 giugno, il Consiglio Mondiale per i Rifugiati ha dichiarato che la politica dei rifugiati dell’Uganda è stata sottoposta a dura prova, poiché il paese combatte per alimentare migliaia di profughi Sud Sudanesi.

Durante l’anno scorso, circa 40 mila profughi sudanesi sono entrati in Uganda ogni mese, di cui l’86 per cento sono donne e bambini.
Il ministero ugandese per i Rifugiati ha affermato che la riduzione delle razioni alimentari ha avuto implicazioni nella diffusione della malnutrizione; la mancanza di cibo è attribuibile alla siccità dello scorso anno.

In assenza di un buon raccolto, invece di integrare l’alimentazione fornita dal Pam, Kampala deve sfamare i sud sudanesi al 100 per cento.

L’Uganda ha tradizionalmente adottato un approccio progressivo per ospitare i rifugiati, offrendo loro la libertà di movimento e l’accesso immediato al proprio mercato del lavoro, nonché sviluppando approcci innovativi per sostenerne l’autosufficienza, afferma il Consiglio Mondiale per i Rifugiati, che però chiede ad «altre nazioni di condividere la responsabilità della protezione dei rifugiati, aiutare le comunità ospitanti e fornire un sostegno forte durante il Vertice della solidarietà sui rifugiati».

Maddalena Ingroia

martedì 6 giugno 2017

Con i profughi dell’Uganda: “Sopravvissuti mangiando erba. Sparavano anche sui bambini”

La Stampa
Ogni anno 1 milione di migranti rischia la vita per scappare dal Sud Sudan. In fuga da guerra civile e fame, molti disperati vengono uccisi nel tragitto.


La quiete apparente sulla strada sterrata che collega il villaggio sud-sudanese di Isohe a Tsertenya, frontiera con l’Uganda, è interrotta dalle grida di donne e bambini. Dagli arbusti secchi della savana sbucano sagome nere scheletriche. In lontananza, si materializza un camioncino. Inizia una corsa confusa e disperata nella canicola poco sopra l’Equatore. Non c’è posto per tutti. Chi riuscirà a salire, dopo giorni di fuga dai villaggi sud-sudanesi distrutti dalla guerra tra ribelli e forze governative, sarà ormai a pochi chilometri dalla salvezza: l’Uganda.

Chi rimarrà a terra, dovrà tornare a nascondersi, mangiare piante selvatiche e aspettare il prossimo turno. Un business redditizio gestito dai pochi uomini della regione non coinvolti nel conflitto civile che sta lacerando il Sud Sudan con oltre 50 mila morti già accertati. Ogni giorno circa 3 mila persone scappano da guerra e fame verso i campi di rifugiati del Nord dell’Uganda. Una crisi umanitaria infinita. Secondo l’Unhcr, il numero di profughi sud-sudanesi ha superato il milione solo in Uganda che, con una popolazione di 39 milioni di persone, si è trasformato nello Stato con più rifugiati in Africa e tra i primi tre al mondo.

Dalla frontiera di Tsertenya-Palabek quasi tutte le mattine ne passano un centinaio. Le autorità lo sanno e predispongono il primo cordone per accoglierli ed iniziare le pratiche di registrazione. Con le poche forze rimaste scendono a piedi nudi dal camioncino. Alcuni portano sedie in plastica, le donne taniche gialle per l’acqua, gli anziani delle galline, c’è chi ha persino una bicicletta. Nessuno ha una valigia. I pochi averi sono avvolti in lenzuola bucate e scolorite. Non sono viaggiatori, bensì migranti, costretti a lasciare capanne di terra e fango da cui mai avrebbero voluto separarsi. 


Li attendono i cooperanti di un’agenzia umanitaria incaricata da Unhcr alla registrazione e alla distribuzione di generi di prima necessità prima di essere trasportati con degli enormi pullman nei campi profughi ugandesi. Un’immagine che si ripete nelle continue crisi umanitarie che attanagliano questa regione dell’Africa. Nome e cognome, le impronte digitali prese con un inchiostro blu. Alcuni non sanno l’età, molti sono bambini non accompagnati: i genitori sono stati uccisi dai miliziani nei villaggi. Ricevono una saponetta, tre confezioni di biscotti energetici. Le donne un pacco di assorbenti.

Grace, una madre di 32 anni, senza marito e con sei figli al seguito, apre con i denti l’involucro di biscotti. Il più piccolo dei suoi figli ha la pancia vuota, non mangia da giorni e reclama. «La mia famiglia è stata decimata dai ribelli – racconta la donna –, se fossimo rimasti, i prossimi saremmo stati noi. La notte è impossibile dormire per il rumore degli spari, la mattina quando ti svegli, a terra trovi solo cadaveri. Negli ultimi mesi abbiamo mangiato solo erba, non c’è cibo, siamo stremati. Speriamo in Uganda di poter stare al sicuro e che i miei figli possano mangiare ed andare a scuola».

Storie di disperazione con il comune denominatore della guerra e della fame condivise sui pullman che li porta a Palabek, distretto di Lamwo, Nord dell’Uganda. Un campo appena nato, che può contenere fino a 50 mila persone, costruito dall’Unhcr per sopperire al flusso continuo di rifugiati. Le strutture di Bidi Bidi e Palorinya sono al collasso: oltre 450 mila persone in totale.

