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mercoledì 1 agosto 2018

Malawi - Nell'inferno delle prigioni "caverna". La sfida vinta da Sant'Egidio: portata l'acqua ai detenuti

Avvenire
La sfida vinta da Sant' Egidio: l' acqua per i detenuti di quattro strutture in Malawi le piaghe da decubito possono venire per come si dorme in prigione. 

Il carcere di Mulanje - Malawi
L'uno ammassato all'altro, sdraiati su un fianco perché, pur per terra, non c' è posto per tutti. Ogni tanto una guardia urla un ordine e tutti devono voltarsi sull'altro lato. «Più che celle - spiega Paola Germano della Comunità di Sant' Egidio - sono caverne senza spazio, luce e aria. 

Le condizioni carcerarie sono molto critiche in Italia, ma diventano drammatiche in Malawi, uno dei Paesi più poveri al mondo secondo l'Onu». Sant'Egidio - con oltre 10mila membri nel piccolo Stato africano - è presente in 15 carceri malawiane da 14 anni. 

Dietro le sbarre manca tutto: letti, cibo, medicine, coperte. Non c' è acqua per bere, per lavarsi, per cucinare e mantenere le condizioni igieniche minime. 

Per questo la Comunità ha costruito il sistema idrico di quattro prigioni: sabato 14 luglio c' è stata l' inaugurazione di 6 rubinetti, docce e gabinetti in quella di Mulanje, al confine con il Mozambico e alla falde della grande montagna che molti ritengono piena di spiriti. 

Grande festa anche tra le case intorno: l' acqua arriverà anche a loro. Un coro misto di detenuti e abitanti «oltre le sbarre» cantava: «Community, unity».

«Il primo nostro impegno - racconta Paola Germano - è visitare i carcerati, costruendo un rapporto di amicizia e ponti tra dentro e fuori. Conosciamo oltre 10mila detenuti». In Malawi e in altri Stati africani vi è un forte disinteresse per gli arrestati: «I casi - continua - vengono dimenticati e si invecchia dietro le sbarre. 

Con i nostri legal clinic ci occupiamo di persone di cui nessuno ricorda neanche le ragioni della carcerazione». Sono 3.500 quelle che Sant' Egidio ha liberato negli ultimi dodici mesi, compreso un anziano di 80 anni, detenuto con il nipote di 13: accusati di un furto mai dimostrato, erano reclusi da un decennio, magri, scheletrici. 

«Si mangia - dice Germano - una specie di polenta solo una volta al giorno, per chi non ha parenti che portano del cibo la sopravvivenza è veramente dura». 

Spesso si finisce in carcere per anni per piccoli furti per mangiare o ragioni assurde: «Molti ragazzi di strada vengono arrestati perché non hanno la carta di identità, che è a pagamento». 

In Malawi non esiste un registro anagrafico statale, per questo il programma "Bravo!" di Sant' Egidio iscrive i bambini all' anagrafe.
Molti dei diecimila membri di Sant' Egidio sono giovani: «Da loro viene la speranza per cambiare un Paese in cui tutte le infrastrutture si reggono su due generatori, la carestia è endemica e le inondazioni per problemi ambientali sono cicliche».
Intanto dalla collinetta di Mulanje due volte alla settimana si sentono canti religiosi.
Dall' amicizia con i membri della Comunità che visitano i detenuti, infatti, è scaturita la richiesta di preghiera e di speranza: all' interno del carcere è nato un gruppo di Sant'Egidio, formato da un centinaio di prigionieri e da alcune guardie. 

Racconta Germano: «Aiutano i prigionieri più deboli, fanno la preghiera due volte alla settimana. Il Vangelo è per tutti».

Stefano Pasta

venerdì 4 maggio 2018

Malawi - Gli assassini di albini potrebbero essere condannati a morte

Blog Diritti Umani - Human Rights
Il presidente del Malawi ha chiesto un dibattito sull'introduzione della pena di morte per "cacciatori di albini" dopo il caso recente di uccisione di un albino per prelevarne parti del corpo.



Un sacerdote e un ufficiale di polizia erano tra una banda di 12 arrestati per il rapimento e l'omicidio di McDonald Masambuka, 22 anni, la 22ª persona con albinismo che è stata uccisa nel paese dal 2014.

ES

Fonte: The Times

domenica 29 ottobre 2017

Malawi - Nonno e nipote innocenti in carcere da 10 anni. La solidarietà li ha liberati

www.santegidio.org
Questa è una storia vera: quella di un'ingiustizia di cui sono state vittime due persone povere, un anziano e un adolescente, e dell'azione liberatrice della Comunità di Sant'Egidio del Malawi, di cui pubblichiamo il racconto:

"Il vento della giustizia ha soffiato nel carcere di Chichiri nella città di Blantyre in Malawi. Nello spirito del Vangelo; "ero carceraro e siete venuti a trovarmi" (Mt 25), i giovani della Comunità di Sant’Egidio si impegnano da anni a visitare e a fornire assistenza legale ai prigionieri, riproponendo al governo di rivedere alcuni casi dimenticati e irrisolti. È stata questa la storia di Matiki Njala 85 anni e di Elia Kadzombe di 24, accusati di un omicidio 10 anni fa e scagionati da pochi giorni, dopo un regolare processo.

A quel tempo Matiki aveva 75 anni e suo nipote Elia 14. Vennero portati in carcere senza nemmeno la possibilità di essere ascoltati. Elia era un bambino, ma fu rinchiuso nel carcere degli adulti. Solo nel 2012 il loro caso arrivò al tribunale, ma all’ultimo momento fu rimandato ad un’ulteriore data, che non sarebbe forse mai arrivata senza l'intervento della Comunità.

