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martedì 7 marzo 2023

Gran Bretagna - Migranti - Violazione norme internazionali - Chi arriva in modo illegale sarà arrestato e deportato in Ruanda. Anche richiedenti asilo e minori

Il Riformista
Chi arriverà attraversando la Manica sarà detenuto e portato in Paesi “sicuri”, sarà bandito a vita dalla Gran Bretagna e non potrà mai ottenere la cittadinanza britannica. Questa è la linea dura del primo ministro Rishi Sunak contro gli sbarchi illegali che risponde a un’emergenza che ha visto nel 2022 l’arrivo sulle coste britanniche di oltre 45 mila persone a bordo di imbarcazioni di fortuna: una questione diventata rapidamente una priorità per l’opinione pubblica e una spina nel fianco per i governi conservatori.


Martedì 7 marzo il governo presenterà una legislazione che ha già scatenato le critiche dei gruppi per i diritti umani e che funzionari governativi ammettono essere “al limite della legalità internazionale”. 

Così decine di migliaia di persone potrebbero essere detenute in siti militari e il ministero dell’Interno avrà l’obbligo legale di deportarle “appena è ragionevolmente fattibile”. Norme che si applicheranno anche alle famiglie e perfino ai minori non accompagnati. Non solo, tutti gli immigrati illegali si vedranno inoltre comminare un bando a vita a tornare in Gran Bretagna e non potranno mai più ottenere la cittadinanza britannica.

Il magnanimo governo d’oltremanica ha promesso di aprire rotte “legali e sicure” per i richiedenti asilo, anche se non ha specificato in che modo: “La possibilità di insediarsi in questo Paese e di diventare cittadini britannici non è un diritto umano, è un privilegio – ha dichiarato una fonte governativa –. Questo è perché bandiremo gli immigrati illegali”. Poi il premier Sunak ha aggiunto che “l’immigrazione illegale è ingiusta per i contribuenti, è ingiusta per quelli che vengono qui legalmente ed è sbagliato che le gang criminali siano autorizzate a continuare il loro commercio immorale. Dunque capiamoci bene: se vieni qui illegalmente, non potrai rimanere”.

Dura la replica del Consiglio per i Rifugiati: “In questo modo decine di migliaia di profughi che avrebbero diritti all’asilo finiranno ingabbiati come criminali – e aggiunge – che il piano del governo rappresenta una violazione della Convenzione delle Nazioni Unite sui rifugiati”. Secondo il Consiglio, due terzi dei migranti sbarcati lo scorso anno avrebbero diritto all’asilo.

Una notizia che può non sembrare nuova, infatti già l’anno scorso il governo britannico aveva provato a deportare gli immigrati illegali in Ruanda, Paese col quale ha stretto un accordo in merito, ma i voli erano stati bloccati da un intervento all’ultimo minuto della Corte europea per i diritti umani. Adesso Sunak intende inserire nella nuova legge un “freno” alla giurisdizione della Corte (e l’ala destra del suo partito sta facendo pressione perché Londra si ritiri del tutto dalla Convenzione europea sui diritti umani).

Dopo il successo ottenuto con l’accordo sull’Irlanda del Nord, Sunak intende scavare un solco con l’opposizione laburista, che resta saldamente in testa nei sondaggi. Una mossa che va letta soprattutto in chiave elettorale.

L’immigrazione illegale infatti è tornata in cima alle priorità dell’opinione pubblica dei sudditi della Corona, subito dopo l’economia e la sanità: e l’87% del pubblico ritiene che il governo stia gestendo male la questione. Dunque il premier ha fatto dello stop agli sbarchi una delle sue priorità per quest’anno. L’atteggiamento dei britannici verso l’immigrazione è però ambivalente: dopo la Brexit, contrariamente a quello che si poteva pensare, c’è stato un boom di arrivi dall’estero, più di un milione solo nell’anno scorso.

Questi però sono tutti immigrati legali, per lo più studenti o personale qualificato, rispetto ai quali l’opinione pubblica è abbastanza rilassata: l’inquietudine si manifesta invece nei confronti degli sbarchi illegali, di fronte ai quali c’è la sensazione di una situazione fuori controllo. È contro la mancanza di regole e il rischio di un afflusso indiscriminato che si concentra, quindi, l’ostilità degli inglesi. Almeno per ora.

Riccardo Annibali

sabato 16 aprile 2022

La decisione di Boris Johnson di "delocalizzare" gli immigrati in Ruanda. Ferma opposizione delle Nazioni Unite. I rifugiati non sono merce!

La Repubblica
La nota dell'UNHCR. "Le persone che fuggono da guerre, conflitti e persecuzioni non dovrebbero essere scambiate come merci". I Paesi ricchi ospitano solo una frazione dei rifugiati globali

Dopo gli annunci pubblici fatti giovedì dal primo ministro britannico, Boris Johnson, a proposito dell'invio in Ruanda dei migranti che si trovano attualmente all'interno dei confine dell'UK, l’UNHCR, Agenzia ONU per i Rifugiati, ha espresso "forte opposizione e preoccupazione per i piani di esternalizzare gli obblighi di asilo e ha esortato il Paese ad astenersi dal trasferire i rifugiati in Ruanda per l’esame delle richieste di asilo.

"I profughi non sono merce". “L’UNHCR - si legge in una nota diffusa dall'organismo delle Nazioni Unite e firmata da Gillian Triggs, assistente dell'Alto Commissario dell’UNHCR per la Protezione - rimane fermamente contraria ad accordi che cercano di trasferire rifugiati e richiedenti asilo in Paesi terzi, in assenza di salvaguardie e standard sufficienti. Tali accordi - si legge ancora nel documento - non fanno altro che spostare le responsabilità riguardanti l’asilo, eludono gli obblighi internazionali e sono contrari alla lettera e allo spirito della Convenzione sui Rifugiati. Le persone che fuggono da guerre, conflitti e persecuzioni meritano compassione ed empatia. Non dovrebbero essere scambiate come merci e trasferite all’estero per l’esame della loro richiesta di asilo”.

L'esternalizzazione aumenta i rischi. L’UNHCR ha esortato entrambi i Paesi a ripensare i piani. Ha anche avvertito che invece di dissuadere i rifugiati dal ricorrere a viaggi pericolosi, questi accordi di esternalizzazione non faranno altro che aumentare i rischi, inducendo i rifugiati a cercare canali alternativi, ed esacerbare le pressioni sugli stati in prima linea. 