Nuove città-limbo abitate da anime in transito. A pochi chilometri da Palabek si inizia ad intravedere un’immensa distesa bianca, che contrasta con la terra rossa e la vegetazione verde rigogliosa. Sono le tende che ospitano i rifugiati. Alcuni dei profughi, soprattutto bambini, vengono subito trasferiti nell’ospedale mobile: vaccinati e intubati quelli malnutriti. Altri si mettono in fila per ricevere il primo pasto. A tutti viene consegnata una carta d’identità che gli permetterà di muoversi in Uganda. La prima notte la passano in tenda, uomini separati da donne e bambini. In un’altra anziani e disabili. Il giorno dopo ad ognuno viene assegnato un fazzoletto di terra da 30x30 metri e dei semi per coltivare. Lì sorgerà la loro nuova casa, una piccola oasi immersa in un deserto di dolore. «Stavo andando con mio marito a cacciare topi nella savana, poi all’improvviso a Pajok sono arrivati i militari dell’esercito e si è scatenato l’inferno – ricorda Ayaa, una madre con 4 figli appena arrivata a Palabek - mio marito è stato arrestato, io sono riuscita a nascondermi con i miei figli. Ho aspettato ore prima che i militari se ne andassero, quando sono uscita a terra c’erano decine di cadaveri. Ho gli incubi tutte le notti». Accanto a lei c’è Ocan, prima di fuggire da Pajok faceva il maestro di scuola. «I bambini mi hanno avvisato che stavano entrando i militari, li ho fatti uscire di corsa, ma era troppo tardi, nella fuga molti sono stati colpiti dai proiettili – ricorda sconvolto –, ho visto i corpi a terra degli amici dei miei figli. Non tornerò mai più in Sud Sudan».


Lorenzo Simoncelli
Palabek (Uganda)

domenica 21 maggio 2017

Sud Sudan, in Uganda più di 900.000 rifugiati in fuga dalla guerra. Grave emergenza.

La Repubblica
Il report di Medici Senza Frontiere. Il governo di Kampala accoglie più rifugiati rispetto a quanti l’intera Europa abbia concesso loro asilo nel 2016. I campi profughi sono al collasso. In fuga da una guerra civile sanguinosissima


Profughi sud-sudanesi diretti in Uganda (AP Photo/Rebecca Vassie/file)
Juba – L’alto afflusso di rifugiati sud sudanesi sta progressivamente mettendo a dura prova la capacità di risposta del governo ugandese e spingendo al collasso i luoghi di accoglienza. Sono centinaia di migliaia di rifugiati scappati nel nord dell’Uganda dal luglio 2016, a seguito del riaccendersi delle violenze in Sud Sudan. 

Da allora, più di 630.000 rifugiati sono arrivati in Uganda e in migliaia continuano ad arrivare ogni settimana, e il numero dei rifugiati e richiedenti asilo è salito a più di 900.000. Oggi l’Uganda ospita più rifugiati di ogni altro Paese africano, e accoglie più rifugiati rispetto a quanti l’Europa abbia concesso asilo nel 2016. Secondo Medici Senza Frontiere (MSF) l’attuale mobilitazione umanitaria su larga scala, in risposta all’emergenza, imposta da una guerra civile sanguinosissima, non è ancora adeguata e molte persone non hanno accesso sufficiente ad acqua, cibo e ripari. In molti casi, i nuovi arrivati sono costretti a dormire sotto gli alberi, e i ritardi nelle distribuzioni di cibo e la carenza di acqua potabile hanno spinto molte persone a tornare in Sud Sudan.

Donne e bambini esposti ad ogni sorta di violenze. “Le persone che arrivano sono relativamente in buona salute, ma hanno alle spalle storie di violenza tremende subite nei luoghi di origine o durante il viaggio”, afferma Jean-Luc Anglade, capo missione di MSF in Uganda. Nonostante più dell’85% dei rifugiati siano donne e bambini, esposti a violenze e abusi, sono davvero poche le organizzazioni che rispondono ai loro specifici bisogni di protezione. “Il flusso di rifugiati non accenna a ridursi, per questo urgono sforzi significativi di lungo termine per assistere le persone nei prossimi mesi, se non anni”.

MSF in quattro campi per rifugiati. Oltre ai progetti in Sud Sudan, dal luglio 2016 MSF opera in quattro campi rifugiati nel nord ovest dell’Uganda, Bidi Bidi, Imvepi, Palorinya e Rhino attraverso la fornitura di cure mediche ospedaliere e ambulatoriali, materno-infantili, nutrizionali, sorveglianza epidemiologica e igiene e potabilizzazione dell’acqua. MSF ha anche risposto all’afflusso a Lamwo, al confine con il Sud Sudan a seguito di un attacco a Pajok, in Equatoria orientale, ma ha poi trasferito queste attività ad altre organizzazioni.

La sfida dell'accesso all'acqua. L’accesso all’acqua è una delle sfide più grandi nei campi rifugiati, per questo MSF ha incrementato il proprio supporto: a Palorinya, MSF fornisce circa 2 milioni di litri di acqua al giorno a più di 100.000 persone. Nel solo mese di aprile, MSF ha fornito 52.519.000 litri di acqua pulita a Palorinya. “Vi sono un’infinità di sfide e difficoltà”, racconta Casey O’Connor, coordinatore dei progetti di MSF a Palorinya. “Possiamo fornire milioni di litri d’acqua al giorno ma tutti devono essere trasportati in cisterne d’acqua nei campi rifugiati grandi anche 150-250 chilometri quadrati. Con le forti piogge, molte strade diventano impraticabili.