Leggi l'articolo del Sunday Times >>>
La loro storia ha avuto una svolta dal 2016 quando nonno e nipote si sono affacciati alla preghiera in carcere che la Comunità di Sant’Egidio fa da anni una volta a settimana. Le parole di speranza predicate nella preghiera li hanno aperti alla fiducia verso i giovani della Comunità ai quali hanno raccontato la loro tragedia. Alexius Kamangira, un giovane avvocato che fa parte della Comunità, si è offerto di seguire gratuitamente il loro caso.

Appena sono state presentate le domande per il riesame, si è scoperto che nell’archivio del tribunale non c’era nessun riscontro della loro condanna, che erano stati incarcerati sulla base di semplici supposizioni e senza prove. Era chiaro che erano destinati a morire in carcere dimenticati dietro le sbarre. Con l'età avanzata Matiki inizia ad avere problemi gravi di salute. Sarebbe stata davvero la sua fine.

Il processo regolare ha stabilito la loro immediata scarcerazione. Tutti e due hanno espressola loro gratitudine a Sant’Egidio per questo amore, per essere stati considerati come figli e familiari, restituendo loro la speranza e una nuova vita, risorta dall’abisso del buio in cui erano stati dimenticati.

domenica 22 ottobre 2017

Malawi - Povertà, superstizione, stregoneria. Uccisioni per la caccia ai "vampiri"

Globalist
Una delle vittime era un ragazzo affetto da epilessia, bruciato vivo all'uscita da un ospedale. L'altro è stato lapidato in strada.


Tra superstizione e stregoneria, in Malawi, uno dei Paesi più poveri del mondo, si è scatenata una insensata caccia al vampiro che, da settembre ad oggi, secondo quanto riferiscono alcuni media, che riportano notizie di giornali locali, avrebbe fatto già sei incolpevoli vittime. 

Persone che, in un crescendo di violenze, hanno pagato con la vità il dilagare della paura contro i ''succhiatori di sangue'', come vengono chiamati. Non si tratta di creature demoniache nel senso di quelle tramandate dalle leggende europee o dalla penna di uno scrittore (come il Dracula di Bram Stoker), ma di uomini sospettati di nutrirsi del sangue altrui. E non si tratta di una caccia per modo di dire, perchè, nelle scorse ore, a Blantyre, secondo centro per dimensioni del Paese, due persone sono state linciate da un gruppo di autonominatisi vigilantes che le hanno sorprese per strada e uccise.

Una delle due vittime, ha riferito un portavoce della polizia, era un ragazzo di 22 anni, affetto da epilessia e che è stato sorpreso dai 'cacciatori di vampiri' non appena uscito dall'ospedale. E' stato circondato picchiato e dato alle fiamme. Stessa sorte, a distanza di poche ore, per la seconda vittima, un uomo che è stato lapidato per strada. 

A fare le spese dell'ondata di violenza, in un Paese in cui la stregoneria è molto seguita, è stata anche una coppia di belgi che il 15 settembre, a bordo di un 4x4 dopo un viaggio in Sud Africa, sono stati aggrediti e feriti gravemente, mentre il loro automezzo è stato fatto a pezzi. 

Questa follia ha costretto il presidente del Malawi, Peter Mutharika, a recarsi nei distretti meridionali del Paese, teatro delle uccisioni, per cercare di fermare la violenza. Che non è solo comunque di un pugno di folli che pensano che esistono i vampiri e che uccidono chiunque per loro passi la sua vita a succhiare il sangue.
Il dilagare della violenza, legata alla criminalità comune, ha indotto l'ambasciata degli Stati Uniti e le Nazioni Unite a sconsigliare di visitare i distretti interessati dal fenomeno ed a diminuire la presenza di loro rappresentanti. la visita.

lunedì 14 agosto 2017

Malawi. Così si salvano i bambini invisibili

La Stampa
La Comunità di Sant'Egidio in campo nell'Africa subsahariana dove due bambini su tre non sono registrati all'anagrafe e diventano prede dei trafficanti di organi. 


In alcune contrade del mondo, la povertà estrema e la miseria nera sono accidenti contro i quali è necessario lottare tutti i giorni con pertinacia, con vigore. In particolare, due bambini su tre in Africa subsahariana non sono registrati all'anagrafe. Sono i cosiddetti "bambini invisibili", facili prede dei trafficanti di esseri umani, che li sfruttano nel lavoro minorile, come schiavi sessuali o per l'espianto degli organi. I governi locali fanno quello che possono per salvaguardare l'infanzia violata.

Da anni e anni, in Africa, si distingue per alacrità e umanità la Comunità di Sant'Egidio, la quale ha avviato il programma "Bravo", preparato appositamente per tutelare i bambini calpestati. La Comunità di Sant'Egidio ha registrato 3,5 milioni di persone in Burkina Faso, ha avviato l'iscrizione gratuita allo stato civile dei bambini del Malawi, ha formato centinaia di operatori della maternità e sensibilizzato oltre mille capi-villaggio. 

Quando l'indigenza mortificante stringe con la sua presa tentacolare e ferrea, occorrerebbe anche l'intervento massiccio e mirato delle istituzioni. Preminentemente, dovrebbero essere quelle occidentali, da sempre solerti a depredare e a spogliare i Paesi a Sud del mondo, che per una mansione etica dovrebbe provvedere fattivamente.

