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venerdì 7 giugno 2019

Migranti - Pozzallo - Porti aperti per 62 naufraghi. Saranno accolti in strutture della Chiesa

Avvenire
La nave cargo Asso 25 approda al porto ragusano. Le persone accolte nelle strutture della Caritas, come confermato anche dalla Cei.


Il rimorchiatore italiano Asso 25 con 62 naufraghi salvati a Sud di Lampedusa è approdato al porto di Pozzallo, scortato da due motovedette della Guardia costiera e della Guardia di Finanza. Sulla banchina ad attendere le persone salvate ci sono i responsabili del servizio di prima assistenza, identificazione e accoglienza.


Il caso della nave cargo che batte bandiera tricolore ha messo in crisi le direttive del governo contro i vascelli di salvataggio. Il rimorchiatore, che supporta le attività delle piattaforme petrolifere italiane, difficilmente avrebbe potuto essere dirottato verso porti lontani, come avvenuto alcuni giorni fa con una nave della Marina militare dirottata verso Genova. Il rischio, infatti, sarebbe stato quello di danneggiare le attività petrolifere.

Proprio per questa ragione a Lampedusa si erano già preparati nella notte di giovedì ad accogliere i migranti che sarebbero dovuti arrivare a bordo del rimorchiatore Asso 25. Ma colpo di scena, a poche miglia di distanza da Lampedusa, alla nave cargo veniva impartito l'ordine dalle autorità italiane di dirigersi in un altro porto di approdo: Pozzallo, nel Ragusano. Dove le operazioni di sbarco - come confermato dalla Prefettura di Ragusa e dal sindaco di Pozzallo - sarebbero avvenute a partire dalle 14.30 del pomeriggio. E così è stato.
"Il nostro porto non è mai stato chiuso, così come quelli del resto d'Italia, semplicemente perché i porti non si possono chiudere", aveva sottolineato Roberto Ammatuna, sindaco di Pozzallo, poco prima delle operazioni di sbarco.

Nel frattempo a distanza di poche ore dall'approdo nel porto ragusano si apriva la questione dell'accoglienza: il ministro dell'Interno per primo affermato che i 62 migranti saranno ospitati in "strutture della Cei": attraverso poi una nota del Viminale Matteo Salvini ha poi ringraziato la Conferenza episcopale italiana "per la disponibilità a prendersi carico dell'accoglienza" di queste persone che - come confermato in seguito dalla Cei - verranno prese in carico in strutture Caritas.

Ci sono anche due donne, ma nessun minore, tra le 62 persone migranti approdate a Pozzallo, nel Ragusano. Nel porto cittadino la Prefettura sin dalla tarda mattinata aveva messo in moto la task force dell'accoglienza. A bordo del rimorchiatore non sarebbero state segnalate situazioni sanitarie di emergenza. Le persone soccorse arrivano dal Gambia, dalla Costa d'Avorio e dal Senegal.

Per la cronaca, quello di oggi 7 giugno, è il primo sbarco dell'anno nel porto di Pozzallo, dove gli ultimi naufraghi erano stati accolti il 24 novembre 2018.

mercoledì 14 marzo 2018

Migranti, eritreo muore di fame appena arrivato a Pozzallo, "salvato" con altri 280

Il Gazzettino di Sicilia
Le sue condizioni erano apparse subito disperate ai soccorritori. Un migrante eritreo di 22 anni è morto appena giunto in Italia. Era sbarcato a Pozzallo con la nave dell’organizzazione non governativa spagnola Proactiva Open Arms, malnutrito e con problemi respiratori. 
Portato immediatamente all’ospedale di Modica, le sue condizioni sono peggiorate fino alla morte per fame e per la malnutrizione che avevano contribuito a peggiorare, nel corso dei mesi, un già precario quadro clinico. La salma è stata trasferita all’interno della camera mortuaria dell’ospedale Maggiore di Modica.

