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domenica 2 novembre 2014

Caso Cucchi, Procuratore di Roma Pignatone: 'Disponibili a riaprire indagini'

ANSA
Ilaria: "Azzerare perizie e consulenze fumose"
"Se emergeranno fatti nuovi o comunque l'opportunità di nuovi accertamenti, la Procura di Roma è sempre disponibile, come in altri casi, più o meno noti, a riaprire le indagini". Lo afferma il procuratore della Repubblica di Roma, Giuseppe Pignatone, in relazione alla vicenda di Stefano Cucchi.


Pronta la reazione di Ilaria Cucchi, sorella di Stefano: "Prendiamo atto di questa importante decisione del procuratore capo della repubblica di Roma. Rimaniamo in attesa di giustizia e verità come abbiamo sempre fatto in questi cinque anni. Possiamo dire che vanno azzerate tutte le perizie e le consulenze che hanno fatto solo fumo e nebbia sui fatti".

Domani mattina la famiglia Cucchi - padre, madre e sorella - si presenterà davanti alla procura di Roma con maxi-cartelloni raffiguranti Stefano, il giovane geometra romano arrestato nel 2009 per droga e morto una settimana dopo in ospedale, a seguito dell'assoluzione in appello, venerdì scorso, di tutti gli imputati del processo (sei medici, tre infermieri e tre agenti della Polizia penitenziaria).

"Andremo solo noi tre - ha detto Ilaria Cucchi - senza alcun sit-in, presidio o altro. Vogliamo far vedere come Stefano è morto e le condizioni con le quali ce lo hanno riconsegnato".

Secondo quanto si è appreso, nella stessa mattinata Ilaria e la sua famiglia chiederanno un incontro col Procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone, sperando di poterlo ottenere già in mattinata. "Voglio chiedere al dottor Pignatone - dice Ilaria Cucchi, confermando quanto scritto in un post su Facebook - se è soddisfatto dell'operato del suo ufficio, se quando mi ha detto che non avrebbe potuto sostituire i due pm che continuavano a fare il processo contro di noi, contro il mio avvocato, e contro mio fratello, ha fatto gli interessi del processo e della verità sulla morte di Stefano".

"Ringrazio il sindaco di Roma per essersi detto orgoglioso della richiesta dell'Aula consiliare, su proposta di Sel, di intitolare a Stefano Cucchi una strada o una piazza di Roma. Mi piacerebbe che via Golametto, la via d'accesso al Palazzo di giustizia, fosse quella prescelta. Sarebbe un segnale importante": così Ilaria Cucchi commentando l'annuncio fatto dal sindaco Ignazio Marino a margine della messa del Papa al Verano.

Ilaria risponde anche al presidente della Corte d'Appello che invitava a evitare la gogna mediatica nei confronti dei giudici. "Nutro profondo rispetto per la magistratura. Rispetto, ma non venerazione. Non credo di mancare di rispetto a Lei e alla Magistratura se mi permetto di dire che le critiche rivolte ai suoi colleghi sono tutt'altro che una gogna. Chiedere responsabilità per chi sbaglia e commette gravi e ripetuti errori non significa metterlo alla gogna". Così Ilaria Cucchi in una lettera aperta a Luciano Panzani.

venerdì 13 settembre 2013

Giustizia: papa Francesco riceve familiari delle "vittime del carcere"

Ansa
Ennesimo esempio di grande umanità e di vicinanza alle persone colpite da tragedie familiari arriva da Papa Francesco che questa mattina ha ricevuto i familiari di alcune vittime tra cui la sorella di Giuseppe Uva, la figlia di Michele Ferrulli e la sorella di Stefano Cucchi.

Ennesimo esempio di grande umanità e di vicinanza alle persone colpite da tragedie familiari arriva da Papa Francesco che mercoledì mattina ha ricevuto i familiari di alcune vittime. Cinque giorni fa Lucia Uva ha inviato un fax al pontefice: "Caro papa Francesco, sono la sorella di Giuseppe Uva, morto il 14 giugno 2008 dopo esser stato trattenuto per due ore e mezzo in una caserma dei carabinieri di Varese".