Per intanto, la Comunità di Sant'Egidio si muove nelle città africane a protezione dei tanti "bimbi di strada", anche piccolissimi, che dormono in luoghi di fortuna (anche nei canali di scolo) e si arrangiano vendendo vecchie scarpe, raccogliendo rifiuti, chiedendo l'elemosina al mercato. Meritorio e provvidenziale l'adoperarsi di Sant'Egidio, che assicura a questi piccoli sfortunati cibo, vestiario, medicine, scuola, sperando di aprire in futuro ricoveri notturni.

di Marcello Buttazzo

lunedì 9 maggio 2016

Malawi, Burundi, Mozambico,Tanzania: dilagano le violenze contro gli albini

East On Line
L’albinismo è una condizione patologica di carattere ereditario, dovuta ad una mutazione genetica che impedisce di sintetizzare i pigmenti melaninici necessari alla normale colorazione cutanea. Sebbene a livello mondiale si stima che ne sia affetta una persona su 17mila, nell’Africa orientale, soprattutto in Burundi, Mozambico e Tanzania, l’incidenza è molto più elevata arrivando a circa un albino ogni 1.500 abitanti. 



La vita per molti giovani africani nati con questa anomalia metabolica ereditaria è davvero difficile, perché povertà e ignoranza inducono le popolazioni rurali a rifugiarsi nella superstizione, che ritiene gli albini portatori di malocchio o al contrario dotati di poteri magici.

A causa di questa credenza, in alcune zone nell’est del continente gli albini vengono considerati come una punizione divina, mentre in altre aree le parti del corpo sono usate come talismani o ingredienti per creare “miracolose” pozioni in grado di guarire da malattie e far prosperare gli affari.
Tutto ciò comporta che gli albini siano vittime di attacchi, omicidi e mutilazioni. Per esempio, la convinzione che avere un rapporto sessuale con un albino possa curare l’Aids, sfocia spesso in stupri anche nei confronti di bambini.
Nell’ultimo decennio, le aggressioni sono aumentate diffondendosi anche nelle zone urbane e secondo i dati forniti da Under the Same Sun, organizzazione non-profit canadese impegnata nella difesa dei diritti degli albini, almeno 166 persone sono state uccise e 273 aggredite in 25 diverse nazioni africane.

Numerosi episodi di violenza si sono registrati anche in un altro Paese dell’Africa orientale: il Malawi, dove la polizia dall’inizio del 2016 ha registrato 55 attacchi nei confronti di albini. Mentre lo scorso anno nell’ex protettorato britannico sono stati denunciati numerosi rapimenti di persone affette da albinismo, che hanno provocato la morte di almeno undici di loro.

Una crisi inquietante nelle sue proporzioni
Per monitorare la situazione, una squadra di osservatori del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite dal 18 al 29 aprile scorso si è recata nel Paese africano. Le conclusioni tratte al termine della missione dalla nigeriana Ikponwosa Ero, esperta indipendente dell’organismo delle Nazioni unite per i problemi legati all’albinismo, sono a dir poco drammatiche.

Secondo la Ero, la situazione attuale costituisce una crisi inquietante nelle sue proporzioni. Lo dimostrano i circa 10mila albini malawiani che rischiano l’estinzione a causa del costante aumento degli omicidi. Omicidi rituali perpetrati per vendere le loro parti del corpo al mercato nero e poi usarle in riti di stregoneria, per le loro presunte qualità magiche.
La signora Ero, lei stessa affetta da albinismo, ha poi aggiunto che anche nella morte gli albini non possono riposare in pace, perché i loro resti vengono razziati dai cimiteri.
L’esperta dell’ONU non ha mancato di sottolineare che alla base delle violenze sugli albini ci sono motivazioni economiche. Lo confermerebbe anche quanto avviene in Malawi, uno dei paesi più poveri del mondo, dove la vendita delle parti del corpo delle persone affette da albinismo è un business spesso considerato molto redditizio.
Negli stessi giorni in cui gli osservatori delle Nazioni Unite si trovavano in Malawi, la polizia ha scoperto nei dintorni della capitale Lilongwe un cadavere di una ragazza di 21 anni, uccisa perché albina. Dal corpo, trovato chiuso in un sacco e seppellito in una fossa, mancavano alcune ossa, probabilmente asportate poiché ritenute utili per compiere riti di magia nera.
Gli agenti hanno arrestato dieci persone accusandole del crudele delitto. Il principale sospettato è lo zio della vittima, un uomo di 38 anni, che insieme ai suoi complici avrebbe trascinato la giovane in una fattoria per poi ucciderla.
Secondo il portavoce della polizia locale, Kondwani Kandiado, probabilmente gli assassini avrebbero agito perché hanno saputo che le ossa degli albini possono procurare molto denaro.

La drammatica realtà della Tanzania
Ma il Paese africano nel quale in assoluto le persone affette da albinismo vivono la situazione più drammatica è la Tanzania, dove sempre Under the Same Sun, ha rilevato che lo scorso anno si sono verificati un totale di 160 atti di violenza contro di loro, tra cui 76 omicidi.
Il Paese insieme al Burundi, Kenya, Repubblica democratica del Congo, Mozambico, Sudafrica e Swaziland fa parte del circuito “commerciale” dove vengono vendute le parti del corpo mutilate agli albini.
Inoltre, la Tanzania registra una percentuale molto elevata di persone con questa condizione rispetto ai Paesi più sviluppati. La causa principale di questa larga diffusione della patologia sarebbe riconducibile alla consanguineità. Infatti, tutti gli albini dovendo vivere isolati a causa delle persecuzioni, si sposano tra loro e hanno figli.
Anche il cinema ha dedicato attenzione alla tragica situazione di violenza nei confronti degli albini nei Paesi africani. Film come “White Shadow” di Noaz Deshe, vincitore nel 2013 del Premio Opera Prima al Festival di Venezia, o “In the shadow of the sun” di Harry Freeland, miglior documentario al One World Media Awards 2013, hanno sconvolto le giurie e hanno fatto conoscere al grande pubblico questa crudele realtà.

