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domenica 26 marzo 2023

Afghanistan. Chiudono le poche scuole ancora aperte alle donne, niente scuola per le ragazze adolescenti

Il Manifesto
Dopo la pausa invernale, il diktat talebano è diventato assoluto. Le pressioni internazionali cadono nel vuoto. Ma l’Emirato resta spaccato in due. In Afghanistan ieri sono state riaperte le scuole dopo la pausa invernale. Per gli studenti, di ogni ordine e grado, porte aperte. Per le studentesse, solo fino alla scuola primaria. Per le ragazze più grandi infatti vige ancora il bando informale del marzo 2022.


Quando, con un testacoda indicativo delle divisioni all’interno dei Talebani, il ministero prima ha annunciato la riapertura delle scuole, per poi lasciare a casa le studentesse adolescenti. Da allora, sempre a casa, tranne rari casi. L’Afghanistan rimane dunque l’unico Paese al mondo in cui il diritto all’istruzione è negato alle adolescenti. “Con l’inizio del nuovo anno scolastico in Afghanistan, ci rallegriamo per il ritorno di milioni di bambini e bambine nelle aule della scuola primaria. Tuttavia, siamo profondamente delusi di non vedere anche le ragazze adolescenti tornare nelle loro aule”, ha dichiarato Fran Equiza, rappresentante dell’Unicef in Afghanistan, l’agenzia dell’Onu che, come molte altre organizzazioni, fatica a trovare i modi per convincere i Talebani a cambiare rotta.

La decisione, parte di un più ampio pacchetto normativo che consolida l’apartheid di genere, non è stata presa a Kabul, sede dei ministeri, ma a Kandahar, sede dell’Amir al-muminin, la guida dei fedeli Haibatullah Akhundzada. Che con il suo entourage detta la rotta, diversa da quella di altri Talebani più pragmatici. Consapevoli che, intorno ai diritti delle donne, si gioca non solo una partita interna, con una società insofferente alle discriminazioni, ma anche internazionale, con quella comunità diplomatica da cui dipendono aiuti umanitari, aiuto allo sviluppo, la tenuta del sistema-Paese. A Kandahar sono convinti, sbagliando, che “l’autarchia è la via maestra, il popolo è con noi”. A Kabul l’ala più pragmatica cerca di rassicurare gli stranieri. Ormai senza pazienza. Come le studentesse afghane.

Le uniche novità sono negative: ora le scuole sono chiuse anche nelle poche aree in cui, grazie alla capacità di negoziazione delle comunità locali, erano rimaste aperte prima della pausa invernale, come nelle province settentrionali di Kunduz e Balkh. “Quest’anno le scuole sono aperte alle ragazze fino alla sesta classe, stiamo aspettando altre notifiche sulle classi superiori”, ha dichiarato all’agenzia Reuters Mohammed Ismail Abu Ahmad, a capo del dipartimento dell’educazione di Kunduz.

Che le scuole sarebbero rimaste chiuse era chiaro già nei giorni scorsi, a dispetto delle pressioni crescenti per rivedere le norme discriminatorie, inclusa quella del dicembre 2022 con cui si nega alle studentesse anche l’accesso all’università. Le pressioni provengono anche dai governi islamici, oltre che dall’Organizzazione della cooperazione islamica, il cui segretario Hissein Brahim Taha di recente ha ribadito che la questione non è chiusa. Pochi giorni fa, a margine di un incontro con una delegazione di religiosi provenienti dagli Emirati arabi, il ministro di fatto degli Esteri dell’Emirato, Amir Khan Muttaqi ha dichiarato: “La scuola per le ragazze non è haram, non è proibita dall’Islam, bloccarne l’accesso non è una questione religiosa, ma nazionale. Il governo ci lavorerà, ma ci vuole tempo”.

Il tempo trascorso è già troppo, secondo i membri dello Special Procedures, il più significativo gruppo di esperti del Consiglio per i Diritti umani Onu. In un comunicato scrivono che “le autorità di fatto Talebane non hanno alcuna giustificazione per negare il diritto all’educazione, né in termini religiosi, né tradizionali”. Da qui l’appello a “riaprire immediatamente tutte le scuole superiori e gli istituti educativi per le ragazze e le giovani donne”.

Per Catherine Russell, direttrice esecutiva dell’Unicef, “questa decisione ingiustificata e miope ha stroncato le speranze e i sogni di oltre un milione di ragazze e rappresenta un’altra triste pietra miliare nella costante erosione dei diritti delle ragazze e delle donne a livello nazionale”. Dall’Italia Daniela Fatarella, direttrice generale di Save the Children Italia, chiede che “il divieto di accesso all’istruzione per le ragazze venga revocato immediatamente, per il loro futuro e quello di tutto il Paese”.