Mercoledì mattina Lucia Uva, è stata ricevuta in udienza dal papa e ha avuto un colloquio lui. Lo rende noto Luigi Manconi, senatore del Pd, che aggiunge: "Insieme a Lucia hanno preso parte all'udienza Ilaria Cucchi, sorella di Stefano morto a Roma il 22 ottobre 2009, Claudia Budroni, sorella di Dino morto a Roma il 30 luglio 2011, Domenica Ferrulli, figlia di Michele morto a Milano il 30 giugno 2011, Grazia Serra, nipote di Francesco Mastrogiovanni morto a Vallo della Lucania il 4 agosto 2009 legato a un letto di contenzione, Luciano Diaz che ha subito gravissime e permanenti lesioni durante un fermo a opera di carabinieri. Con loro hanno preso parte all'udienza Luigi Manconi e Valentina Calderone dell'associazione "A buon diritto" e l'avvocato Alessandra Pisa".

domenica 16 giugno 2013

Lettera aperta di uno dei medici condannati in primo grado nella sentenza Cucchi

Ricevo questa lettera da uno dei medici condannati in primo grado dalla sentenza Cucchi. La pubblico volentieri per offrire un contributo che poco ha trovato spazio sui principali mezzi di comunicazione. La pubblico integralmente senza operare nessun taglio o modifica sui contenuti.  ES
LETTERA APERTA

Ho a lungo riflettuto sull’opportunità di scrivere questa lettera, che potrebbe essere fraintesa ed alimentare il clima di odio mediatico da cui mi sento circondata. Ma non riesco più a tacere. Per quasi 4 anni ho rifiutato di espormi, convinta che i processi vadano fatti nei luoghi deputati, ovvero nelle aule di Giustizia. Ma ora, dopo la sentenza di primo grado, sento la necessità di dire alcune cose.

Ho appreso solo dai mezzi di informazione, poiché non ero presente, che il giorno della sentenza per la morte di Stefano Cucchi, nell’aula della Corte d’Assise, alla lettura della sentenza che ha assolto gli infermieri e gli agenti di polizia penitenziaria e condannato noi medici del reparto di Medicina Protetta dell’Ospedale S. Pertini per omicidio colposo, sono stati fatti gesti inaccettabili da parte dei sostenitori degli assolti, la qual cosa mi riempie di sdegno. Pur comprendendone le motivazioni, probabilmente dettate dall’essere arrivati alla fine di una gogna mediatica durata più di tre anni e in risposta alle altrettanto inaccettabili urla dei sostenitori della controparte che gridavano “assassini, assassini”, credo che nessuna motivazione possa in alcun modo giustificare tale comportamento, dal quale prendo le distanze totalmente. E anche se le mie parole rischiano di essere travisate, voglio esprimere la mia solidarietà ai genitori di Stefano Cucchi, che comprensibilmente ne sono stati sconvolti.

Ma detto questo, penso che il medesimo rispetto doverosamente riservato a chi non c’è più e a coloro che lo piangono, spetti a chiunque. Anche a noi medici, ritenuti responsabili di colpa medica - e non di abbandono di incapace, l’accusa più infamante per chi svolge questa professione.

A chiunque abbia seguito veramente il processo, in aula o attraverso l’ottimo servizio di Radio Radicale -che ha pubblicato sul proprio sito l’audio di tutte le udienze, per consentire a chiunque di farsi una propria idea, senza filtri-, a chi non si è limitato alle informazioni di parte divulgate in questi anni dai comuni mezzi di informazione, è assolutamente chiaro che nessuno ha abbandonato Stefano Cucchi e nessuno lo ha fatto morire per coprire chissà quali nefandezze. Per noi medici, la sentenza di primo grado non è stata, come qualcuno vuol far credere, una sorta di “grazia” uscita fuori dal nulla, è stata invece il risultato di lunghi anni di dibattimento e testimonianze che hanno smentito, udienza dopo udienza, quelle accuse orribili. La sentenza ha finalmente affermato che non siamo dei mostri, dei criminali, ma ci ha ritenuto comunque responsabili di quella morte; le motivazioni, quando verranno pubblicate, ci spiegheranno quali siano le colpe addebitate a ciascuno di noi, da cui potremo difenderci nei successivi gradi di giudizio.

Ma continuare ad accusarci pubblicamente di indegnità, affermando che Stefano sia stato “rinchiuso in un ospedale lager” e “abbandonato e lasciato morire dai medici, che invece di salvargli la vita si sono voltati dall’altra parte e che non sono degni di portare il camice bianco”, non è accettabile, nonostante anche in questo caso io ne comprenda le motivazioni alla base.