Il ricorso all'acqua sporca. Ciò lascia decine di migliaia di persone senza acqua per giorni. Nella stagione delle piogge, se le persone non dispongono di acqua pulita, sono costrette a usare acqua sporca, vettore di malattie. Questo può drasticamente cambiare lo stato di salute della popolazione nel giro di pochi giorni”. Oltre a dare risposta all’afflusso di rifugiati, MSF gestisce regolarmente in Uganda programmi per la salute riproduttiva agli adolescenti a Kasese, cure per l’HIV/AIDS alle comunità di pescatori dei laghi George e Edward, e servizi per la carica virale nell’ospedale di Arua.

Testimonianze. “Ti massacrano, indipendentemente se sei uomo, donna, bambino. Ho perso tutta la mia famiglia. La vita è davvero difficile. Se sei sola, nessuno ti aiuta”. Maria (nome di fantasia) è solo una delle centinaia di migliaia di rifugiati scappati. “Di notte non riesco a dormire perché non so cosa accadrà a me e ai miei figli”, racconta Nola Aniba Tito, 27 anni, è una delle interpreti che lavorano nel centro sanitario di MSF nell’area Ofua 3, all’interno del campo rifugiati Rhino. Originaria di una città della regione di Equatoria, a luglio 2016 è fuggita con i suoi figli dalle violenze in Sud Sudan e ha cominciato a lavorare con MSF a marzo 2017. Dato che l'86% di tutti i rifugiati sud-sudanesi in Uganda sono donne e bambini, Nola è una delle tante capofamiglia donne.

I matrimoni forzati. “Vivevo con i miei due figli e aspettavo un altro bambino. Mio marito era a Juba. Nel mio quartiere, tutti stavano fuggendo perché ormai rapimenti di minori, stupri, saccheggi, matrimoni forzati e uccisioni tra le tribù erano all’ordine del giorno. Le scuole sono state attaccate e i bambini sono stati macellati come polli. Inoltre, non c'era accesso all'assistenza sanitaria, soprattutto dopo che molte ONG hanno lasciato il Paese. Un giorno, alcuni uomini hanno bussato alla nostra porta minacciando di aprirla. Ero molto spaventata e non ho aperto, ma mi sono avvicinata con cautela alla finestra e ho visto che avevano delle armi. Ho pianto e ho gridato così tanto che i vicini sono intervenuti e gli uomini sono andati via. In quel momento ho deciso di lasciare subito la mia casa, senza portare nulla, con i miei figli e tre figli di mio fratello, che non poteva venire. Anche lungo la strada per l'Uganda, vi sono violenze e uccisioni, per questo mio fratello è ancora in Sud Sudan".

Molti tentati suicidi che spesso riescono. "Gli uomini spesso bevono, fumano e diventano violenti perché non hanno nulla da fare, non c’è lavoro, acqua o cibo a sufficienza. Conosco una ragazza di 15 anni - conclude Nola Aniba - che è stata violentata all’interno del campo e ha contratto l'HIV e l'epatite B. Alcune persone tentano persino il suicidio insieme a tutta la famiglia, perché preferiscono morire piuttosto che vivere in una situazione così disumana o tornare in Sud Sudan. Sono anche molto preoccupata per il futuro dei miei figli. Se non avranno modo di andare a scuola, cosa faranno da grandi? Se MSF dovesse andar via e io perdessi il lavoro, di che vivrebbe la mia famiglia?”

martedì 21 marzo 2017

Sud Sudan, 2500 rifugiati in fuga verso l’Uganda ogni giorno. Nel giovane Stato africano ancora non si vede la luce in fondo al tunnel

L'Indro
Continua a peggiorare la situazione dello sfortunato e giovane Stato del Sud Sudan, già martoriato da 3 anni di guerra e ora colpito da una gravissiva carestiache sta mietendo numerosissime vittime. Le aree rifornite di cibo sono precluse ai civili in fuga, e sotto costante presidio dei soldati, o semplicemente inaccessibili per via dei combattimenti. 

Le lotte politichetra Presidente e vice-Presidente hanno portato il Paese a divisioni etniche sfociate poi in guerra civile. Il flusso di rifugiati in fuga verso il vicino Uganda ammonta a 2.500 sud-sudanesi al giorno.

I testimoni parlano di un tragico esodo durato più di un mese di viaggio, per raggiunger il campo profughi nel Paese. «Dei soldati hanno attaccato il mio villaggio. Ero al mercato e quando sono tornata a casa non ho più trovato mio figlio Isaac. Ho cercato a lungo ma non ho potuto trovarlo, e alla fine sono fuggita con i miei altri tre figli portando con me solo pochi vestiti».

Un’altra donna testimonia l’impossibilità di portare con se del cibo per sopravvivere durante la fuga: «avevamo delle provviste a casa, ma non potevamo prenderle. I soldati presidiano il villaggio a ogni ora del giorno. Inoltre abbiamo dovuto abbandonare parte dei nostri bagagli lungo il percorso».