Marco Cochi

mercoledì 16 marzo 2016

Malawi carestia e superstizione accuse di stregoneria e linciaggi

Notizie/Italia/News
l 1° marzo scorso un gravissimo episodio di linciaggio è avvenuto nel distretto di Nsanje, nell’estremo sud del Malawi. Sette uomini, trovati in possesso di ossa umane, spesso utilizzate nelle pratiche di stregoneria, sono stati bruciati vivi da una folla inferocita, che gli ha fatto passare un copertone sulla testa, li ha cosparsi di benzina e vi ha appiccato il fuoco.
Pare che la polizia, benché nei pressi, non sia intervenuta tempestivamente, né che si sia proceduto ad alcun arresto. La legge ha abdicato a chi si è fatto da solo giudice e carnefice. 

A duemila anni di distanza, mentre si avvicina la memoria della Settimana Santa, è triste constatare come la tentazione del “Crucifige! Crucifige!” sia ancora viva e vegeta.
Piuttosto, un’indagine è stata aperta per determinare l’origine delle ossa, se esse appartenessero o no a un albino. 

Il Malawi, infatti, sta vivendo una escalation di rapimenti e uccisioni di albini. Le autorità locali parlano di continue riesumazioni di corpi di albini, dal momento che alcuni loro organi sono ritenuti capaci di garantire ricchezza e favore attraverso opportune pratiche rituali.
In un tempo difficile, mentre la siccità e la carestia imperversano in quel piccolo paese dell’Africa australe, è facile credere ai falsi profeti del successo e della stregoneria. L’irrazionale si fa strada, in una stagione avvelenata dal morso del bisogno e dall’idolatria del denaro.
Alcuni mesi prima, a Neno, sempre in Malawi, anche quattro anziani erano stati brutalmente uccisi in un linciaggio. La loro colpa? Essere stregoni, aver “guidato” un fulmine contro una giovane di 17 anni. 

La locale Comunità di Sant’Egidio aveva emesso un comunicato per condannare tale terribile episodio e la cultura che lo ha permesso: “Facciamo appello ai capi villaggio, ai leader delle chiese, alle autorità pubbliche e private e a tutti i malawiani di buona volontà affinché si prevengano simili incidenti. Condannare la barbarie di simili azioni non è sufficiente, piuttosto dobbiamo sviluppare una cultura di protezione nei confronti degli anziani e di tutte le persone più deboli della nostra società, le più accusate di stregoneria. Schieriamoci tutti in favore della giustizia e contro ogni forma di linciaggio”.


Francesco De Palma

domenica 7 febbraio 2016

Anziani e Africa: appello contro il linciaggio degli anziani accusati di stregoneria in Malawi

www.vivaglianziani.it
Dopo il tragico omicidio per linciaggio di quattro anziani, accusati di stregoneria avvenuto in Malawi nei giorni scorsi, la Comunità di Sant’Egidio ha rivolto un accorato appello alle autorità e a tutti i malawani per la condanna di questa pratica disumana e chiedendo a tutti il massimo impegno per la difesa degli anziani.




mercoledì 21 ottobre 2015

Malawi: le Ong denunciano "migranti abbandonati nelle carceri, anche in 50 per cella"

Dire
In 50 in una cella da 20, con un lavabo ogni 900 persone e un bagno ogni 120: vivono così centinaia di migranti "irregolari" dell'Etiopia, arrestati sulla via del Sudafrica e trattenuti ora nelle carceri del Malawi, perchè questo piccolo paese non ha o non vuole stanziare i soldi per rimpatriarli. 

La vicenda è stata denunciata da alcune Ong e fonti di stampa concordanti. Un reportage rilanciato dal quotidiano sudafricano "Mail & Guardian" riferisce di 29 migranti, tra i quali diversi minorenni, detenuti nel penitenziario di Dezda. Hanno scontato la pena a sei mesi di prigione per ingresso illegale nel paese e pagato una multa di oltre 60 dollari, ma restano in carcere.

Drammi simili 60 chilometri più a nord, nella capitale Lilongwe, dove l'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) e Medici senza frontiere (Msf) assistono 317 etiopici. Finiti in un carcere che potrebbe ospitare 800 detenuti ma che ne trattiene invece 2650. 

L'Oim ha calcolato che il rimpatrio dei 317 migranti costerebbe 200.000 dollari. Nel reportage ci sono diverse interviste. Eyasu Tadiya, 15 anni, dice di non voler più "soffrire" e di desiderare solo di "tornare a casa". Aleme, 41, spiega perchè aveva deciso di partire: "Con i guadagni di due o tre anni di lavoro in Sudafrica riesco a mettere da parte i soldi per acquistare una casa. In Etiopia anche se lavori 20 anni non puoi comprare nulla".

lunedì 20 luglio 2015

Malawi: Law students help reverse Malawi death penalty sentence

Cornell Chronicle
After 19 years in a Malawi prison under threat of a death sentence, Abraham Galeta has been set free, thanks to the work of students in the International Human Rights Clinic at Cornell Law School. In the process, the students acquired valuable skills they might use in future criminal cases.
The young man had killed his stepfather, who had been in the act of viciously beating his mother to the point that she called out for help in fear for her life. He was convicted of murder and sentenced to death; in Malawi such sentences are often delayed.

Clinic students interviewed Galeta in prison. He had not spoken to a lawyer since his death sentence was imposed in 1996. Traveling to Galeta's remote village, Malawi paralegals trained by Sandra Babcock, clinical professor of law, interviewed witnesses to bring out the extenuating circumstances.

They also interviewed village elders to establish that Galeta was of good character and would be accepted if he returned to the village. On the basis of this evidence, and drawing from both Malawian and international legal precedents, Cornell clinic students prepared pleadings for Malawi lawyers to submit to the country's high court. Galeta's sentence was reduced to a term of years, resulting in immediate release.

"We have achieved results because we work in collaboration with local partners, and we're very humble about our contribution," Babcock said. "It provides a really good example of how a U.S.-based university can collaborate in a way that is not intrusive."

