Globalist
I cacciatori Dozo e l'etnia maliana dei Fulani sono in conflitto da tempo. La strage sembra una spedizione punitiva ma le autorità non hanno rilasciato commenti.
Una strage, una vera e propria pulizia etnica quella che è avvenuta in Mali dove 32 civili appartenenti alla minoranza etnica dei Fulani, detti anche Peul, sono stati uccisi in un villaggio propabilmente dai Dozo, una confraternita di cacciatori attivi in Mali, Costa D'Avorio e Burkina Faso.
L'eccidio è avvenuto a Koumaga, nella regione di Mopti, dove a quanto pare i dozo hanno circondato il villaggio, hanno isolato i fulani dalle altre etnie e li hanno giustiziati a sangue freddo. Altri dieci sono scomparsi". Un funzionario locale nel confermare l'attacco ha parlato di "decine di civili morti, tra i quali anche bambini".
La situazione in Mali è estremamente pericolosa: i gruppi etnici di fulani e bambara e i cacciatori Dozo sono spesso in conflitto per questioni legati alla proprietà terriera e ad esacerbare il tutto ci pensano i numerosi gruppi jihadisti che infestano la regione.
Un movente della strage può essere ricercato nella recente accusa verso i fulani di simpatizzare con i jihadisti: in effetti, l'eccidio ha tutta l'aria di una spedizione punitiva. Le autorità maliane non hanno ancora rilasciato dichiarazioni.
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lunedì 25 giugno 2018
martedì 13 marzo 2018
Myanmar - Dopo la pulizia etnica i militari si prendono le terre dei Rohingya
Corriere della Sera
"Nello stato di Rakhine è in corso un'appropriazione delle terre da parte dell'esercito di Myanmar su vasta scala e la costruzione di nuove basi destinate a ospitare quelle stesse forze di sicurezza che hanno commesso crimini contro l'umanità contro i Rohingya".
"Nello stato di Rakhine è in corso un'appropriazione delle terre da parte dell'esercito di Myanmar su vasta scala e la costruzione di nuove basi destinate a ospitare quelle stesse forze di sicurezza che hanno commesso crimini contro l'umanità contro i Rohingya".
Questa la denuncia contenuta in un rapporto diffuso ieri da Amnesty International: da gennaio la militarizzazione delle terre una volta appartenenti ai Rohingya va avanti a ritmo incalzante, a colpi di bulldozer: si radono al suolo i resti dei villaggi dati alle fiamme ad agosto e a settembre, si elimina anche la vegetazione circostante e si costruiscono strade e infrastrutture a uso militare. L'analisi delle immagini satellitari effettuata da Amnesty International mostra come da gennaio nello stato di Rakhine siano state costruite almeno tre nuove basi: due nel distretto di Maungdaw e una in quello di Buthidaung.
In questo modo, il tanto annunciato ritorno volontario e in condizioni di sicurezza e dignità dei 670.000 Rohingya rifugiatisi in Bangladesh diventa una prospettiva ancora più lontana. Le autorità di Myanmar stanno creando le condizioni perché non tornino più, che era l'obiettivo finale della campagna di pulizia etnica avviata la scorsa estate. Non solo bulldozer, non solo militarizzazione.
In questo modo, il tanto annunciato ritorno volontario e in condizioni di sicurezza e dignità dei 670.000 Rohingya rifugiatisi in Bangladesh diventa una prospettiva ancora più lontana. Le autorità di Myanmar stanno creando le condizioni perché non tornino più, che era l'obiettivo finale della campagna di pulizia etnica avviata la scorsa estate. Non solo bulldozer, non solo militarizzazione.
Nello stato di Rakhine è in corso anche una campagna di "sostituzione etnica", per riprendere un'espressione tanto e impropriamente usata in Italia: sui terreni agricoli dove sorgevano i villaggi Rohingya dati alle fiamme, sono stati edificati nuovi villaggi in cui vivono ora popolazioni di altri gruppi etnici. Per blandire la comunità e i paesi donatori, che dovrebbero decidere una volta per tutte se è accettabile assistere un sistema basato sull'apartheid, le autorità di Myanmar fanno però vedere di essere disponibili a collaborare a un ritorno ancora del tutto possibile.