Sebbene il Ruanda abbia generosamente fornito un rifugio sicuro ai rifugiati in fuga da conflitti e persecuzioni per decenni, la maggior parte vive in campi con un accesso limitato alle opportunità economiche. L’UNHCR ritiene che le nazioni più ricche debbano mostrare solidarietà nel sostenere il Rwanda e i rifugiati che già ospita, e non il contrario.

Gli obblighi del Regno Unito. Il Regno Unito ha l’obbligo di garantire l’accesso all’asilo a coloro che cercano protezione. Le persone a cui viene riconosciuto lo status di rifugiato possono essere integrate, mentre coloro che non hanno bisogni di protezione internazionale e non hanno altre basi legali per rimanere nel Paese, possono essere rimpatriati in sicurezza e dignità nella nazione d’origine. "L'UK, invece - si legge nella nota dell'UNHCR - sta adottando provvedimenti che abdicano la responsabilità ad altri e quindi minacciano il regime internazionale di protezione dei rifugiati, il quale ha resistito alla prova del tempo e ha salvato milioni di vite nel corso di decenni".

Nei Paesi ricchi solo una porzione dei rifugiati globali. "Eppure, il Regno Unito - prosegue il documento diffuso - ha sostenuto il lavoro dell’UNHCR molte volte in passato, e sta fornendo importanti contributi che aiutano a proteggere i rifugiati e a sostenere paesi in conflitto come l’Ucraina. Tuttavia, il sostegno finanziario all’estero per alcune crisi di rifugiati non può sostituire la responsabilità degli stati e l’obbligo di ricevere i richiedenti asilo e proteggere i rifugiati sul proprio territorio. E questo indipendentemente dalla razza, dalla nazionalità e dal canale di ingresso". Mentre l’UNHCR riconosce le sfide poste dalle migrazioni forzate, i Paesi sviluppati ospitano solo una frazione dei rifugiati globali e sono ben equipaggiati per gestire le richieste di asilo in modo umano, equo ed efficiente.

sabato 3 ottobre 2020

Gran Bretagna - Gestione migranti, tra le ipotesi: reclusione su vecchie navi o piattaforme petrolifere dismesse

Il Manifesto
Gran Bretagna. Tra le ipotesi anche il trasferimento su piattaforme petrolifere dismesse nel mare del Nord, su delle isole o addirittura all’estero. Per il 2021 previsto un sistema a punti: entra solo chi è qualificato


Non sono solo i problemi legati alla futura gestione del mercato interno a far salire la tensione tra Gran Bretagna e Unione europea. Anche se per ora se ne parla poco o niente tra il governo di Boris Johnson e Bruxelles c’è un altro argomento che rischia di inasprire ulteriormente i rapporti e riguarda l’immigrazione.

Quando mancano tre mesi alla Brexit, Londra non ha infatti ancora un piano su come gestire un fenomeno che negli ultimi mesi, pur mantenendosi lontano dai numeri che si vedono in Spagna, Grecia o Italia, ha comunque fatto registrare un aumento degli sbarchi di migranti provenienti dalla vicina Francia. Cosa fare di queste persone è una delle questioni sul tavolo che Londra sa di dover risolvere al più presto.

Con la fine del periodo di transizione fissata per il 31 dicembre, e quindi con la conseguente uscita dall’Unione europea, finisce anche la possibilità per la Gran Bretagna di usufruire di quanto previsto dal regolamento di Dublino, per il quale la responsabilità del migrante ricade sul Paese di primo approdo. In futuro non sarà quindi più possibile per Londra rimandare indietro quanti arrivano dal Continente come accade oggi.

Per ovviare a questa situazione un mese fa il governo britannico ha presentato a Bruxelles una bozza di accordo che di fatto non cambierebbe nulla, prevedendo la possibilità di rimandare indietro «tutti i cittadini di Paesi terzi e gli apolidi» che entrano nel suo territorio senza documenti verso i Paesi attraverso i quali hanno viaggiato. Insomma una specie di Dublino fatto in casa e in maniera unilaterale che secondo il Guardian non sarebbe piaciuta ai funzionari dell’Unione europea, al punto da respingere la proposta perché «troppo sbilanciata».

«Stiamo sviluppando piani per riformare le nostre politiche migratorie e di asilo in moda da poter continuare a fornire protezione a chi ne ha bisogno, mentre evitiamo criminalità e abusi del sistema», ha dichiarato un portavoce di Dowing Street ammettendo di considerare anche alle misure adottate in altri paesi.

In realtà, almeno per ora, il governo britannico sembra essere preso da una specie di isteria in grado di produrre soluzioni tra le più disparate. Tra le ultime, anticipate dalla stampa inglese, c’è quella di affittare vecchie navi in disuso da ancorare e sulle quali confinare i migranti arrivati attraverso il canale della Manica, in attesa che venga definito il loro status. 

Stando a quanto rivelato dal Financial Times Londra starebbe trattando con l’Italia l’acquisto per sei milioni di euro di una imbarcazione di 40 anni in grado di ospitare 1.400 persone in 141 cabine. Un’altra ipotesi riguarderebbe una nave da crociera dove potrebbero trovare posto 2.417 persone in mille cabine. In questo caso il prezzo sarebbe di 100 milioni di euro. 

Ma nella lista delle proposte figura anche la possibilità di trasferire i migranti su piattaforme petrolifere dismesse nel mare del Nord, su delle isole o addirittura all’estero, in Paesi come Moldova, Marocco, Papua Nuova Guinea, Ascensione e Sant’Elena. Proposte che ricordano le misure adottate in passato dall’Australia.