Malawi has an independent judiciary and a small corps of well-trained lawyers, Babcock said, but it is one of the poorest countries in the world. It has fewer than 20 public defenders nationwide, and they have limited support.

"What we can do is provide what we have at our disposal: students who have the time and access to legal resources," Babcock explained.

In recent years students have reversed several other unjust convictions in Malawi. Since January the International Human Rights Clinic has been involved in 36 hearings, securing the release of 24 prisoners and commuting 12 to a term of years as an alternative to a death sentence.

In one case, a deranged man set fire to a building and burned to death, and three brothers who had gone in to rescue him were arrested because they were found at the scene. In another, a woman was accused of murder for killing her husband when he was beating her in a drunken rage. The status of women is a recurring issue, Babcock noted. Often, she said, a physical attack on a woman by a man might be reported as just a "quarrel." Alcohol also is frequently involved, she added.

"The whole premise of this project is that you need to look at the whole person and the facts of the crime," Babcock said, "and you take all those facts into account in deciding who should be released."

The International Human Rights Clinic is a course Babcock teaches in the Law School. Her title "clinical professor" means that she leads students through real-world cases. She encourages students to take the course more than once, because each time around offers a different experience. Next year, the clinic will continue to work in Malawi and will add new challenges.

"We hope to expand the work to another country with the same problems because we've learned so much," Babcock said. They also will examine women's rights issues in Myanmar, she added.

Cornell also has clinics on LGBT rights, capital punishment, labor law and immigration, all led by professors with practical experience.

domenica 3 maggio 2015

Death Penalty - Two prisoners removed from death row in Malawi

The Death Penalty Project
After many years of delay, the Courts in Malawi have been conducting sentencing hearings in the cases of prisoners who received mandatory death sentences prior to the landmark case of Kafantayeni and others v The Attorney General of Malawi striking down the mandatory death penalty.
Since February 2015, the courts have heard 29 cases of the 192 prisoners now entitled to re-sentencing hearings. These prisoners had already been commuted to life imprisonment but were still entitled to have their case considered based on their individual circumstances. 12 of these prisoners have been released and five others have received determinate sentences.

The first two cases for prisoners who remained on death row were decided on 27th April 2015. Aron John and Tony Thobowa‘s death sentences were set aside and each was re-sentenced to 24 years imprisonment (from the date of their arrest) after the judge took into account the 12 years they have spent on death row and other mitigating evidence, which included a psychiatric report and character witness evidence. Both defendants have behaved well in prison and if this continues they will benefit from a one-third remission of their sentence, meaning they are likely to be released in four years’ time.
Emile Carreau, a volunteer lawyer from Australia, said, “I visited Tony and Aron the day after judgment and both were in good spirits. They have already asked the prison officers to place them in the agriculture programme, which will allow them to go outside and farm maize and other crops on land next to the prison. They said they are looking forward to it because they have not been outside the prison uncuffed since being sent there in 2003.”

The High Court accepted the submissions made on behalf of the two individuals, namely, that they had remained on death row for some 12 years and it would be cruel and inhuman to execute a condemned person who had remained under sentence of death for such a protracted period. The Court also recognised the serious implications of the loss of their case files by the Court Registry and accepted that leniency should be provided in similar cases.

Saul Lehrfreund, co-executive director of The Death Penalty Project said, “The outcome of this case is extremely encouraging. The courts in Malawi have recognised that the death sentence cannot be carried out where there is a clear violation of international human rights principles. To go from more than a decade on death row to potential release in 4 years time is a huge step and is a testament to the many individuals and groups who have been assisting prisoners such as Tony Thobowa and Aron John for many years.”

giovedì 26 febbraio 2015

Malawi - Verso un sistema carcerario “dal volto umano”

Agenzia Fides
Lilongwe - “Decisamente qualcosa sta cambiando nel sistema carcerario del Malawi” dice all’Agenzia Fides p. Piergiorgio Gamba, missionario monfortano, commentando il discorso del Presidente alle 731 nuove guardie carcerarie al termine del loro corso di formazione. 

Oggi ricevete il mandato non di punire, ma di riabilitare e riformare i carcerati che possano essere di aiuto allo sviluppo socioeconomico del Paese” ha affermato il Presidente.
“Le cose stanno cambiando, non solo perché il Presidente ha sperimentato lui stesso alcuni giorni di carcere dove il sovraffollamento è oltre il massimo consentito anche dalla protezione degli animali” dice p. Gamba. “Le nuove norme carcerarie sono orientate al recupero di chi ha trasgredito la legge” spiega il missionario. “Esse prevedono: programmi di recupero del condannato trasformandolo in un cittadino utile al Paese; costruzione di nuove prigioni e rifacimento delle attuali celle; l’introduzione del Community Services, ovvero completare la pena rendendo un servizio alla comunità”.
“Non tutto cambierà immediatamente” aggiunge p. Gamba. “Basta guardare le uniformi delle nuove guardie durante la cerimonia tenutasi il 21 febbraio. Pulitissime, ma non certo fatte a misura di chi le deve indossare. Il salario delle guardie è meno della metà di quanto guadagna un poliziotto, costringendole spesso a rubare ai carcerati le loro stesse razioni alimentari. Ma si è sulla strada giusta per dare un volto umano a un sistema carcerario ingiusto, che da sempre diverse Chiese cristiane hanno cercato di cambiare dall’interno”. (L.M.)

mercoledì 18 febbraio 2015

Malawi - Approvata una legge per l'abolizione delle spose bambine

MISNA
Una legge che vieta di contrarre matrimonio prima dei 18 anni di età è stata approvata dal parlamento del Malawi, un paese dove circa la metà delle ragazze diventano spose ancora minorenni.