Tuttavia, dalle immagini dal satellite si vede come i nuovi centri di accoglienza - destinati ad "accogliere" i Rohingya di ritorno dal Bangladesh - siano circondati da recinzioni e situati nei pressi di zone pesantemente militarizzate. Nella parte più alta di un villaggio Rohingya dato alle fiamme nel distretto di Maungdaw, in mezzo a strutture rafforzate di sicurezza, si trova un nuovo centro di transito per alloggiare provvisoriamente i rifugiati tornati dal Bangladesh. In centri del genere si trovano già decine di migliaia di Rohingya costretti a lasciare le loro terre durante le ondate di violenza del 2012, oggi confinati in squallidi centri per sfollati, vere e proprie prigioni a cielo aperto.
di Riccardo Noury
Tuttavia, dalle immagini dal satellite si vede come i nuovi centri di accoglienza - destinati ad "accogliere" i Rohingya di ritorno dal Bangladesh - siano circondati da recinzioni e situati nei pressi di zone pesantemente militarizzate. Nella parte più alta di un villaggio Rohingya dato alle fiamme nel distretto di Maungdaw, in mezzo a strutture rafforzate di sicurezza, si trova un nuovo centro di transito per alloggiare provvisoriamente i rifugiati tornati dal Bangladesh. In centri del genere si trovano già decine di migliaia di Rohingya costretti a lasciare le loro terre durante le ondate di violenza del 2012, oggi confinati in squallidi centri per sfollati, vere e proprie prigioni a cielo aperto.
di Riccardo Noury
martedì 20 dicembre 2016
Birmania. Pulizia etnica dei Rohingya - Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi non può tacere
Corriere della Sera
Chi avrebbe immaginato che il premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, celebrata icona del coraggio civile contro la dittatura dei generali birmani, un giorno si sarebbe trovata ad accusare le organizzazioni umanitarie internazionali di "esagerare" volutamente i loro rapporti a proposito di una minoranza che le autorità continuano a discriminare legalmente.
In un primo momento, Aung San Suu Kyi, furiosa, ha smentito le accuse, parlando, appunto "di ricostruzioni esagerate" da parte degli organismi internazionali quando "si tratta della popolazione musulmana". Tanto che - nonostante le sue responsabilità di governo (è ministro degli Esteri e, in particolare, consigliere di Stato: in altri termini, capo dell'esecutivo) - ha cercato di scongiurare l'ingerenza dell'Asean, l'Associazione dei Paesi del Sudest asiatico che, in un atto senza precedenti, ha chiesto una riunione ufficiale sulla questione per volontà di Malaysia e Indonesia.
Tutto è cominciato con un attentato portato a termine da un nuovo gruppo armato "di difesa dei Rohingya". I militari birmani hanno reagito con rabbia e le conseguenze, secondo il rapporto, non si sono fatte attendere: uccisioni indiscriminate, stupri, torture.
Chi avrebbe immaginato che il premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, celebrata icona del coraggio civile contro la dittatura dei generali birmani, un giorno si sarebbe trovata ad accusare le organizzazioni umanitarie internazionali di "esagerare" volutamente i loro rapporti a proposito di una minoranza che le autorità continuano a discriminare legalmente.
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| Pulizia etnica - Villaggi Rohingya rasi al suolo |
Parliamo dei Rohingya, popolazione di origine bengalese, di religione islamica e concentrata soprattutto nello Stato di Rakhine.
Ora, Amnesty International, sempre in prima fila nel difendere la Signora quando era lei a subire l'oppressione del regime, ha pubblicato un rapporto che evidenzia "seri pericoli" di violazioni dei diritti umani e, addirittura, "gravi atti" da parte dell'esercito che potrebbero essere classificati come "crimini di guerra": a novembre, un funzionario dell'Onu aveva sollevato l'ipotesi di una vera e propria "pulizia etnica" in atto contro i Rohingya.
In un primo momento, Aung San Suu Kyi, furiosa, ha smentito le accuse, parlando, appunto "di ricostruzioni esagerate" da parte degli organismi internazionali quando "si tratta della popolazione musulmana". Tanto che - nonostante le sue responsabilità di governo (è ministro degli Esteri e, in particolare, consigliere di Stato: in altri termini, capo dell'esecutivo) - ha cercato di scongiurare l'ingerenza dell'Asean, l'Associazione dei Paesi del Sudest asiatico che, in un atto senza precedenti, ha chiesto una riunione ufficiale sulla questione per volontà di Malaysia e Indonesia.
Suu Kyi, a denti stretti, ha dovuto accettare di preparare un rapporto per il mese prossimo. Ma intanto la situazione, secondo quanto ricostruiscono Amnesty International e Human Rights Watch, è tutt'altro che tranquilla nell'Ovest della Birmania.