Accordo o no per il dopo Brexit la Gran Bretagna lavora da tempo a un ulteriore giro di vite nei confronti dei migranti. L’idea è che dal 2021 nel Paese debbano entrare solo quelli qualificati e in grado di parlare inglese da selezionare grazie a un sistema a punti che favorirà i migranti in grado di svolgere le attività più ricercate dal mercato del lavoro britannico. La riforma è stata illustrata a in parlamento a luglio dal ministro dell’Interno Priti Patel, equipara comunitari e non e prevede ingressi privilegiati solo per medici, infermieri e altri addetti ai servizi sanitari.

martedì 13 marzo 2018

La Gran Bretagna costruirà una prigione a Lagos per il rimpatrio dei detenuti nigeriani

Il Giornale
A finanziarla i fondi per il contrasto dell'immigrazione illegale. Così il risparmio è di 40mila euro a detenuto. Il governo inglese costruirà un'ala di una prigione a Lagos per spedire in patria i criminali nigeriani ospiti delle carceri di Sua maestà. E lo farà con i fondi per contrastare l'immigrazione illegale. In Italia è praticamente impossibile rimandare a casa gli stranieri dietro le sbarre, che sono un detenuto su tre.


Nigeriani, marocchini, tunisini, albanesi e romeni considerano il Belpaese un "paradiso penale", come ha denunciato a fine gennaio il procuratore generale presso la Corte d'Appello di Bologna, Ignazio De Francisci. Il ministro degli Esteri inglese, Boris Johnson, ha annunciato al Parlamento la costruzione di una nuova ala del carcere Kiri-Kiri nella capitale nigeriana con 122 posti letto per i detenuti rimpatriati da Londra. La prigione di massima sicurezza nigeriana ha una storia controversa per sovraffollamento, violenze e alta mortalità fra i carcerati.

Per questo motivo Londra ha deciso di mettere in piedi una nuova ala che rispetti le condizioni di vivibilità previste dalle Nazioni Unite. L'obiettivo è rispedire in patria i 270 condannati nigeriani delle carceri britanniche. L'investimento è di 788mila euro, ma ogni straniero detenuto in patria costa circa 40mila euro all'anno. Ed il bello è che le autorità britanniche utilizzeranno, senza battere ciglio, i fondi per il ritorno a casa dei migranti illegali. Johnson ha sottolineato che "aiutare la Nigeria a migliorare le condizioni penitenziarie permetterà di trasferire un maggiore numero di detenuti nigeriani liberando posti nelle carceri del Regno Unito".

Gli inglesi hanno chiuso accordi per il trasferimento di detenuti anche con Albania, Ruanda, Giamaica e Libia.
[...]

Fausto Biloslavo

giovedì 14 dicembre 2017

Gran Bretagna. Indagini dopo la 12ma morte di un immigrato in un Centro di detenzione

Nova
Le circostanze della morte di un immigrato polacco detenuto nella prigione Altcourse di Liverpool gestita dal gruppo privato G4S sarà investigata dallo "Ombudsman", l'organismo indipendente britannico di controllo dell'amministrazione giudiziaria e carceraria. 
Il decesso del 34enne Michael Netyks, fa notare il quotidiano laborista "The Gardian", è la 12esima morte registrata nel corso del 2017 di un immigrato detenuto nelle carceri britanniche: in tutti i casi si è trattato di suicidio e di cittadini di paesi membri dell'Unione Europea; il dato tuttavia, secondo le associazioni di difesa dei diritti umani sentite dal giornale, solleva inquietanti interrogativi sul trattamento in Gran Bretagna dei detenuti immigrati.

domenica 3 settembre 2017

Londra, il pilota si rifiuta di deportare il rifugiato Samim Bigzad in Afghanistan

Corriere della Sera
Samim Bigzad è un ragazzo afgano di 22 anni che ha presentato richiesta di asilo in Gran Bretagna dove vive dal 2015. Lo scorso luglio le autorità britanniche hanno deciso il suo rimpatrio nonostante lui abbia ricevuto minacce di morte in Afghanistan. 

Samim Bigzad

Così alla fine di agosto Samin stava per essere imbarcato a forza su un volo della Turkish Airline ma, a sorpresa, il pilota alla guida dell’aereo si è rifiutato di decollare dopo aver saputo che 3.600 persone avevano firmato una petizione al governo per dare più tempo al ragazzo di provare la bontà della sua richiesta:
“Se lo fate salire a bordo io non decollo – ha detto il pilota alle guardie che stavano imbarcando il ragazzo in lacrime -. La vita di qualcuno è in pericolo. Non mi prendo questa responsabilità”.
Ad avvisare il pilota erano stati i passeggeri che, prima di salire a bordo, erano stati informati della situazione dagli attivisti dei diritti umani che si occupano del caso.
“Abbiamo chiesto alle persone di fare quello che potevano per non far partire Samim” ha raccontato all’Independent Bridget Chapman, presidente del Network contro il razzismo del Kent.

In Afghanistan Bigzad lavorava per una compagnia di costruzioni che aveva contratti con gli americani e con il governo afgano. Per questo aveva ricevuto minacce di morte e aveva deciso di lasciare il Paese: “Sappiamo dove vivi, ti taglieremo la testa” avevano detto. A quel punto il ragazzo ha deciso di tentare il tutto per tutto ed è partito per la Gran Bretagna dove è arrivato, dopo un viaggio periglioso, nel novembre del 2015. Bigzad si è stabilito in Kent dove si è preso cura del papà malato che, nel frattempo, è diventato cittadino britannico.

Voglio ringraziare quel pilota – ha detto Bigzad all’Independent -, mi ha salvato la vita”.

Ora Samim è di nuovo nel centro di detenzione in attesa di una nuova deportazione.

“Cerco di essere forte, so che molta gente mi appoggia. Spero di avere una possibilità di rimanere qui” è il suo appello al ministero dell’Interno.

Monica Ricci Sargentini

martedì 22 agosto 2017

Antisemitismo - Un ebreo su tre pensa di lasciare la Gran Bretagna

Corriere della Sera
Sono stati 767 gli episodi di anti-semitismo in Gran Bretagna nei primi sei mesi del 2017. Un numero record di attacchi, molestie e abusi, un terzo in più dell’anno prima, che dà la misura del clima in cui vivono gli ebrei britannici. 


La conseguenza è che quasi un terzo degli ebrei inglesi ha pensato negli ultimi due anni di lasciare il Regno Unito secondo quanto ha rivelato un rapporto pubblicato domenica 20 agosto dall’ong dei diritti umani Campaign Against Antisemitism, ripreso da Jta (Jewish Telegrapich Agency), che dal 2015 ha condotto interviste con oltre 10mila ebrei britannici.