“È fondamentale sostenere le donne e le donne non possono affermarsi se non sono istruite” ha detto dopo il voto la deputata Jessie Kabwila, sottolineando come spesso le ragazze che si sposano da minorenni abbandonino la scuola.

Le nuove norme, inserite nel Marriage, Divorce and Family Relations Bill, dovranno essere promulgate entro tre settimane dal presidente Peter Mutharika. A oggi in Malawi non può contrarre matrimonio chi non ha ancora compiuto i 16 anni di età. Per i quindicenni serve un’autorizzazione dei genitori.

mercoledì 24 dicembre 2014

Malawi: presidente grazia decine di detenuti per Natale

MISNA
Il presidente del Malawi, Peter Mutharika, ha concesso la grazia a 197 detenuti in vista della festività del Natale e del nuovo anno: lo ha annunciato il governo in un comunicato.
Secondo le informazioni diffuse dal ministero degli Interni i prigionieri, che sono stati già rilasciati, avevano già scontato almeno metà della loro pena, avevano tenuto una buona condotta mentre erano in carcere e nessuno di loro era stato condannato per reati gravi.

Il gesto di Mutharika è stato definito dallo stesso comunicato del ministero “un simbolo di perdono”. 

Restano tuttavia preoccupanti le condizioni di vita all’interno delle carceri malawiane: secondo gli ultimi dati noti, risalenti al periodo tra dicembre 2011 e marzo 2012 un totale di 79 persone è morto in quei mesi negli istituti di pena nazionali, molti dei quali per malattia. 

Tre casi, tuttavia, sono stati attribuiti dalla Commissione malawiana per i diritti umani a brutalità della polizia.

sabato 28 giugno 2014

Malawi: la storia di Suor Anna, l'angelo di bambini e detenuti - Aiuti alimentari e sanitari in carcere

L'Arena di Verona
Ai carcerati fornisce medicinali e cibo. Ha creato un'infermeria e corsi di recupero per ex galeotti. La francescana suor Anna originaria di Affi ha realizzato 54 scuole
Ben 65 villaggi in Malawi hanno scuole materne e rurali grazie a una suora veronese che vive nel paese africano dal 2002, dopo essere stata per una decina díanni in Tanzania e poi un lungo periodo di attività a Roma per la comunità delle Francescane ausiliare laiche missionarie dellíImmacolata, in cui entrò diciassettenne nel 1960. Sono 54 le scuole già costruite dalla missionaria originaria di Affi, una decina ancora organizzate sotto líalbero più grande del villaggio o una tettoia, mentre per altre cinque tutto il materiale di costruzione E' pronto per essere montato. Il villaggio collabora alla costruzione e alla gestione della scuola. 

Suor Anna con le offerte raccolte compera il materiale. Il capo villaggio che organizza il lavoro di preparazione e cottura dei mattoni, di scavo delle fondamenta, del trasporto dell'acqua. "Con le offerte si comperano il cemento, la calce, il legname e gli infissi e si paga la manodopera Con 3.500 euro si costruisce dal nulla una scuola mentre E' gratis il servizio dei docenti".

Sono già 3.400 i bambini che frequentano queste scuole rurali e che ricevono una refezione quotidiana che integra con una miscela di farina di soia e mais, arricchita con vitamine e zucchero, la dieta povera di proteine che ricevono a casa loro, mentre per alcuni orfani E' l'unico pasto di tuttala giornata: "Bastano 50 euro per alimentare per un mese tutti i bambini di un intero asilo", fa sapere suor Anna 

L'altro impegno della suora veronese è il progetto carceri: ne segue ben nove, di cui due minorili ed è l'unica persona autorizzata ad entrare nel braccio della morte. "Questi detenuti non possono vedere nessuno al di fuori del personale del carcere e sono líunica esterna che una volta al mese li può visitare.

Con i fondi dell'8 per mille destinati alla Chiesa cattolica siamo riusciti a costruire un'infermeria nel carcere di Chichiri, che aiuta a salvare molti perché non ci sono cibi speciali per i malati e aiuti sanitari", denuncia suor Anna, che ha avviato un programma alimentare per ottomila detenuti di cui 900 sieropositivi. Si finisce in carcere rischiando di morire per le dure condizioni, anche per piccoli reati, come una nonna che deve scontare sei mesi per aver rubato un paio di scarpe per il nipote orfano che doveva andare a scuola o una mamma al primo mese di gravidanza che è stata denunciata senza prove dal vicino per un furto di mais: E' rimasta in carcere per tutta la gravidanza, ha anche partorito là e il bambino è rimasto rinchiuso con lei. "Più della metà dei detenuti dorme seduta perché non cíè spazio per sdraiarsi.

Per affrontare la debilitazione delle malattie serve cibo per integrare l'alimentazione monotona che arriva dal carcere. Sono aiutata in questo da una cooperativa costituita per offrire un futuro e assistere gli ex carcerati inserendoli nel mondo del lavoro, con interventi nell'edilizia nella falegnameria e nella sartoria e maglieria. 

Un giovane segue le pratiche legali e un altro tiene le comunicazioni con le famiglie dei detenuti. Altri lavorano nei laboratori e insegnano un mestiere o danno ai più giovani la possibilità di prepararsi agli esami per ritornare a scuola", riferisce la religiosa veronese che ringrazia "gli amici di Affi e Illasi, mio fratello Giovanni e sua moglie Marta per le offerte, che sostengono i progetti, e gli organizzatori e i partecipanti alla cena benefica di Caprino". Per aiutarla ci si può rivolgere all'associazione "Con Anna per il Malawi" Onlus in via Chiesa 10 ad Affi (telefono 349.0896901).

di Vittorio Zambaldo

lunedì 10 febbraio 2014

Malawi's criminal justice system is in need of urgent reform

The Guardian
While the attention of the government and the donor community is on 'cashgate', Malawians continue to be detained for long periods, largely unseen and unaided


Malawi ranks among the top 10 recipients of UK aid and, while the economy has grown in recent years, more than 50% of the population still live below the poverty line, according to the World Bank. The main focus of aid is poverty reduction through health and education projects. Projects aimed at improving access to justice for the ordinary citizen are few and far between.A local human rights NGO, the Centre for Human Rights, Education, Advice and Assistance (Chreaa), based in the commercial capital, Blantyre has been working since 2002 to protect the rights of marginalised prisoners subject to long pre-trial detention, the majority of whom will not have access to legal representation, through its paralegal advisory service.