Ancora non è chiaro quante siano le vittime del conflitto e della carestia, ma più di 3 milioni di persone hanno lasciato il Paese come rifugiati.

sabato 20 agosto 2016

Uganda, governo e Unhcr al lavoro per contenere epidemia di colera tra i rifugiati del Sud Sudan

Agenzia Nova
Kampala - Il governo ugandese e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) stanno attuando misure di contenimento nell’insediamento di Pagirinya, aperto di recente nel distretto di Adjumani in seguito alla conferma di un focolaio di colera. 

Centro di accoglienza presso Pagirinya
È quanto riferisce una nota dell’agenzia dell’Onu secondo cui 49 rifugiati sud sudanesi e un cittadino ugandese hanno contratto la malattia e 44 persone hanno ricevuto il trattamento medico e successivamente sono stati dimessi dalle strutture sanitarie dopo essere completamente guariti, mentre due pazienti sono tuttora in quarantena. 

La maggior parte delle persone a cui è stata diagnosticata la malattia si trova in centri di accoglienza presso Pagirinya e, in minor numero, nel villaggio stesso e nel centro di raccolta di Elegu. Pagirinya accoglie attualmente più di 30 mila rifugiati sud sudanesi, tutti arrivati nelle ultime sei settimane.

lunedì 1 febbraio 2016

Uganda, omo e transessuali a rischio a un mese dalle elezioni

La Repubblica
I difensori dei diritti umani si schierano contro il governo. L’organizzazione Soleterre – Strategie di Pace lancia l’allarme. Le minoranze dello stato africano sono sempre più esposte a vessazioni e violenze. E l’appuntamento del 18 febbraio potrebbe portare Kampala a nuove leggi draconiane


Roma – La battaglia politica che infiamma i palazzi del potere della capitale ugandese potrebbe avere gravi ripercussioni sulle fasce più deboli della popolazione. Questo perché, a pochi giorni dal suo 30° anniversario dalla presa del potere, il presidente Yoweri Museveni, deciso a ripresentarsi e vincitore secondo i sondaggi, vuole rafforzare il consenso. A rischio è soprattutto la comunità Lgbti (Lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e intersessuali) usata in passato dallo stesso Museveni per riunire elettori attorno alla condivisa intolleranza verso i differenti orientamenti sessuali.

Duplice attacco. Nel novembre 2015 lo stato dell’Africa orientale ha approvato l’Ngo Bill, una legge che regola l’operato delle organizzazioni non governative su suolo ugandese. Già nei mesi precedenti la sua approvazione, la legge ha generato un’ondata di dissenso da parte della comunità internazionale e degli operatori umanitari poiché a causa di questa norma, le organizzazioni umanitarie perdono gran parte della propria indipendenza. Lo stato infatti, attraverso ministero degli Esteri e Consiglio nazionale, possono sospendere le attività, richiedere ispezioni senza necessità di dare una valida motivazione, avere accesso ai dati sensibili e chiudere l’ong senza la possibilità di ricorrere in appello. Una limitazione evidente dei diritti degli operatori che rischiano fino a otto anni di reclusione per le attività svolte sul campo.

Un coro di denucia. Per questo l’organizzazione italiana Soleterre, già da un anno presente sul territorio, ha deciso di schierarsi al fianco dei difensori dei diritti umani. Nonostante le difficoltà condivise da tutti gli operatori umanitari, i più a rischio sono gli attivisti per i diritti della comunità Lgbti, da sempre capro espiatorio di una politica opportunista e cieca di fronte alla sofferenza delle fasce sociali più deboli. “Il ruolo dei difensori dei diritti - afferma il presidente di Soleterre Damiano Rizzi - è fondamentale in paesi a rischio come l’Uganda. Per noi agire in loro sostegno è una priorità: solo riconoscendo e proteggendo il loro lavoro per l’uguaglianza e la giustizia sociale si contribuisce fattivamente alla democrazia e alla pace globale, condizioni necessarie per il pieno rispetto dei diritti umani e per lo sviluppo”.

Da Kato all’Anti Homosexuality Act. Da tempo la comunità Lgbti è vittima di violenze, vessazioni e rappresaglie da parte delle fasce più estremiste della popolazione. Simbolo della battaglia per i diritti Lgbti è David Kato, fondatore di un’organizzazione a loro difesa e ucciso nel 2011 a bastonate nella sua abitazione dopo che un giornale ugandese aveva diffuso la sua foto con la scritta “Impiccatelo”. Un sentimento d’odio cavalcato dal governo di Kampala che nel 2009 ha proposto la pena di morte per gli omosessuali, pena poi tramutata in ergastolo nel 2014. La legge contro l’omosessualità è stata poi ritirata in quanto decretata anticostituzionale dalla massima corte ugandese. Un sospiro di sollievo per la comunità Lgbti che però a oggi non ha visto diminuire le violenze contro gli omosessuali.

Pericolo elezioni. Il 18 febbraio, 15 milioni di ugandesi andranno alle urne per eleggere il nuovo presidente. Dopo 30 anni di potere, in molti danno per scontato la rielezione del presidente uscente che se eletto inizierebbe il suo quinto mandato. Il rischio è che la comunità Lgbti diventi un campo di battaglia decisivo per il risultato degli exit poll. Questa volta infatti Museveni deve fare bene i suoi conti. Da un lato il suo partito, il Movimento di resistenza nazionale (Nrm), spinge affinché il leader rimetta mano alla legge contro l’omosessualità dettando norme draconiane che strizzerebbero l’occhio alla larga fetta di elettorato più intransigente, dall’altra il presidente ugandese è consapevole delle ripercussioni che una tale legge avrebbe sulle relazioni internazionali del paese e gli aiuti umanitari. Inoltre tra i candidati alle elezioni c’è anche l’ex primo ministro Amama Mbabazi, primo candidato nella storia delle presidenziali ugandesi a schierarsi apertamente contro l’omofobia e la discriminazione per orientamento sessuale.