Ieri la nave Aquarius aveva fatto sbarcare al porto di Augusta 280 migranti. Tra questi un minore è stato trasferito in ospedale per le sue cattive condizioni di salute.

lunedì 16 maggio 2016

120 minori da un mese nell'hotspot di Pozzallo «La struttura non garantisce i loro diritti fondamentali»

MeridioNews
I ragazzi stranieri non accompagnati si trovano da aprile all’interno del centro di pre-identificazione. Come accertato dalla commissione parlamentare per i Diritti umani. Mancano i posti negli Sprar e i trasferimenti sono bloccati. Intanto l'associazione dei cronisti Carta di Roma denuncia il limite al diritto di cronaca



Hanno attraversato il Sahara e il Mediterraneo e sono sbarcati a Pozzallo nelle scorse settimane. Sono centoventi e hanno meno di diciotto anni. Si trovano ancora all’interno dell’hotspot, una struttura inadeguata a garantire loro i requisiti fondamentali dell’accoglienza prevista per i minori stranieri non accompagnati. Negli ultimi giorni sono stati accompagnati dai volontari in veloci passeggiate per la città di Pozzallo, dove è in corso il festival internazionale Sabir. Del loro futuro, dei loro trasferimenti, non hanno alcuna certezza. Lo Stato italiano non ha ancora trovato una soluzione. 

«Su 142 presenze, 120 sono costituite da minori non accompagnati - ha dichiarato il senatore Luigi Manconi, presidente della commissione Diritti Umani, che ha visitato la struttura giovedì -. È impensabile che i minori debbano stare lì per settimane, ben oltre le 72 ore». Vivono nel centro anche da un mese, in condizione di promiscuità, con adulti, senza ricevere il necessario supporto. Non possono essere trasferiti altrove però perché mancherebbero i posti nelle altre strutture di accoglienza del sistema di protezione. Lo scorso dicembre Medici senza frontiere - dopo aver denunciato in un durissimo report le condizioni in cui i migranti vengono tenuti - ha interrotto ogni attività nel centro di Pozzallo denunciando «condizioni indegne e mancanza di volontà per migliorare la situazione».

Ieri nell’hotspot è entrato anche il deputato Paolo Beni: «Il governo ha fatto delle scelte giuste, come garantire a tutti la protezione Sprar, ma il sistema si è inceppato - spiega il parlamentare del Pd -. Funziona come un sistema idraulico. Il flusso esercita pressione continua e, se c’è un punto ostruito, questo scoppia». Con lui, in delegazione, anche il vicepresidente dell’Arci, Filippo Miraglia: «I ragazzi sono lì da aprile senza far nulla e ci sono state anche delle proteste. Sono già stati identificati tutti e potrebbero essere trasferiti subito. Sono minori, lo Stato deve garantire loro delle tutele»

In difficoltà Luigi Ammatuna, il primo cittadino della città ragusana, che di questi minori è, per legge, il tutore. «Il sindaco ha l’obbligo di tirarli fuori dal centro. Nei primi periodi è stato possibile farlo velocemente - sottolinea - ora è tutto pieno e per me è un problema». I minori rimangono così all’interno dell’ex centro di primo soccorso e accoglienza, a gennaio tramutato formalmente in hotspot. La loro permanenza prolungata potrebbe essere illegale. «Sono strutture che non hanno basi giuridiche nell’ordinamento italiano - denuncia Nazzarena Zorzella, dell’Asgi (l'associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione) -. Il trattenimento dovrebbe essere autorizzato da un giudice e non può essere così lungo, non è previsto dalla legge; nel caso dei minori inoltre la violazione è doppia».

Resta tuttavia impossibile raccontare ciò che accade realmente all’interno dell’hotspot. Nessun giornalista è mai entrato, tutte le richieste sono state negate dalle Prefetture. «Si stanno violando i diritti fondamentali, ma non possiamo documentarlo perché il ministero ci vieta l’accesso», denuncia Giovanni Maria Bellu, dell’Associazione Carta di Roma. Anche ieri l’ingresso di due giornalisti è stato negato: «Saremmo entrati con una delegazione che accompagnava il deputato Beni, ma ci hanno comunicato che alla fine non siamo stati autorizzati», riporta Eleonora Camilli, di Redattore Sociale.

«Il mancato ingresso dei giornalisti è una decisione del ministero dell’Interno; credo ritenga necessaria la riservatezza - risponde il deputato Beni - legata alle operazioni complicate che si svolgono all’interno. Certa stampa poi si presta ad operazioni strumentali o a esigenze politiche di parte. Io comunque sarei sempre per la libertà di raccontare».

Così, alla conclusione del seminario formativo organizzato dall’Associazione Carta di Roma, dall’Ordine dei Giornalisti Sicilia e dall’Assostampa Ragusa, è stato stilato un documento in cui «si invita il ministero a rivedere la sua posizione garantendo l’esercizio del diritto di cronaca», attraverso l’accesso all’interno di queste strutture, sino ad oggi, invisibili.