Two years ago, I began volunteering with Chreaa, interviewing prisoners and drafting bail applications for homicide remandees who had been unlawfully imprisoned for many years, still waiting for a trial date. The applications I drafted were not heard by a judge for many months, as all 200 courts across Malawi were closed due to a strike by court staff over pay shortly after I arrived.

However, the police continued to arrest hundreds of people, bypassing the courts and detaining them without proper authority.

This wasn't limited to the strike period. In Chichiri prison, one of the largest in southern Malawi, a homicide remandee will spend on average three years in jail before the trial starts.

The trial itself can take two years to complete due to frequent adjournments, and even after it has concluded, remandees can expect to wait another 12 months before judgment is handed down. It is standard practice for people charged with less serious and non-violent offences to wait months in prison before being brought back to court, when they cannot afford the disproportionate bail bond. This unnecessary imprisonment of people who, under Malawi's own laws, should have the opportunity for bail, has led to severe overcrowding in prisons.

In addition to strikes and an under-resourced prison service, the justice system suffers from a chronic lack of state-funded representation. The majority of people arrested are unable to afford a private lawyer and, with only 22 legal aid lawyers in the entire country, more than 90% of people arrested will go through the court process without legal representation.

I have been working with Chreaa to address this issue by establishing an access to justice project , focusing on empowering arrested persons to represent themselves in applying for bail. It is unrealistic to suggest that every individual arrested in Malawi must be given access to a lawyer. However, it is realistic and achievable to ensure that every person has access to information about their basic legal rights.

We have produced a legal education booklet, with illustrations to show how and when to make a bail application. It also has a free phone number for a 24/7 advice line, managed by the paralegals at Chreaa. We work closely with local magistrates and the police to develop the dialogue between the accused and those working in the justice system. By informing people of their right to bail prior to their first court appearance, we hope to increase the amount of bail applications heard and granted, as well as reduce the large number of people held unecessarily in pre-trial detention across Malawi.

Progress hasn't been easy. We faced logistical challenges in distributing booklets to rural courts. We discovered we would need to print twice as many booklets because prisoners wanted to take them home to their families rather than return them to the court clerk.

But our work has received a positive response. Magistrates want to attend our bail discussion forums. We also received encouraging feedback after inviting former prisoners to speak to the magistrates about their experiences of the system. One magistrate said it had opened her eyes to how intimidating the process can be and said that in future she would visit the holding cells to speak to prisoners before they come into court.

In terms of tangible impact, data collected on project which was originally funded by Matrix Chambers Community Fund, but is now supported by DfID shows that in Blantyre and surrounding areas 54% of people were granted bail between August and October 2013, compared with just 8% in the year prior to its implementation.

But prisoners cannot expect swift access to justice just yet. They will have to wait as a mass trial of more than 100 people involved in a government corruption scandal, dubbed "cashgate", starts this February. This will require judges and new court spaces, placing a huge strain on a criminal justice system already at breaking point. While president Banda's efforts to "clean up the mess" and appease donors is today's news, the work of reforming Malawi's legal system and offering access to justice will continue largely unseen and unaided.

domenica 23 giugno 2013

Malawi: Isolation of Inmates Fuelling HIV

All Africa
Thyolo — Isolation and lack of HIV related activities for inmates is increasing infection risk for inmates while they are serving sentences and after they are freed, Thyolo AIDS Coordinator says.

Thyolo District AIDS Coordinator, Davis Kavalo told Mana on Wednesday that inmates are mostly sidelined from most initiatives, a development which he says puts them at higher risk of getting infected and infecting others.

He said this on the sidelines of an AIDS Candle Light Memorial ceremony held at Thyolo prison.

Kavalo cited lack of information and encouragement as some of the factors leading to high infection risk in prisons.


"Inmates are mostly isolated from what is happening outside their walls and this puts them at risk as they do not get the important messages about HIV/AIDS. Sometimes there are new developments and they also need updates.

"They also need encouragement to go for testing and also encourage good behavior among inmates as sometimes they may indulge in sex with fellow men. This is risky as their chances of contracting HIV are very high. We want them to get the necessary information which promotes change and may also help them cope with life after prison for better integration into the society. They need to be safe in and out of prison after a long period of sex deprivation," said Kavalo.

He however encouraged the inmates to go for HIV Testing Counseling (HTC) which is also available at the prison clinic. He said they can get tested and use their time in prison to plan their lives in becoming responsible citizens.

Thyolo Prison Officer in Charge, Senior Superintendent Josephy Muhanda encouraged inmates at the function to seek early HTC by taking advantage of services available at the prison.

"We have some people whose lives have improved after getting tested and starting ARVS right here. Any inmate can get tested and we are also grateful that Government designated some money on Other Recurrent Transactions (ORT) to help people living with HIV, but we still need assistance from other organizations and people to help people in prisons," said Muhanda.

One of the inmates at the prison, Feston Khungo encouraged fellow inmates to go for testing to live healthier.