Giuliano Battiston

giovedì 10 febbraio 2022

Confine Afghanistan-Iran. Uccisi in 6 mesi 100 rifugiati afgani diretti all’Iran. Si chiamava Sohrab, aveva 16 anni, ucciso da soldati iraniani

AgenPress
Funzionari locali nella provincia di Nimruz hanno affermato che in meno di sei mesi “quasi 100 rifugiati afgani sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco dalle forze di sicurezza iraniane” ei loro corpi sono stati trasferiti in Afghanistan. Secondo i funzionari, i cittadini afgani che volevano entrare illegalmente in Iran “sono stati uccisi dall’esercito iraniano”.


Ci sono state segnalazioni da ospedali afgani di uccisioni e molti casi di feriti: “Secondo i parenti dei pazienti, i malati e i feriti sono stati picchiati al confine quando volevano attraversare il confine con l’Iran”, ha affermato Jailani Sharifi, direttore infermieristico dell’ospedale Nimruz.

I residenti di Herat e Nimruz hanno chiesto un’indagine.

“La dignità degli afgani deve essere preservata e non disprezzata. Dovrebbero deportarli con dignità”, ha detto Bismillah Sirat, residente a Nimruz.

“Gli afgani non sono visti come esseri umani e sono oppressi”, ha detto Abdul Hakim, residente a Nimruz. 

Il cadavere del sedicenne Sohrab è appena arrivato a Herat dall’Iran.
Secondo i parenti dell’adolescente, è stato colpito e ucciso da soldati iraniani a Isfahan. Sohrab era andato in Iran illegalmente per trovare lavoro.

“Sohrab jan voleva andare in Iran per lavorare lì, mi ha detto ‘Vado in Iran per aiutare mio padre qui in Afghanistan'”, ha detto Mirwais, un parente di Sohrab.

Alcune fonti di Herat affermano che diversi corpi crivellati di proiettili sono entrati nella provincia negli ultimi mesi dal confine di Islam Qala. Secondo i funzionari del Dipartimento per i rifugiati e i rimpatri di Herat, negli ultimi sei mesi, oltre 460 feriti picchiati sono entrati in Afghanistan dall’Iran attraverso il confine di Islam Qala.

“Ci sono persone che sono state picchiate, con braccia e gambe rotte”,ha affermato Mawlawi Abdulhai Manib, capo del Dipartimento per i rifugiati e il rimpatrio di Herat.


domenica 23 gennaio 2022

Afghanistan, sprofonda nella povertà estrema. La fine delle bambine: figlie cedute in cambio di cibo

Corriere della Sera
In un Paese dove la metà della popolazione è così povera da non avere i beni di prima necessità, le famiglie le vendono per matrimoni. In cambio di cibo. Storia di Benazir e delle sue sorelle, cedute per 2 mila dollari. Il prezzo medio per una sposa bambina

30 novembre 2021, campo di Bagrami, vicino a Kabul.
Fatima, 13 anni, si è sposata un mese e mezzo fa. Suo padre, Wali Khan,
che ha 4 mogli e 15 figli, l’ha venduta per 400.000 afghani (foto di Véronique De Viguerie)

Schiva, con lunghe ciocche di capelli color ruggine tinti con l'henné, Benazir, accoccolata sul ciglio della strada, stringe nel palmo della mano una manciata di ghiaia. Quando le viene chiesto se sa di essere stata promessa in sposa, guarda a terra e affonda la testa tra le ginocchia. 

Nessuno ha spiegato a Benazir cosa le accadrà. "È troppo giovane per capire", spiega alla Nbc suo padre, venditore ambulante di Shaidai, un villaggio nel deserto, ai margini delle montagne di Herat, nell'Afghanistan occidentale. Benazir ha 8 anni. Ed è stata venduta per duemila dollari. Il prezzo medio per una sposa bambina in Afghanistan.

Dicembre 2021: Madina, 9 anni. Sua madre, vedova, l’ha venduta quando ne aveva 6.
Da suo marito si rifiutava di mangiare. Così è stata restituita alla madre,
che dovrà però rendere i soldi per poterla tenere

Parwana Malik ha nove anni. L'uomo che l'ha comprata racconta alla Cnn di avere 55 anni, ma per Parwana è solo "un vecchio" che la picchierà e la costringerà a lavorare nella sua casa. I suoi genitori affermano di non avere avuto scelta: vivevano in un campo di sfollati nella provincia nordoccidentale di Badghis, sfamandosi solo grazie agli aiuti umanitari e a lavori umili con una paga da pochi dollari al giorno.
[...]
Magul, un'altra bambina di 10 anni della provincia di Ghor, piange ogni giorno al pensiero di essere venduta a un uomo di 70 anni. I suoi genitori hanno preso in prestito 200 mila afghani da un abitante del loro villaggio, ma senza un lavoro non possono saldare il debito. Il creditore ha trascinato il padre di Magul, Ibrahim, in una prigione talebana, minacciando di farlo incarcerare. "Non so cosa fare", si dispera Ibrahim. "Anche se non gli do le mie figlie, le prenderà". "Davvero non lo voglio. Se mi fanno andare, mi uccido", singhiozza Magul, seduta sul pavimento della sua casa. "Non voglio lasciare i miei genitori".