“L’antisemitismo sta avendo un impatto crescente sulle vite degli ebrei britannici, l’odio e la rabbia nei loro confronti si sta allargando” ha spiegato all’Independent David Delew presidente del Community Security Trust che monitora gli attacchi antisemiti in Gran Bretagna.

Tra il 2016 e il 2017 sono state intervistate 7,156 persone, il 37% ha risposto inoltre di aver nascosto in pubblico «segni» che li avrebbe fatti individuare come ebrei. Solo il 59% degli intervistati si sente a suo agio in Gran Bretagna e il 17% addirittura pensa di non essere benvenuto. Il 39% del campione ha detto di credere che la giustizia persegua gli autori di attacchi antisemiti. Per il 75% degli intervistati i recenti eventi politici hanno avuto come risultato un’accresciuta ostilità nei confronti degli ebrei. L’80% crede inoltre che il partito laburista abbia persone antisemite al suo interno.

Monica Ricci Sargentini

martedì 6 giugno 2017

Gran Bretagna - 140 Imam rifiutano di eseguire la preghiera funebre per gli attentatori di Londra

La Repubblica
L'annuncio è stato dato dal Muslim Council of Britain che invita tutte le cariche religiose del Paese a unirsi al rifiuto


"Alla luce dei principi etici essenziali all'Islam, per gli attentatori non ci sarà la tradizionale preghiera funebre". Con queste parole un gruppo di oltre 140 imam e leader religiosi provenienti da tutto il Regno hanno rifiutato pubblicamente di seppellire i tre attentatori artefici dell'attentato al London Bridge e al Borough Maket.


La notizia è stata data dal Muslim Council of Britain che, sul proprio account Facebook, ha spiegato che la Salat al-Janazah, la preghiera islamica, è un rito che normalmente viene eseguito per ogni musulmano a prescindere dalle azioni compiute.

Con questa mossa, che il Muslim Council ha definito "senza precedenti", i religiosi non solo negano il rito, ma invitano anche le altre cariche religiose a fare altrettanto: "Chiediamo a tutte le autorità religiose del Paese di unirsi a questo rifiuto. Vi chiediamo di ritirare loro questo privilegio, perché queste azioni sono indifendibili e completamente in contrasto con gli insegnamenti elevati dell'Islam".

Il “Muslim Council of Britain” già all’indomani dell’attentato al London Bridge aveva preso posizione sul difficile momento che sta attraversando il Regno Unito. "Siamo profondamente feriti dalla serie di attacchi terroristici perpetrati da assassini che cercano di ottenere legittimità religiosa per le loro azioni. Cerchiamo di capire che ciò che fanno non ha né legittimità né la nostra simpatia. “Siamo scioccati, arrabbiati e terrificati che qualcuno possa aver compiuto tali atti. E per di più in nome della fede. È ingiustificabile, si legge nel comunicato stampa.

In questi anni religiosi e clerici musulmani della Gran Bretagna hanno sempre condannato gli attacchi terroristici. Più volte hanno sollecitato i membri della comunità a non partire per i paesi in guerra. Tra i precedenti c'è anche un video del 2014 con cui alcuni imam, sciiti e sunniti, esprimevano apertamente la loro condanna all'Isis. Azioni che ad alcuni di loro è costato l'inserimento nella lista dei musulmani "apostati" pubblicata dallo Stato Islamico nell'aprile 2016.

giovedì 20 aprile 2017

Gran Bretagna. Il Consiglio d'Europa denuncia la violenza dilagante nelle carceri

tvsvizzera.it
Nelle prigioni britanniche la violenza dilaga ed è fuori controllo. È la critica rivolta a Londra dal comitato per la prevenzione alla tortura del Consiglio d'Europa (Cpt), contenuta in un rapporto pubblicato su una visita condotta un anno fa nelle prigioni. Il Cpt denuncia che "nessuna delle prigioni visitate può essere considerata sicura per i detenuti e le guardie carcerarie".



Il rapporto elenca violenze inferte dai carcerati su altri prigionieri e sulle guardie: episodi che vanno dall'acqua bollente gettata sulle vittime, con gravi ustioni su oltre il 10% del corpo, a ferite causate da coltelli artigianali, contusioni alla testa, nasi e denti rotti. 

Dai registri consultati dal Cpt risulta che spesso le ferite richiedono il ricovero e in un caso hanno condotto alla morte di un detenuto. L'organo del Consiglio d'Europa osserva che "mentre il numero di violenze in tutte le prigioni visitate riportate nei registri è a livelli allarmanti" il Cpt ritiene che "i dati sottovalutano il vero numero di incidenti violenti e di conseguenza non forniscono una vera immagine della gravità della situazione"

Il Cpt raccomanda quindi a Londra di "adottare misure concrete per riportare le prigioni sotto l'effettivo controllo delle guardie" ritenendo che questo richiede "in particolare di rafforzare rapidamente il numero di guardie carcerarie".

giovedì 16 febbraio 2017

Gran Bretagna. Dopo il referendum sulla Brexit impennata di reati a sfondo razziale

La Stampa
Nei mesi successivi al referendum sulla Brexit si è registrata un'impennata di reati a sfondo d'odio razziale: in una delle aree esaminate, l'incremento è stato addirittura del 100%. Secondo i dati delle forze di polizia d'Inghilterra e Galles, tra luglio e settembre 2016 ci sono stati 14.300 episodi, tra intimidazioni, abusi e in qualche caso violenza fisica. Secondo alcuni non è finita.


"È ragionevole prepararsi ad ulteriori impennate" durante i negoziati con Bruxelles, ha detto David Isaac, capo della Commissione per l'Eguaglianza e i Diritti Umani. L'agenzia Press Association ha elaborato dati di quarantaquattro forze di polizia, riscontrando un aumento in quasi tutte le aree esaminate, del 50% in una decina di casi, del 100% nel Dorset. Londra ha registrato il numero d'incidenti più alto, oltre 3.300, seguita da Manchester.
La maggior parte delle aree esaminate ha votato Leave, ma si è registrato un aumento anche in aree, come la capitale, contrarie alla Brexit. I dati confermano gli episodi raccolti dalla stampa inglese dopo il referendum del 23 giugno, un voto che ha spaccato il Paese ed è arrivato al termine di una campagna elettorale cattiva, a tratti xenofoba.
In un caso emblematico, il centro culturale polacco a Londra è stato imbrattato di graffiti ("Andatevene a casa") subito dopo il voto. "I dati mettono a nudo la discriminazione, l'ostilità e talvolta la violenza che migliaia di persone subiscono in maniera spesso invisibile", ha detto Fizza Qureshi, del Network per i Diritti dei Migranti, che incoraggia le vittime a farsi avanti.

lunedì 13 febbraio 2017

Gran Bretagna - Stop agli ingressi di rifugiati disabili da Siria e altri paesi

Blog Diritti Umani - Human Rights
Il governo ha smesso di accettare i bambini rifugiati disabili in fuga dalla guerra in Siria e in altri paesi, in quanto non possono fare fronte alle loro esigenze, lo rileva il quotidiano The Independent.