Spegnete la radio. Nel frattempo, a pochi giorni dalle elezioni, una serie di azioni coercitive del governo stanno mettendo a tacere la stampa critica nei confronti del suo operato. Le denunce da parte di giornalisti e Ong finora sono cadute nel vuoto. Anche la ong Human rights watch ha chiesto a Kampala di porre fine alle vessazioni contro la stampa e ha documentato casi di corruzione in cui esponenti del Nrm hanno pagato giornali e tv per articoli a loro favore. A questo va affiancato l’operato dei Crime Preventers, una forza volontaria composta da oltre 1 milione di civili affiliati all’Nmr, reclutati e gestiti dalla polizia, formalmente istituiti per garantire la sicurezza del paese, ma autori di assalti ed estorsioni arbitrarie nei confronti delle organizzazioni che tutelano le minoranze. “Ci uniamo all’appello che molte Ong locali e internazionali stanno rivolgendo al governo – conclude Damiano Rizzi - perché la campagna elettorale e il voto delle imminenti elezioni si svolgano in un clima libero e senza violenze, nel rispetto della legalità e del diritto dei cittadini ugandesi di poter scegliere in libertà e sicurezza i loro rappresentanti”.

sabato 7 novembre 2015

Uganda - Nel nome della pace e dell’istruzione: più di 1.000 studenti nella scuola del campo profughi di Nyumanzi

www.santegidio.org
“The School of Peace” la scuola elementare aperta in Nord Uganda dalla Comunità insieme alla Diocesi di Arua accoglie più di 1.000 profughi del Sud Sudan che frequentano le prime cinque classi del ciclo primario. A settembre c’è stata una visita speciale: Mgr. Sabino Odoki (il vescovo di Arua) e alcuni amici della Comunità - un’esperta di linguistica e un tecnico specialista di acqua ed energia - accompagnati dalla Comunità di Adjumani sono stati al Nyumanzi Settlement.
Il grande campo profughi (Settlement) di Nyumanzi dove sorge la scuola è non lontano da Adjumani dov’è presente una Comunità di Sant’Egidio. Nell’insediamento la popolazione giovanile al di sotto dei 17 anni è pari al 64% della popolazione. A fine aprile 2015 la popolazione complessiva raggiungeva le 27.866 unità.

La visita è stata un’occasione per conoscere meglio gli studenti della scuola, raccogliere frammenti delle loro storie e delle vicende che li hanno portati fino in Uganda e a Nyumanzi e c’è stata l’occasione per rafforzare la collaborazione con alcune agenzie internazionali come l’UNICEF che stima e sostiene la nostra scuola perché “offre garanzie di qualità e sostenibilità”.

L’età media degli studenti è di 10,9 anni ma tra di loro c’è un bel gruppo di adolescenti, almeno una trentina hanno 16 anni e più e circa 120 hanno tra 14 e 15 anni. I più piccoli (5-7 anni) sono una settantina. Ci ha stupito l’arrivo di un primo gruppo di ugandesi (non profughi) che ha scelto di venire proprio alla nostra scuola dal villaggio di Ovuvu (verso il confine di Panzaala Port) percorrendo ogni giorno a piedi i cinque chilometri di strada rossa che li separa da Nyumanzi.

La maggioranza è originaria dello Jonglei State, il più grande del Sud Sudan, dove la popolazione è in prevalenza dinka. In particolare molti profughi sono arrivati dalla città di Bor (capitale dello Jonglei) e dalla “Duk County” più a nord. La zona è stata attaccata dai ribelli di Riek Machar tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014. Da Bor il confine con l’Uganda dista quasi 400 km, una distanza che quasi tutti hanno coperto in molti giorni, spesso facendo sosta nella capitale Juba (metà strada) e oltrepassando un confine non ufficiale, su delle barche che fanno la spola sul Nilo Bianco nei pressi di Panzaala Port.

Nel corso della visita durata una settimana è stata fatta una ricognizione della disponibilità di acqua nella zona. La costruzione di un pozzo di acqua dolce è tra le prime cose che vorremmo fare per migliorare la qualità della vita dei ragazzi ed è stata considerata la possibilità di dotare la scuola di ulteriori servizi (bagni con raccolta dell’acqua piovana, energia elettrica, nuove aule, spazi ricreativi) e di costruire un nuovo blocco di aule.

I genitori sono particolarmente fieri di mandare i loro figli alla nostra scuola e hanno fatto cucire delle divise per i loro ragazzi dove c’è un logo della scuola (l’hanno creato loro) dove si legge chiaramente “The School of Peace” e Community of Sant’Egidio. Sappiamo bene quanto sia forte il legame tra pace e istruzione. Nel Sud Sudan (dove ad agosto è stato firmato un nuovo fragile accordo tra le fazioni) e in tutta l’Africa ce n’è grande bisogno.