Tutto è cominciato con un attentato portato a termine da un nuovo gruppo armato "di difesa dei Rohingya". I militari birmani hanno reagito con rabbia e le conseguenze, secondo il rapporto, non si sono fatte attendere: uccisioni indiscriminate, stupri, torture.
La pulizia etnica è stata accertata da foto satellitari presentate da Human Rights Watch, immagini che dimostrano come interi villaggi siano stati rasi al suolo. Possibile una simile vergogna nella Birmania di Aung San Suu Kyi?
di Paolo Salom
di Paolo Salom
martedì 23 aprile 2013
La pulizia etnica in Myanmar - Denuncia HRW contro la Birmania: crimini contro l'umanità e tentativo di sterminare i Rohingya
Il Journal
La denuncia di Human Rights Watch contro il governo birmano: crimini contro l'umanità e tentativo di sterminare i Rohingya.
La denuncia di Human Rights Watch contro il governo birmano: crimini contro l'umanità e tentativo di sterminare i Rohingya.
Più di 125.000 Rohingya (musulmani della regione del Rakhine- Birmania) sono stati vittime delle ondate di violenza di maggio e ottobre 2012 in Myanmar. Ad affermarlo è l’ultimo rapporto di Human Rights Watch (HRW), che parla di pulizia etnica e crimini contro l’umanità e che è stato pubblicato oggi.
La immagini satellitari mostrerebbero quasi 5 mila strutture e terreni di proprietà Rohingya completamente distrutti da parte di membri del partito nazionalista di Rakhine e da monaci buddisti.
Quella dei Rohingya è una delle minoranze più perseguitate al mondo: popolo senza Stato, non hanno diritti di cittadinanza perché considerati dal governo birmano “immigrati clandestini del Bangladesh”, e subiscono spesso atti di violenza.
I conflitti tra Rohingya musulmani e buddisti a Rakhine sono da sempre stati all’ordine del giorno, sin dalla seconda guerra mondiale, quando i buddisti hanno sostenuto le forze giapponesi e i Rohingya quelle inglesi.
“L’assenza di responsabili di quanto avvenuto nel 2012- si legge nel rapporto- fa pensare che sia stato il governo stesso a volere la pulizia etnica”. Alcune persone sono state costrette a fuggire dalle loro case, e adesso “c’è una preoccupazione seria che il governo non farà rispettare il loro diritto a riappropriarsi delle loro abitazioni”, ha affermato il portavoce di HRW.
Ma il governo birmano accusa l’associazione in difesa dei diritti umani di aver pubblicato il proprio report proprio in concomitanza con la riunione dell’Unione Europea che dovrà decidere se mantenere o meno le sanzioni sul Paese, e che dovrebbe tenersi nei prossimi giorni.
“Il governo non presta attenzione a un rapporto unilaterale come questo- ha detto il presidente Thein Sein- ma vorrei mettere in guardia gli opportunisti e gli estremisti religiosi che cercano di sfruttare i nobili insegnamenti di queste religioni e invece generano odio tra le persone”.
La immagini satellitari mostrerebbero quasi 5 mila strutture e terreni di proprietà Rohingya completamente distrutti da parte di membri del partito nazionalista di Rakhine e da monaci buddisti.
Quella dei Rohingya è una delle minoranze più perseguitate al mondo: popolo senza Stato, non hanno diritti di cittadinanza perché considerati dal governo birmano “immigrati clandestini del Bangladesh”, e subiscono spesso atti di violenza.
I conflitti tra Rohingya musulmani e buddisti a Rakhine sono da sempre stati all’ordine del giorno, sin dalla seconda guerra mondiale, quando i buddisti hanno sostenuto le forze giapponesi e i Rohingya quelle inglesi.
“L’assenza di responsabili di quanto avvenuto nel 2012- si legge nel rapporto- fa pensare che sia stato il governo stesso a volere la pulizia etnica”. Alcune persone sono state costrette a fuggire dalle loro case, e adesso “c’è una preoccupazione seria che il governo non farà rispettare il loro diritto a riappropriarsi delle loro abitazioni”, ha affermato il portavoce di HRW.
Ma il governo birmano accusa l’associazione in difesa dei diritti umani di aver pubblicato il proprio report proprio in concomitanza con la riunione dell’Unione Europea che dovrà decidere se mantenere o meno le sanzioni sul Paese, e che dovrebbe tenersi nei prossimi giorni.
“Il governo non presta attenzione a un rapporto unilaterale come questo- ha detto il presidente Thein Sein- ma vorrei mettere in guardia gli opportunisti e gli estremisti religiosi che cercano di sfruttare i nobili insegnamenti di queste religioni e invece generano odio tra le persone”.
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