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domenica 20 agosto 2017

Tanzania: stregoneria e barbarie. Nel 2017 avvenute 155 uccisioni

In Terris
Linciate da una folla inferocita e poi date alle fiamme. È quanto accaduto a cinque donne accusate di essere streghe in Tanzania, nel villaggio di Undomo, nella regione centro-settentrionale di Tabora.



Centinaia di donne al rogo
Il fenomeno è in aumento: organizzazioni internazionali rilevano che in Tanzania negli ultimi anni la “caccia alle streghe” è costata la vita a centinaia di persone. In particolare la locale Legal and Human Rights Centre (Lhrc) spiega che nei primi sette mesi del 2017 sono state 155 le vittime di uccisioni collegate alla stregoneria. Proprio la regione di Tabora ha il primato con 23 donne massacrate perché considerate delle streghe.

L’accusa nei loro confronti in genere è di avere gli occhi troppo chiari o di cagionare disgrazie in quanto portatrici di sfortuna. A pagarla cara sovente sono anche i familiari di queste donne: figli piccoli e intere famiglie sono state sterminate. Di recente tre componenti di una stessa famiglia sono stati massacrati a colpi di machete nel villaggio di Mfinga perché sospettati di praticare la magia.
L’elenco degli orrori
Lhrc ha prodotto un dossier con un lungo elenco di orrori causati dalla superstizione e dalla mancanza di legalità. La stregoneria è uno spauracchio spesso agitato pretestualmente per compiere linciaggi, ma quello delle credenze a culti tribali è un problema concreto in Tanzania.

Qualche esempio? Nel giugno scorso a Magu, un distretto a sud del lago Vittoria, un uomo è stato arrestato dalla polizia per aver assassinato il figlio di sei anni in un rituale di stregoneria. Ed ancora: in aprile, durante un rito per ottenere ricchezza, una madre, con la complicità di un santone, ha sacrificato il figlio di soli otto mesi. Poi ci sono i casi come quello avvenuto a Maswa, nel nord del Paese, dove un uomo è stato aggredito a colpi di machete da tre persone perché ritenuto colpevole di aver stregato i loro figli.
Le vere ragioni della mattanza
L’agenzia Reuters riporta il parere di Athanasio Kweyunga, coordinatore di Maperece, un’Ong che aiuta gli anziani della regione di Mwanza. Secondo lui la vera ragione degli attacchi sarebbe da ricercare nell’avidità umana. “Le accusano di essere delle streghe, ma in realtà i motivi sono altri”, spiega.

Dietro gli omicidi si nascondono infatti mere questioni di brama sui terreni. In Tanzania le vedove non possono ereditare la terra dei loro mariti, hanno il diritto di viverci fino alla loro morte quando la proprietà passerà ai parenti maschi. E questo – afferma Kweyunga – può generare tensioni. “Ecco perché alcune donne anziane sono uccise dai loro stessi figli”, ha rimarcato Helen Kijo-Bisimba, la direttrice di il Legal and Human Rights Centre.
Giustizia fai-da-te

C’è poi un altro movente a far da sfondo a questa rediviva “caccia alle streghe” nel Paese africano: il desiderio di farsi giustizia da soli. La latitanza delle autorità fa sì che in Tanzania nel 2017 siano state 655 le vittime di linciaggi ed esecuzioni sommarie, un dato triplicato rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.
Politica e credenze superstiziose
Ad avviso della direttrice di Lhrc l’aumento del fenomeno è da ricercare anche nelle restrizioni alle libertà seguite all’ordine del presidente John Magufuli di vietare le attività politiche fino al 2020

Secondo il dossier, la maggior parte degli omicidi è avvenuta a Dar es Salaam, il principale polo economico e il primo porto del Paese, e nella regione di Mbeya, negli altopiani meridionali, dove sono più radicate le credenze superstiziose.
Caccia agli albini
Chi paga un alto tributo alla superstizione in Tanzania sono gli albini, persone colpite da un’anomalia congenita che genera la totale o parziale deficienza di pigmentazione melaninica tale da rendere la pelle chiarissima. Secondo alcune credenze, le ossa e gli arti degli albini sono adatti a realizzare macabri rituali magici o per preparare filtri e pozioni che, si ritiene, portino fortuna e salute. Così il mercato nero pullula di parti del corpo di queste persone: tra il 2000 e il 2015 nel Paese africano sono state assassinate 75 persone a causa della superstizione legata ai poteri magici del loro corpo. Queste le cifre ufficiali, ma si teme che possano essere anche di più.
Impunità
I gruppi per i diritti umani che operano in Tanzania denunciano l’impunità nei confronti di chi compie questi efferati omicidi. “Questi fatti devono essere condannati con fermezza” ha rimarcato Bisimba. “Abbiamo bisogno di educare chi, basandosi su credenze fuori dal tempo, pensa che le donne siano delle streghe”, ha concluso.

Quello della stregoneria e delle violenze annesse è un fenomeno molto diffuso in tutta l’Africa sub-sahariana. La Tanzania non è un caso isolato. Di questo Paese si conoscono alcuni dati grazie all’impegno di locali organizzazioni. Altrove la situazione è altrettanto drammatica, ma spesso non è possibile accedere ad altrettanto dettagliate informazioni.

Giacomo De Sena

mercoledì 24 aprile 2013

Appello Amnesty - Papua Nuova Guinea: donne accusate di "stregoneria" rischiano la vita

Amnesty International
Una donna, gravemente ferita, e le sue due figlie sono nelle mani da un gruppo che le accusa di praticare la "stregoneria" in Papua Nuova Guinea. Si teme per la loro incolumità dopo che all'inizio di aprile una donna accusata di "stregoneria" era stata decapitata. La risposta della polizia si è dimostrata finora gravemente insufficiente.

Secondo fonti interne al paese, la donna avrebbe riportato gravi lesioni intorno al collo a causa di un'aggressione subito intorno al 2 aprile 2013. Gli abitanti hanno bloccato le strade per impedire alle tre donne di lasciare Lopele, distretto di Bana, sud di Bougainville, per sottoporsi a cure mediche specialistiche. Le donne sono ora trattenute in un centro sanitario rudimentale da membri della comunità che le accusano di praticare la "stregoneria". La polizia ha risposto finora solo inviando un funzionario a Lopele per negoziare la liberazione delle donne.

Intorno al 4 aprile, Helen Rumbali, attivista per i diritti delle donne e insegnante, è stata decapitata davanti all'intera comunità dopo essere stata accusata di "stregoneria". La polizia, presente sul posto, ha riferito di non esser stata in grado di intervenire a causa della ostilità della folla.

A marzo, la commissione per la riforma costituzionale della Papua Nuova Guinea ha chiesto al governo di abrogare l'atto sulla stregoneria del 1971, che attualmente riduce le pene per coloro che hanno aggredito o ucciso qualcuno accusato di stregoneria.