Mi rendo conto che è difficile accettare che lunghi anni di processo non abbiano saputo dare una risposta circa la causa di morte (le varie perizie ne hanno individuate almeno 5, tutte diverse ed in contrapposizione fra loro), né tantomeno fare luce sulle responsabilità delle “eventuali” percosse, indipendentemente dal fatto se siano state oppure no la causa della morte. Perché di fatto il processo non è riuscito a rispondere a questa domanda, ovvero se le percosse ci siano state e soprattutto da parte di chi. E invece, a questa domanda tutti ci aspettavamo una risposta.

Per mia formazione umana e professionale rigetto ogni forma di violenza, perpetrata ai danni di qualsiasi essere vivente. E solo l’idea che qualcuno abbia potuto infierire su un giovane nelle condizioni fisiche in cui si trovava Stefano Cucchi, mi fa orrore.

Ho scelto la mia professione con convinzione, e allo stesso modo ho scelto di lavorare in un reparto per detenuti, certa che mi avrebbe arricchito dal punto di vista umano e professionale. E non mi sbagliavo. Nonostante tutto, nonostante quel reparto venga ancora rappresentato, a puro scopo strumentale, come un luogo di orrore, le mie motivazioni sono ancora presenti. Mi faccio forza pensando alle innumerevoli manifestazioni di stima di chi mi conosce personalmente, ma soprattutto a quelle, tutte documentate, di cui ci hanno sempre fatto dono i pazienti ricoverati, che sanno bene come lavoriamo e chi siamo a livello umano.

Aspetto con ansia le motivazioni della sentenza per conoscere quale comportamento colpevole mi venga addebitato; pur essendomi interrogata a lungo su questo, perché la morte di un paziente è sempre vissuta come una sconfitta da qualsiasi medico, non riesco a comprendere quale mia negligenza abbia potuto determinare la morte di Stefano Cucchi.

Ci si accusa ancora di aver abbandonato Cucchi perché era un detenuto, un tossicodipendente, uno spacciatore. Personalmente non chiedo mai il motivo per cui un mio paziente è detenuto, anche se a volte sono i pazienti stessi a parlarmene, perché non spetta a me giudicare la loro vita, per quello ci sono i Giudici e i processi. Io e i miei colleghi non siamo carcerieri e non vogliamo essere trattati come tali. Siamo medici, dipendenti della ASL RM/B, che lavorano in un reparto nel quale vengono ricoverate persone detenute; medici che non fanno parte né del sistema carcere né dell’amministrazione penitenziaria, ma cercano solo di svolgere la propria professione in un reparto ospedaliero per molti versi “difficile”. E non ritengo giusto che tutte le disfunzioni del sistema carcerario e dei suoi regolamenti (mancato contatto con l’avvocato, mancato permesso ai genitori di vedere Stefano o parlare con noi medici, ecc..) debbano essere addebitate a chi, con quel sistema non ha nulla a che vedere.

L’aver accomunato nel medesimo processo, sia coloro che erano accusati di un pestaggio ai danni di una persona privata della libertà personale, sia i medici accusati di averli coperti e avere abbandonato quella persona, ha fatto sì che quei medici, nell’immaginario collettivo, siano diventati essi stessi degli aguzzini, sui quali sono state traslate, per assurda proprietà transitiva, tutte le accuse fatte ai primi. Ma questo non è accettabile.

Spero che quanto prima, alle persone che prestano servizio presso il reparto di Medicina Protetta del Pertini venga restituita la dignità di quello che fanno ogni giorno. Vorrei che esistesse qualcuno davvero interessato a capire la verità delle cose (giornalisti, politici), che venisse a verificare personalmente chi siamo e come lavoriamo; finora tutti sono stati pronti a dare giudizi e condanne morali, senza verificare in alcun modo.

Non chiedo assoluzioni, della condanna di cui devo rispondere avrò modo di discolparmi in sede di appello. Spero soltanto che si smetta di spacciare per verità le innumerevoli falsità date per assodate in modo strumentale, nonostante siano state totalmente smentite nel corso del processo.

Ringrazio fin d’ora chi avrà la bontà di pubblicare questo sfogo.


Roma, 11/06/2013                                                                             Stefania Corbi