Molti ci hanno detto che la scuola è stata una risposta in un momento di grande difficoltà e sofferenza, perché è stato un segno di fiducia nei riguardi di tutta la loro comunità e la fiducia produce speranza nel futuro, cosa di cui avevano un grande bisogno.

venerdì 23 ottobre 2015

Uganda: Alto Commissario Onu per i diritti umani condanna “uso eccessivo della forza” della polizia di Kampala

Agenzia Nova
Kampala - L'Ufficio dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite (Ohchr) per i diritti umani in Uganda ha condannato “l'uso eccessivo della forza” da parte della polizia ugandese nei confronti dei sostenitori dell’opposizione, in vista delle elezioni presidenziali in programma nel febbraio del 2016. 

In una dichiarazione diffusa ieri, il rappresentante dell’Ohchr in Uganda, Uchenna Emelonye, ha sollecitato il governo di Kampala ad "avviare immediatamente un'indagine indipendente” e a “perseguire i funzionari che hanno fatto un uso eccessivo della forza sottoponendo dei cittadini a trattamenti crudeli, inumani o degradanti".

domenica 2 agosto 2015

L’emergenza profughi in Sud Sudan e l’esempio virtuoso dell’Uganda (che li accoglie)

Corriere della Sera
Kampala - Credeva di essere al sicuro, isolato com’era nel suo piccolo villaggio nello Stato di Jonglei. E invece si sbagliava perché, una mattina dello scorso settembre, i combattenti hanno bussato alla sua porta. Nel tentativo di rubargli del bestiame, gli hanno sparato a un piede. Ci sono voluti tre giorni per raggiungere il più vicino ospedale e adesso non potrà mai più camminare senza stampelle.


È la storia di John Aleu, uno dei 150 mila sud sudanesi fuggiti in Uganda dall’inizio dei combattimenti nel 2013. Un Paese, quest’ultimo, dove le politiche di accoglienza ci sono, e funzionano: una volta registrati, i nuovi arrivati ricevono un appezzamento di terreno, cibo, mezzi per costruire una casa. Scuole e centri sanitari sono nelle vicinanze e non mancano progetti mirati a trovare un lavoro.

Niente piu’ divisioni etniche
«I rifugiati hanno tutti i diritti di ogni essere umano, a prescindere dal loro status», sostiene Tito Jogo, funzionario del governo ugandese. «è tutto a loro disposizione, a patto che abbandonino i rancori di tipo etnico che dividono i dinka, il gruppo più numeroso in Sud Sudan, e i nuer, il secondo gruppo del Paese». Uno sforzo necessario, dato che il governo ugandese non ha la capacità logistica per dividere le persone in diversi siti su base etnica. «Finora i risultati sono stati positivi», sostiene Jogo.

Verso una nuova vita
Un esempio di integrazione è quello del sito di Alere, nella zona di Adjumani, dove convivono oltre una dozzina di tribù sud sudanesi. Qui abita Peter Mamer Ayom, di recente nominato responsabile della comunità e mediatore di eventuali contenziosi interni.

Così, stemperate le tensioni, i rifugiati hanno cominciato a costruirsi una nuova vita. Intanto, in Sud Sudan i combattimenti continuano e sempre più profughi sono diretti verso il confine. Il governo ugandese si è già dichiarato pronto ad accogliere chiunque abbia bisogno.

martedì 9 giugno 2015

Burundi: migliaia di bambini soli fuggiti per le violenze verso Ruanda, Tanzania, RDC e Uganda

Save the Children
Sono ormai più di 2.300 i bambini fuggiti nelle ultime settimane dal Burundi a causa dell’escalation di violenza nel loro Paese. Hanno viaggiato per giorni da soli, per lo più a piedi, in mezzo ai pericoli, per cercare di raggiungere i campi profughi temporanei in Ruanda, Tanzania, Repubblica Democratica del Congo (RDC) e in Uganda.

Ci si aspetta che molti altri lasceranno il Burundi quando il rischio di violenze si intensificherà nel periodo che precede le elezioni presidenziali, originariamente previste per la fine di giugno, ma rinviate questa settimana a causa di continue proteste civili e per l’apprensione circa la sicurezza nazionale.

"Spesso sono spinti a partire per primi dai loro genitori disperati, che restano indietro a proteggere case e proprietà dai saccheggi. Il numero di bambini vulnerabili arrivati da soli o separati dalle loro famiglie, è senza precedenti" avverte Edwin Kuria, Regional Humanitarian Manager di Save the Children in Africa Orientale. "Siamo estremamente preoccupati per la sicurezza di chi è costretto ad affrontare un viaggio così rischioso, soprattutto i bambini, che arrivano nei campi senza scarpe e con i soli vestiti che indossano".

Anche se i bambini riescono a raggiungere i campi profughi, già sovraffollati, senza incidenti, la loro sicurezza non è garantita, molti profughi hanno infatti segnalato atti di violenza, molestie ed intimidazioni, da parte delle milizie locali.

"Senza scuole o spazi sicuri per loro dove poter stare, alcuni bambini si ritrovano a lavorare, raccogliendo legna da ardere o scavando latrine, che sono entrambi i lavori pericolosi e faticosi per dei bambini" spiega Kuria.