Il programma del governo che punta a reinsediare le vittime più vulnerabili del conflitto in Medio Oriente e Nord Africa è stato parzialmente sospeso, ciò significa che i bambini saranno lasciati nei campi profughi, invece di essere trasferiti in sicurezza nel Regno Unito.

Si segnala che “Nonostante i pericoli enormi affrontati dai giovani rifugiati, il governo ha recentemente votato per abolire l’emendamento Dubs, la legislazione che avrebbe consentito al Regno Unito di far giungere 3.000 bambini rifugiati. Quando il governo ha votato per porre fine alla normativa la scorsa settimana, soli 350 bambini erano arrivati”.

L'arcivescovo di Canterbury si è detto "rattristato e sconvolto" per la sua chiusura paragonando la posizione del governo con quello di Donald Trump.

Il Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) comunica che il Ministero degli Interni aveva chiesto "limitare temporaneamente" le richieste da parte di persone con difficoltà motorie e difficoltà di apprendimento perché non c'era per loro capacità di accoglienza adatte".

The Independent rende noto che il Ministero degli Interni ha rifiutato di esaminare le domande da parte di persone con disabilità dall'inizio di gennaio e nessuna data di fine della sospensione è stata ancora fissata.

Fonte: The Indipendent  - Disabled child refugees entry to UK through resettlement scheme suspended by Home Office


ES

venerdì 30 dicembre 2016

Migranti: 36 minori di Calais lanciano azione legale contro Gb

AnsaMed 
Sono in 36, a molti di loro è stato negato asilo nel Regno Londra - Sono 36 i minori che vivevano nel campo profughi di Calais ad aver avviato una azione legale contro il governo britannico. Si tratta di ragazzi la cui età è compresa tra i 14 e i 17 anni e accusano, tramite i loro legali, il ministro degli Interni britannico, Amber Rudd, di aver agito in modo illegittimo nel gestire le loro richieste di asilo in Gran Bretagna. 



Secondo il Guardian, 28 di loro si sono già visti rifiutare la domanda mentre gli altri sono in attesa di una risposta dall'Home Office. I minori si trovano in diversi centri di accoglienza sparsi in Francia e arrivano in maggioranza da Eritrea, Afghanistan e Sudan.

Si tratta dell'ennesimo segnale negativo della tardiva quanto scarsa politica di sostegno ai bambini migranti mostrata dal governo di Theresa May, che su questo dossier è stato duramente criticato.

mercoledì 14 dicembre 2016

Calais, finiti lavori per grande muro anti-migranti, voluto da Gb

ANSAMed
Parigi - Un altro muro nel cuore dell'Europa: in meno di tre mesi sono finiti i lavori per la costruzione del 'Great Wall', il grande muro di Calais, voluto dal governo di Londra per impedire ai migranti di passare dalla Francia in Gran Bretagna. 


Un cantiere ad alta portata simbolica, una barriera tra due Paesi di quello stesso Occidente che, a parole, tanto aveva criticato iniziative analoghe spuntate ai confini sud-orientali del continente, dall'Ungheria in su.

Alto quattro metri per un chilometro di lunghezza, il muro in cemento armato e dotato di telecamere di sorveglianza sorge a poche centinaia di metri dalla ex-Giungla dei migranti di Calais, che il governo di Parigi ha smantellato questo autunno. 

L'obiettivo è impedire ai disperati di introdursi illegalmente nei camion diretti a Dover, dall'altra parte della Manica. Interamente finanziata dal governo britannico la struttura è costata 2,7 milioni di euro. Completa il recinto di protezione in ferro e filo spinato già eretto nella zona per impedire l'accesso al porto.

mercoledì 26 ottobre 2016

Continua lo sgombero di Calais - Incerta la sorte di 1500 minori che hanno la famiglia oltremanica

Vita
Continuano i trasferimenti dei circa 8mila migranti bloccati a Calais e mentre le tensioni crescono, la Gran Bretagna sospende anche il ricongiungimento familiare dei minori non accompagnati che hanno famiglia oltremanica. Sempre più incerto il futuro di 1.500 ragazzi, alcuni di loro non hanno nemmeno 13 anni

Migranti minori sgomberati a Calais
Continua lo sgombero a Calais, mentre i numeri relativi al bilancio della prima giornata si rincorrono. Sarebbero 2.318 i migranti trasferiti secondo il governo ma, secondo la sindaca Natacha Bouchart, in realtà non raggiungerebbero i 1.400. E mentre l’operazione di sgombero sembra ancora lunga, la tensione è destinata a crescere.

Il quotidiano britannico The Guardian riporta di alcuni tafferugli scoppiati questa mattina. Tensioni anche tra la polizia e alcuni minori non accompagnati, riuniti in un’area ristretta e costretti a stare in fila. Alcuni impazienti di aspettare, hanno cercato di passare davanti alla fila e sarebbero stati respinti dalla polizia.

Christian Salome, direttore dell’Ong, Auberge des Migrants, che opera a Calais dal 2008, in realtà ha dichiarato all’agenzia AFP che il processo «sta funzionando bene perché dopotutto, queste persone stavano aspettando impazientemente di partire». Salome si è detto molto più preoccupato per la fase finale dello smantellamento, «quando gli unici rimasti saranno coloro che non vogliono partire e che vogliono ancora raggiungere la Gran Bretagna». Secondo Salome, sarebbero circa 2mila i profughi che non sono disposti a lasciare Calais.