"I got tested while in jail in 2009 and I am on ARVs, but I am still growing strong and my friends need to do it earlier while they are strong," said Khungo.

domenica 9 giugno 2013

Malawi: 300 Inmates Benefit From Cela's Grants - organization provides grants to inmates who could not pay fines below K10, 000

AllAfrica
Nkhata Bay — Over 300 inmates in eight prisons and reformatory centers in the country have benefitted from Center for Legal Assistance (CELA) K10, 000 fines the organization pays to courts on their behalf as one way of decongesting the country's prisons.

CELA Legal Officer, Raymond Mwale, disclosed this on Wednesday at Nkhata Bay Prison during a Theater for Development Programme under a three year project called Improving Living Conditions for Youth, Women and vulnerable males with funding from Royal Norwegian Embassy where among other activities, inmates showcase drama on their rights.

Mwale said that his organization provides grants to inmates who could not pay fines below K10, 000

"As CELA, one of the things we do is to provide grants to inmates who could not afford to pay fines below K10, 000 and so far, we have assisted over 300 inmates in six prisons and two reformatory centers in the country," Mwale explained.

He further said that the criterion for one to benefit from the grant is to serve a sentence for some time.

"For one to benefit from the grant, he or she should have served part of the sentence and that the fine should be below K10, 000 so that we several inmates. The reason for doing this is to decongest our country's prisons," Mwale said.

According to CELA Legal Officer, Maula, Kasungu, Nkhotakota, Dedza, Mzuzu and Nkhata Bay are the prisons that have benefited from the facility while Kachere and Byazi reformatory centers have also benefited from the same.

Apart from providing grants to inmates, Mwale also said his organization provides transport money to those released under their grants that come from other districts and within the district of the prison they were serving but far.

During the organization's visit to Nkhata Bay Prison, CELA donated disinfectants namely soap and chlorine, and First aid box worth about K100, 000.

Officer in Charge of Nkhata Bay Prison, Elliton Kadolo commended CELA for supporting the prison in many ways, urging the organization to reach out to more inmates with the grants.

lunedì 13 maggio 2013

Malawi - Drammatica condizione nelle carceri dove si può finire con facilità


Radio Vaticana
Nel poverissimo Malawi è molto facile finire in carcere: e dietro le sbarre i detenuti vivono in condizioni insostenibili. Dormono per terra, su una coperta ripiegata: duecento persone passano la notte stipate nei quattro dormitori del penitenziario di Mangochi, città turistica tra i laghi Malombe e Malawi. 

Quello di Mangochi è considerato un carcere meno duro rispetto ad altre prigioni del Paese. Eppure, i duecento detenuti hanno diritto a una sola saponetta al mese, mangiano una volta al giorno - soprattutto polenta di mais - e possono usare solo cinque servizi igienici, uno ogni quaranta persone.

Condizioni inumane, che molti malawiani rischiano di sperimentare. Nel Paese, infatti, si può finire in prigione anche per un incidente stradale senza vittime: come è successo a uno dei detenuti, condannato a due anni e mezzo per non essere riuscito a pagare il risarcimento dei danni. 

Anche in questa situazione, però, c'è spazio per la speranza. I detenuti cercano di arrotondare vendendo i loro lavoretti manuali. Una cinquantina di loro sta provando a studiare in carcere, anche se spesso mancano i quaderni. E per chi finisce di scontare la pena, ci sono progetti di reinserimento, come il "Prison Fellowship Program", che organizza corsi di cucito e falegnameria per gli ex detenuti. Una possibilità concreta di cambiare vita, dopo gli anni duri di Mangochi.

martedì 12 marzo 2013

Hunger in Malawi prisons as they run out food

Malawi Today


Prisons across Malawi have run out of food and the situation is very dire that some of them have even depleted their food budgets because of rising prices.
In an interview on Monday, Acting Chief Commissioner for Malawi Prison Services (MPS), Kennedy Nkhoma, confirmed that the situation “is not good at all because we don’t have enough.”
He said: “I know one station, Maula [in Lilongwe] has completely run out of money and they don’t have food.”
Nkhoma attributed the situation to three scenarios, all beyond MPS’s control.

He said: “First, we did not harvest enough last year due to poor rains.”
Prisons annually cultivate maize enough to cater for half of their rations hoping government to take up the remaining half.
In the current fiscal year, however, MPS was given K224 million for food, 57.5 percent down from the previous year when they got K481 million, according to budget documents.
The documents also show that funding has been going down each fiscal year because in 2011/12, prisons food and rations budget was at K528 million.
There are currently over 13 000 inmates in prisons across the country, up from 11 000 in 2011 because, according to Nkhoma, 1 000 new inmates are coming in every year.
MPS also agreed with State produce trader, the Agricultural Development and Marketing Corporation (Admarc) “that they will be supplying us 7 000 bags every month which would be enough for our rations but they haven’t managed to do this.”
But Admarc chief executive officer Dr Jerry Jana said there is no such agreement with MPS, adding that “in as far as Admarc is concerned several prisons are collecting the maize.”
Said Jana: “An agreement is written and signed and there is no such thing. Almost every day prisons are collecting maize from us and when we have no maize, we give them whatever we have from their requirement with an understanding that they would come later to collect the remaining lot.”
He said at times, Admarc has priorities on who gets the little maize it has “and most often such priority is given to schools.”
The other challenge MPS is facing, is that all their suppliers are refusing to supply “at the old rates.”
Said Nkhoma: “It is a serious problem because even our suppliers are not able to supply us because of prices. The problem is that they won fixed tenders, but they want to supply at the current rates prevailing on the ground.”
The fixed tenders were at the rate of K4 500 per 50 kg bag, but now a 50 kg bag of maize is selling at as high as K10 000.
“We are still battling to see what happens,” said Nkhoma.
He said they have already informed both Ministry of Home Affairs and the Treasury of the situation.
But Treasury spokesperson Nations Msowoya said “as of Friday, there was no official communication on the matter.”
Said Msowoya: “But if [the request] comes, we’ll consider it in context based on their figures.”