Nel Campo di Mahama in Ruanda c’è anche molta preoccupazione legata alla distribuzione dell’acqua, con lunghe file e attese fino a sei ore al giorno per ricevere la poca acqua potabile disponibile. Allo stesso modo, in Tanzania le strutture sanitarie nel Campo di Nyarugusu sono al collasso a causa del flusso di nuovi arrivi e alla chiusura di due reparti a seguito di un’epidemia di colera. Il numero di visite mediche quotidiane è più che raddoppiato dopo l'arrivo di migliaia di rifugiati burundesi e la richiesta di visite prenatali è aumentato di sei volte.

Fino ad oggi, sono stati 91.459 i profughi burundesi che hanno chiesto asilo agli stati vicini. In Tanzania ne sono arrivati 47.929, in Ruanda 27.732, di questi, 23.532 sono nel Campo profughi di Mahama, in RDC 9.798 e in Uganda 6.000.

Save the Children sta intensificando i suoi interventi in Tanzania, Ruanda e Repubblica Democratica del Congo, dove è presente nei campi profughi con la distribuzione di cibo e generi di prima necessità per i rifugiati più vulnerabili, compresi i bambini soli e i minori-capofamiglia, e fornendo aiuto per l'accesso ai servizi essenziali.

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mercoledì 15 aprile 2015

Uganda: tra i profughi di Nyumanzi le prime 4 aule in mattoni di S.Egidio

OnuItalia
Roma – La scuola elementare del campo profughi di Nyumanzi (nel Nord dell’ Uganda) ha superato quota mille scolari e tra quindici giorni saranno consegnate le prime quattro aule di mattoni (quasi ultimate) e il magazzino per il materiale didattico; sarà anche completata la recinzione intorno alla scuola. Con comprensibile orgoglio la Comunità di S. Egidio fa sapere che il progetto nato più di un anno fa sta proseguendo con successo. 


I bambini che da un anno frequentano la scuola sono felici di seguire con regolarità i corsi di studio. Un anno fa grazie alla colletta di Pasqua, nasceva la scuola elementare voluta dalla Comunità e da due vescovi del Nord Uganda – l’arcivescovo John Baptist Odama di Gulu e mons. Sabino Odoki di Arua. 

Da dicembre 2013, infatti, erano arrivati migliaia di profughi nella zona di Adjumani/Nyumanzi per la guerra civile scoppiata nel vicino Sud Sudan. In particolare, secondo alcuni dati dell’UNHCR, nel campo hanno trovato una sistemazione oltre 30.000 persone e almeno il 30% di queste è in età per frequentare una “Primary School” (l’equivalente della scuola elementare e media in Italia).

Quella di Nyumanzi è l’unica scuola della zona riconosciuta a livello governativo e per questo permette di rilasciare un diploma riconosciuto in Uganda, che potrà essere utilizzato dagli studenti anche in Sud Sudan.

Il diploma è una cosa particolarmente preziosa e sta attirando alcuni studenti ugandesi che chiedono di essere iscritti. Più in generale la scuola sta restituendo speranza nel futuro a tanti bambini che hanno lasciato un paese segnato dalla violenza e con la speranza cresce la voglia di impegnarsi nello studio. In più tra gli oltre 1.000 bambini e i 17 insegnanti (presto diventeranno 24) c’è la convinzione che la scuola riceva ‘una speciale protezione da Dio’’. 

Durante la stagione delle piogge – raccontano – capita spesso che durante il giorno il cielo resti grigio e minaccioso ma l’acqua arrivi solo nel pomeriggio o durante la notte. Questo permette ai bambini di arrivare a scuola e di svolgere le lezioni per quelle classi che ancora si tengono sotto un grande albero. ‘’In questa scuola – dicono – anche il clima ci regala qualcosa’’.

Articolo dal sito www.santegidio.org

sabato 2 agosto 2014

Uganda, annullata perché “incostituzionale” la legge che prevedeva fino al carcere a vita per i gay

La Stampa
La Corte costituzionale di Kampala l’ha definita «nulla».
Quando è stata approvata in Parlamento, non c’era il quorum necessario
di deputati. La normativa prevedeva il carcere a vita per gli omosessuali

Annullata in Uganda la legge anti-gay, una delle più repressive al mondo, che aveva suscitato un’ondata di proteste e sanzioni contro il Paese africano da parte degli Usa. Per la Corte Costituzionale dell’Uganda, «l’adozione della legge anti-omosessuali nel dicembre 2013 senza il quorum alla Camera ha violato diversi articoli della Costituzione, non ha rispettato la procedura parlamentare e quindi è nulla».

Immediata la reazione di gioia sui social network da parte dei difensori dei diritti dei gay, alcuni dei quali erano presenti in tribunale. La legge vietava la promozione dell’omosessualità, rendeva obbligatoria la denuncia dei gay alla polizia e stabiliva pene fino all’ergastolo.

A febbraio un giornale ugandese aveva pubblicato in prima pagina una lista dei duecento «top gay» del Paese, con nomi e cognomi, dal titolo «Scoperti!». Tre anni prima, un altro tabloid, poi chiuso, aveva pubblicato una lista chiedendo l’esecuzione dei gay. Subito dopo la pubblicazione di quell’elenco, l’attivista gay David Kato venne ucciso.

Lo stesso presidente ugandese, Yoweri Museveni, che a febbraio firmò la legge, in un’intervista alla Cnn, disse: «I gay sono disgustosi. Che razza di persone sono? Non ho mai capito cosa facessero, me lo hanno detto da poco e quello che fanno è terribile. Disgustoso».