Le autorità francesi sembrano però più ottimiste e si dicono fiduciose di poter procedere con le demolizioni entro martedì sera. E a chi pensa che questo sarà l’ennesimo tentativo fallito di sgomberare Calais, il governo francese fa sapere, attraverso le parole della sua ambasciatrice a Londra che questa sarà a volta buona: «Non li lasceremo venire qui. Deve essere chiaro che Calais è un vicolo cieco».

La situazione dei minori rimane la più delicata nel processo di smantellamento del campo, come abbiamo raccontato qui. Sono circa 1,500 i ragazzi e i bambini accampati a Calais. Le organizzazioni della società civile hanno denunciato il fatto che non sia ancora chiara la loro destinazione esatta, sottolineando il pericolo che cadano nelle mani dei trafficanti durante la confusione dello sgombero. Nell’ultima settimana circa 200 profughi sotto i 18 anni sarebbero stati ricongiunti con i familiari che già vivono nel Regno Unito, ma molti stanno ancora aspettando e non è chiaro quale sarà la destinazione esatta di chi non ha diritto al ricongiungimento familiare.

Nel frattempo anche la situazione dei ragazzi e dei bambini che avrebbero diritto ad essere accolti in Gran Bretagna, solleva dubbi. Secondo il Guardian, 1 amministrazione locale su 4 in Inghilterra, afferma di non potersi far carico di questa responsabilità. Amber Rudd ministro degli Interni britannico, ha ricordato il rigoroso processo di identificazione a cui saranno sottoposti tutti i minori prima di essere considerati idonei al ricongiungimento, dichiarando alla Camera dei comuni che la Gran Bretagna non accetterà richieste provenienti da chi è arrivato a Calais dopo lunedì 24 ottobre. Il ministero degli Interni britannico ha inoltre annunciato la sospensione temporanea dei trasferimenti dei minori dal campo, su richiesta delle autorità francesi.

Il ministro ombra degli Interni britannico, Diane Abbott, ha invece accusato Rudd di nascondersi dietro la richiesta della Francia (avanzata, pare, per facilitare le operazioni di sgombero), e di aver ritardato troppo l’identificazione dei minori idonei per il trasferimento nel Regno Unito. Abbott ha affermato inoltre che la demolizione del campo sarebbe dovuta avvenire dopo aver avuto la certezza che ogni minore potesse ricevere una giusta protezione.

martedì 13 settembre 2016

Oltre 200 leader religiosi della GB scrivono alla May: “Rivedere politica rifugiati”

Sputnik News
“Come persone di fede chiediamo al governo, con urgenza, di rivedere le sue posizioni".


Almeno 224 leader di diversi gruppi religiosi del Regno Unito hanno firmato una lettera aperta presentata al primo ministro britannico Theresa May per chiedere una rivisitazione della politica del paese in materia di rifugiati.
"Siamo i leader di grandi fedi della Gran Bretagna: Buddisti, cristiani, indù, ebrei, musulmani, sikh, zoroastriano. Tutte le nostre fedi ci spingono ad affermare la dignità di tutti gli esseri umani e ad offrire aiuto a chi è nel bisogno. Come persone di fede, chiediamo al governo con urgenza di rivedere la sua politica nei confronti dei rifugiati", 
si legge nella lettera nella quale si aggiunge che i leader hanno invitato il governo a 
"fare di più per accogliere i rifugiati" e ad aderire ai principi che possono sostenere i richiedenti asilo.

sabato 10 settembre 2016

“Il muro di Calais accentuerà i problemi anziché risolverli” Intervista a Marco Impagliazzo

Vatican Insider
Il Presidente della Comunità di Sant’Egidio ricorda che l’Europa è fondata sulla solidarietà e sul Diritto, per gestire poche migliaia di persone non c’è bisogno di muri

Un nuovo muro sta sorgendo a Calais, in Francia, ultima tappa sul continente prima di raggiungere la Gran Bretagna. Parigi ha deciso la costruzione - con fondi anche inglesi - dell’ennesima barriera che dovrà proteggere e difendere il traffico commerciale e non, in transito verso la Manica. Dietro il nuovo muro qualche migliaia di immigrati, la cosiddetta «giungla» di Calais. Abbiamo chiesto al presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, una valutazione su quanto sta accadendo.

Un nuovo muro per fermare gli immigrati sta sorgendo in Europa, e questa volta è costruito da due grandi nazioni del vecchio continente, la Francia e la Gran Bretagna. Che significato ha questa scelta?

«Significa che purtroppo la storia non ha insegnato molto, nel senso che i muri costruiti negli ultimi anni e nel secolo scorso, hanno solo diviso le popolazioni e non hanno mai risolto i problemi anzi, semmai li hanno accentuati. Come questo muro a Calais che sta ingigantendo un problema molto relativo, perché stiamo parlando di 3mila persone accampate dietro quel muro; stanno facendo di un piccolo problema un problema molto più grande e dando un’immagine che non giova all’Europa sotto tanti punti di vista, a partire dal fatto che l’Europa dovrebbe essere il continente fondato sulla solidarietà e sul Diritto».

Però anche a Calais ci sono state proteste, sia della popolazione locale che dei camionisti, di chi deve attraversare il confine. Come si affronta questo aspetto del problema?
«Vorrei dire innanzitutto una parola a favore della Gran Bretagna che è uno dei pochi paesi europei che sta mettendo in atto la ricollocazione dei migranti come era stato richiesto dall’Europa (ovvero la distribuzione dei migranti fra le varie nazioni e poi all’interno del proprio territorio, ndr), seppure con cifre molto basse; tuttavia la Gran Bretagna risponde applicando la legge, è un piccolo fatto positivo che va ricordato. Ma oltre ciò va ripetuto ancora una volta che tutta la questione può essere affrontata solo in una dimensione europea, e l’Europa non ha ancora accettato di affrontare il problema - così come pure l’Italia ha proposto – secondo un approccio che comunque garantisca a queste persone un collocamento dignitoso».

La logica del muro è dunque anche miope...

«In sostanza: più noi allarghiamo il muro più queste persone sceglieranno strade pericolose per attraversa il mare, la Manica, o provocheranno incidenti sulla strada di Calais (gruppi di immigrati nei pressi della cittadina francese provocano blocchi del traffico per intrufolarsi sui mezzi in transito verso la Gran Bretagna, ndr). Non è il muro che può risolvere il problema ma le politiche. Io credo che la Francia stia scaricando il problema, la Francia invece deve assumersi le proprie responsabilità perché questi cittadini sono sul suo territorio e vengono tenuti in condizioni fortemente precarie. È un problema che dovrebbe essere affrontato e condiviso a livello di strategie europee, di fenomeni migratori, e non a livello di muri. Per sistemare 3mila o 6mila persone, non c’è bisogno di un muro».
Tuttavia è proprio sul tema migranti che l’Europa sta vivendo una situazione critica: muri che sorgono dappertutto, dall’Ungheria alla Francia, movimenti xenofobi che guadagnano consensi, c’è un cortocircuito in atto, cosa sta accadendo?

«Bisogna tenere conto di vari aspetti. In primo luogo la cattiva informazione che viene data sul fenomeno migratorio sempre in termini di invasione, di sottrazione del lavoro da parte dei migranti, di rischio terrorismo, di paura dell’islam. C’è una cattiva informazione che gira intorno al tema migratorio in forza della quale le popolazioni invece di essere pronte ad affrontarlo in termini positivi lo guardano sempre in termini negativi. Qui devo dire per contrasto che l’esperienza dei corridoi umanitari che abbiamo messo in piedi con le Chiese protestanti, ha attivato la società civile in maniera intelligente e generosa. Oggi abbiamo più richieste da parte di famiglie, comunità parrocchie e imprenditori, di quanti “visti” abbiamo a disposizione per i corridoi umanitari, sembrerà paradossale ma è così. La gente è pronta ad accogliere se il discorso viene presentato in maniera corretta. Sono vent’anni che assistiamo a predicazioni di odio verso gli immigrati, in tale contesto va dato atto ad Angela Merkel di aver mantenuto una posizione favorevole all’accoglienza nonostante l’argomento facesse perdere voti».

Quali altri cause sono all’origine di questa ondata di paura?
«Troppo poco si spiega l’incidenza positiva che hanno gli immigrati sul pil (prodotto interno lordo, ndr) dei vari paesi, a cominciare dalla Gran Bretagna che è una di quelle che guadagna di più dalla presenza di migranti. Inoltre ci sono problemi relativi ai paesi dell’Europa orientale chiusi verso tutto ciò che è islam o non è cristiano, in cui crescono forme sempre più estreme di nazionalismo. Infine conta il fatto che non ci sia stata una vera condivisione del problema a livello europeo, il caso italiano in questo senso è emblematico. L’Italia infatti insieme alla Grecia si è assunta un peso davvero eccessivo della questione senza ricevere nessun aiuto da parte dell’Europa, e in tal senso il tema del mancato ricollocamento fra i diversi paesi dell’Unione è l’esempio più clamoroso».

Il flusso di migranti sembra ormai da qualche tempo molto caratterizzato da ondate di profughi provenienti da zone di guerra: Medio Oriente, Siria, Iraq, nord Africa, Africa sub sahariana; alla fine è questa la radice del problema?

«La radice è questa in gran parte. Ormai fare il ragionamento sui migranti solo economici non ha più senso. È impossibile la divisione fra questi ultimi e chi fugge da una guerra, si tratta di categorie ormai saltate del tutto; cosa vuol dire infatti valutare uno che scappa dalla Siria come migrante economico? Certo si tratta di qualcuno che cerca anche un futuro, quindi in parte è anche un migrante economico, ma sarebbe rimasto volentieri in Siria. Sono categorie e distinzioni che non reggono più, noi dobbiamo aggiornarle; ma rivolgo soprattutto un appello agli Stati europei: unitevi alla società civile, chiedete alla società civile, la politica non ha più le soluzioni. La politica deve assolutamente passare per un nuovo rapporto con la società civile che spesso ha soluzioni molto più avanzate tipo quella dei corridoi umanitari o della sponsorship: ci sono migliaia di europei che sono pronti a essere sponsor di immigrati. Uscite dai palazzi, parlate con la società civile e collaborate con essa».

Fra pochi giorni, il 20 settembre, il Papa torna ad Assisi (un evento organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio insieme ai Francescani) e con lui tanti leader religiosi, per parlare di pace. Ma appunto questo resta un nodo irrisolto: l’Europa, la diplomazia, sono assenti davanti alle grandi crisi umanitarie, ai conflitti, che causano molti dei problemi di cui parliamo; non crede si tratti di un nodo irrisolto importante, di aspetto decisivo per affrontare alla radice il problema?

«Certo, a forza di piangere su noi stessi, di riflettere sulla crisi che sta attraversando l’Europa e di parlare di nostra impotenza, stiamo diventando corresponsabili di situazioni internazionali drammatiche che non riusciamo più a risolvere perché appunto amiamo piangere su noi stessi. Invece l’Europa deve assumersi le responsabilità storiche, sociali e umane che le competono e che vengono dalla sua storia. Lungo la strada che stiamo seguendo, al contrario, passiamo dall’impotenza alla corresponsabilità. Basta col dire: non si riesce a risolvere la crisi siriana, in realtà non si vuole risolvere la crisi siriana. La cosa naturalmente non riguarda solo l’Europa, però il quadro è questo. Si passa il tempo ad assegnare le varie colpe, si dice c’è l’Arabia Saudita, l’Iran, la Russia, Hezbollah, ma poi, alla fine? Ora basta, non possiamo continuare a dire: non è possibile».

Francesco Peloso

venerdì 9 settembre 2016

Muro di Calais: migranti sgraditi e inglesi prigionieri di se stessi

SIR
I muri delimitano, difendono, preservano. Ma, allo stesso modo, i muri chiudono, ingabbiano, dividono. Fanno sentire (relativamente) sicuri, ma di certo non accrescono le amicizie, non aiutano a coltivare relazioni, non costruiscono né alimentano le identità. Vale per una famiglia che si rintana dietro la porta di casa, “tra quattro mura”; vale per una nazione che erge barriere di cemento e filo spinato per evitare invasioni, vere o presunte.