In risposta all’entrata in vigore della legge, il presidente Usa Obama varò delle misure contro l’Uganda, incluso il blocco dei visti per alcuni cittadini ugandesi. Il Paese, tra l’altro, è stato invitato, non senza polemiche, al summit Usa-Africa che si terrà la prossima settimana a Washington.

Nonostante l’annullamento, le unioni omosessuali in Uganda restano illegali e punibili per legge. Secondo il portavoce del governo, Ofwono Opundo, la legge «non è stata annullata. La Corte si è solo pronunciata sulla procedura», mentre Frank Mugisha, direttore delle `Minoranze sessuali” in Uganda, ha accolto favorevolmente la decisione, sostenendo che è «una piccola vittoria contro l’oppressione».

Anche il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, plaude alla sentenza, definendola «una vittoria per lo Stato di diritto». In una nota, Ban ha lanciato un appello ad intraprendere ulteriori sforzi per depenalizzare le relazioni omosessuali e porre fine alla discriminazione contro lesbiche, gay, bisessuali e transgender.

«Ognuno ha il diritto di godere degli stessi diritti e di vivere una vita dignitosa senza discriminazioni - ha ribadito - così come è affermato nella Carta dell’Onu, nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e nella Costituzione ugandese».

lunedì 21 luglio 2014

Uganda, Human Rights Watch: «Bambini picchiati dalla polizia» La denuncia: minacce, percosse e violenze «sistematiche». Raccolte 130 testimonianze dirette.

Lettera 43 
Pestaggi e abusi sessuali sistematici. Ai danni dei bambini di strada. È quello che succede in Uganda, secondo un rapporto di Human Rights Watch, che punta il dito contro la polizia del Paese africano, ritenuta responsabile delle violenze.
PERCOSSE E MINACCE. L'organizzazione non governativa ha scritto che poliziotti e funzionari ugandesi sono autori abituali di minacce contro i bambini di strada, sorpresi di notte a camminare da soli. I piccoli verrebbero picchiati con bastoni, fruste e cavi elettrici, al fine di estorcere loro tangenti o per punirli dei loro vagabondaggi.

AGGRESSIONI SESSUALI E RASTRELLAMENTI. Molti bambini senzatetto, sia maschi sia femmine, hanno poi riferito a Human Rights Watch di essere stati violentati o aggrediti sessualmente in strada da uomini e anziani. «Le autorità ugandesi dovrebbero proteggere e aiutare i bambini senzatetto, e non picchiarli e metterli in galera assieme agli adulti», ha dichiarato Maria Burnett, ricercatore di Human Rights Watch responsabile per il continente africano.
Il governo, tuttavia, secondo la denuncia della Ong, preferisce gli arresti arbitrari. Le piccole vittime non avrebbero più la possibilità di rivolgersi alla polizia per chiedere aiuto, «perché si trovano a vivere nella paura verso chi avrebbe dovuto proteggerli».

PIÙ DEL 50% DEGLI UGANDESI HA MENO DI 15 ANNI. Il problema ha dimensioni molto vaste. Più della metà della popolazione ugandese ha infatti meno di 15 anni, e i bambini sono il gruppo demografico più numeroso a vivere in povertà.
Secondo il rapporto della Ong, il numero di piccoli che vivono per strada è in aumento, anche se la cifra totale non è nota. Molti non hanno una casa perché i loro genitori sono morti di Aids, altri invece sono sfollati a causa della guerra contro il gruppo ribelle dell'Esercito di Resistenza del Signore (Lra), combattuta nel nord del Paese.
INTERVISTATI 130 MINORI. Human Rights Watch ha intervistato 130 bambini di strada ed ex bambini di strada nella parte orientale del Paese, paticolarmente impoverita. Oltre ai bambini, sono stati contattati anche membri delle organizzazioni che forniscono loro assistenza, operatori sanitari, organizzazioni umanitarie, polizia e funzionari del governo locale.
LE TESTIMONIANZE RACCOLTE. Ecco alcune delle testimonianze raccolte da vittime di abusi: «La polizia ha una tradizione, ti picchia tre volte. La prima per farti aprire gli occhi, la seconda per mostrarti la strada di casa, la terza per mandarti a casa. Ti dicono queste cose mentre ti picchiano», ha detto un ragazzino di 15 anni, che ne ha trascorsi 10 per strada. «Ci hanno tenuti in stanze dove venivamo bastonati dalla schiena alle natiche. Il terzo giorno hanno aperto la cella e siamo stati ributtati in strada». Human Rights Watch ha chiesto ufficialmente al governo ugandese di porre fine ai rastrellamenti e agli abusi, e di indagare e perseguire i responsabili.

sabato 5 luglio 2014

China executes two Ugandans for drug trafficking

Death Penalty NewsUgandan Foreign Ministry spokesman Fred Opolot said two Ugandan drug traffickers – Omar Ddamulira and Ham Andrew Ngobi – had been executed in China’s Guandong Province.

Opolot added that Ddamulira was executed on 21 May while Ngobi was executed on 24 June in Guangzhou, a city populated by many Ugandan businessmen.

He said the Ugandan Government had attempted to engage the Chinese authorities, to try and stay their execution without luck.

According to Opolot the two men were allowed to speak to their families before they were executed.

In October 2013, a report by a delegation of Ugandan MPs to China revealed that 46 Ugandan inmates on death row or life imprisonment were languishing in Chinese Prisons.