Il muro che Londra vuole costruire lungo l’autostrada per Calais vorrebbe essere una risposta agli arrivi di migranti che, fuggiti da Africa o Medio Oriente, attraversano mari e terre con il mito dell’Europa del nord dove son convinti di trovare una civiltà ricca, accogliente, moderna, paladina di democrazia e diritti, che apre le braccia a chi scappa dalla morte. I fuggiaschi sbagliano, si illudono. D’altro canto i britannici, e non solo loro, non hanno affatto voglia di condividere la loro ricchezza, sicurezza e modernità con chi bussa alla porta di Calais o di Dover.
Così, dopo i contestati muri in Ungheria, Austria, Grecia, Bulgaria, dopo le chiusure in Croazia, Slovenia, Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia, ecco che una nuova trincea solca l’Europa.
La questione riguardante l’arrivo in massa di migranti e richiedenti asilo è davvero complessa e sostenere solamente posizioni di principio – accoglienza senza limiti oppure respingimenti senza eccezioni – non ha senso, non produce effetti efficaci, non risolve il problema. I numeri degli afflussi sono cresciuti in modo esponenziale e si consolida l’impressione che “bisogna fare qualcosa”. Occorrono regole condivise, pragmatismo, organizzazione, tanti soldi; il tutto unito a una certa dose di comprensione dei drammi che un’ampia parte di umanità sta vivendo in varie regioni del mondo oggi, anno 2016.
A nulla servono, come spiegano tutti gli esperti di geopolitica, sbarre, fili spinati, muri: l’umanità è in movimento e occorre che i Paesi di transito e destinatari dei flussi si rimbocchino le maniche. Non senza rinunciare a tutelare i propri cittadini, la sicurezza interna, il benessere costruito a fatica.
Servono poi interventi “a monte”, sul versante della cooperazione e politiche di sostengo allo sviluppo dei Paesi di origine delle migrazioni, per fare in modo che i popoli possano vivere dignitosamente, in pace e sicurezza, a “casa loro”. Non devono però mancare, sul versante europeo, una sana dose di responsabilità condivisa e un minimo di solidarietà, con le quali sarebbe possibile attutire l’onda d’urto dei profughi. 

L’Italia qui ha molto da insegnare, nonostante al suo interno risuonino voci contrarie al senso di umanità che ha sempre intessuto l’italianità.Resta, però, il muro di Calais. Per ora innalzato a barriera “contro” i migranti. E se domani ai confini inglesi venissero fermati anche polacchi e ungheresi, greci e spagnoli, italiani e tedeschi? E se, per converso, da questa parte del continente si ergessero barriere rivolte ai sudditi di sua maestà, alle merci Made in United Kingdom, ai servizi finanziari della City?

Nel 1989 l’Europa intera aveva inneggiato al crollo di ogni “cortina” che aveva fino allora diviso popoli e Stati e all’implosione di regimi fondati sulla paura e il sospetto. Oggi, a est e a ovest della vecchia Cortina di ferro, risorgono sentimenti di divisione e paura, assieme a nuovi egoismi politici e sociali. Ripensando al Muro di Berlino ci si domanda ancora chi fosse davvero prigioniero: i cittadini di Berlino ovest, scomodo avamposto delle società democratiche, oppure i tedeschi dell’est, comunisti al servizio di Mosca, che avevano eretto il recinto? E oggi, con la barriera a Calais, i reclusi saranno i migranti che si accalcano sulle rive della Manica assieme agli europei continentali, oppure i britannici, autoesclusisi dall’Unione europea e oggi rintanati nel loro – per ora splendido – isolazionismo?

mercoledì 7 settembre 2016

Londra pronta a costruire un muro anti immigrati a Calais

Ansa
La Gran Bretagna è pronta a finanziare la costruzione, che dovrebbe iniziare ''molto presto'', di un muro lungo l'autostrada che arriva al porto francese di Calais per fermare i migranti che cercano di salire a bordo dei camion diretti in Inghilterra. Ne dà notizia la Bbc, che cita il sottosegretario per l'immigrazione Robert Goodwill.


Soprannominato dai media britannici ''il grande muro di Calais'', sarà alto quattro metri e correrà per un chilometro lungo i due lati dell'arteria stradale vicina al campo Giungla, dove vivono migliaia di migranti. Secondo le stime il progetto dovrebbe costare 1,9 milioni di sterline e fa parte di un pacchetto di misure da 17 milioni di pound del governo britannico per meglio controllare i confini gestiti insieme alle autorità francesi.

domenica 31 luglio 2016

Gran Bretagna: nelle carceri inglesi nuova impennata di suicidi

west-info.eu
Il numero di suicidi nelle carceri di Inghilterra e Galles ha toccato un nuovo record storico. Tra giugno 2015 e giugno 2016, infatti, 105 detenuti si sono tolti la vita. 

23 in più rispetto ai 12 mesi precedenti, il che equivale ad un incremento del 28%. I dati appena pubblicati dal ministero della Giustizia inglese mostrano che, confrontando i due periodi di tempo presi in considerazione, è cresciuto in modo particolare il numero delle donne che si sono uccise in carcere: da 1 a 11. 

Carenza di personale e sovraffollamento tra le ragioni principali per spiegare l'inquietante fenomeno.

martedì 17 maggio 2016

Gran Bretagna - Situazione critica nelle carceri. Continue sommosse, risse. 100 suicidi nel 2015

Il Dubbio
La situazione sempre più problematica nelle carceri del Regno Unito è stata affrontata da un rapporto del comitato parlamentare sulla giustizia, che nei giorni scorsi ha ricevuto in audizione i responsabili delle prigioni di Inghilterra e Galles. 



Secondo i racconti riferiti ai deputati, contenuti nel rapporto e riportati ieri dal Guardian, le squadre speciali anti-sommossa devono intervenire ormai a cadenza quasi quotidiana per fronteggiare sommosse, tumulti, maxi-risse, tentativi di omicidio e di suicidio, in una situazione che pare essere sempre più incandescente anche per il sovraffollamento.
Il ministro della Giustizia, Michael Gove, ha promesso un piano di riforma delle carceri, ma secondo il comitato servono interventi immediati e che non possono attendere i tempi della politica. Fra Inghilterra e Galles si contano oltre 85mila carcerati. Alcuni numeri sono allarmanti: nel 2015 si sono registrati 100 suicidi e almeno duemila principi di incendio causati dagli stessi detenuti. Il comitato ha anche sottolineato il problema, mai diminuito, della droga fra le sbarre.