Il commercio comincia quando sono ancora in fasce - "Abbiamo ricevuto rapporti credibili di famiglie che offrono figlie di appena 20 giorni per un futuro matrimonio in cambio di una dote". [...]
La ong e il "badalè", matrimonio basato sullo scambio - "Le nozze forzate in Afghanistan possono assumere forme diverse", spiega a 7 il program manager di Hawca, ong afghana che collabora con l'italiana Cospe, e che chiede di restare anonimo per motivi di sicurezza. "Nella cultura pashtun il badalè un matrimonio basato sullo scambio, in cui due famiglie si mettono d'accordo per dare in sposa una figlia a un uomo dell'altro gruppo, appianando così i costi della dote.

Il baad è invece un matrimonio compensatorio, nel senso che una donna di una famiglia viene data all'altra per riparare un torto subìto da questa seconda famiglia. Il baad teoricamente è vietato dalla legge, ma non si ha notizia di persone denunciate o di processi istruiti per questa pratica. In una società fortemente dominata dagli uomini, una cosa sono le leggi scritte, un'altra le consuetudini che ostacolano l'applicazione della legge. 

sabato 16 ottobre 2021

Afghanistan. Il dramma delle spose bambine vendute o barattate con armi e bestiame. Nella povertà estrema usate come una moneta.

La Stampa
Il numero delle ragazze scambiate come moneta è in netto aumento nelle zone di povertà estrema. I taleban minacciano l'Europa con "un'ondata di rifugiati" se non verranno subito tolte le sanzioni economiche, mentre l'Afghanistan precipita nella miseria ed esplode il fenomeno della spose-bambine, minorenni cedute a uomini di mezza età per denaro. 

Era una piaga già sotto il precedente governo, frenata però dagli aiuti umanitari e dall'azione delle Ong internazionali, a cominciare dall'Unicef. Adesso le province rurali sono tagliate fuori dal mondo e la fame colpisce con durezza sempre maggiore, soprattutto nelle aree centrali del Paese.

Lontano da Kabul i matrimoni combinati tra famiglie sono una tradizione ancestrale ma la povertà estrema ha stravolto tutto e genitori disperati sono arrivati a vendere le figlie ancora in fasce, a volte di un solo anno, come ha denunciato l'agenzia locale Raha. 

Mancano i soldi e molte famiglie non riescono a comprare cibo a sufficiente. Allora cedono le figlie a famiglie più abbienti, a un prezzo che varia dai 100 mila ai 205 mila afghani, pari adesso a 1000-2500 dollari.

Se il pretendente non ha contanti, paga in natura, cibo, bestiame oppure armi. Il rapporto ha analizzato in particolare la situazione nella remota provincia di Ghor, dove la situazione umanitaria è oltre il livello di guardia. La siccità eccezionale ha dimezzato i raccolti. Il flusso di denaro dagli uffici pubblici si è prosciugato, perché il governo del nuovo Emirato islamico non ha neppure i soldi per pagare gli stipendi agli impiegati. L'altra risorsa, gli aiuti internazionali distribuiti dalle Ong, è a zero. In un mese e mezzo la provincia, come le altre confinanti, ha fatto un balzo indietro di vent'anni, se non di più.
[...]
La miseria spinge l'età delle spose sempre più in basso. Un rapporto dell'Unicef del luglio 2018 ha calcolato che il 34 per cento delle donne fra i 20 e i 24 anni, e il 7 per cento degli uomini, si è sposato prima di compiere 18 anni, l'età minima consigliata dall'Onu. Il precedente governo aveva stabilito all'articolo 70 del codice civile un'età minima di sedici anni per le ragazze e di 18 per gli uomini e considerava "forzato" ogni matrimonio sotto quel limite.

Ma il nuovo governo taleban ha spazzato via tutto. Per le bambine di Ghor e delle altre province rurali non si pone neanche il problema. I matrimoni precoci sono la principale causa dell'abbandono scolastico. L'Afghanistan si chiude in un cupo Medioevo. Ma anche i taleban hanno bisogno del mondo. Hanno accettato nuovi colloqui con gli Stati Uniti. Chiedono lo sblocco dei 9 miliardi di dollari della Banca centrale, bloccati negli Usa. E aiuti umanitari.

Dietro il volto "moderato" però rispuntano sempre i loro metodi. Dopo i negoziati a Doha il viceministro degli Esteri Emirhan Muttaki ha avvertito che si corre il rischio di "migrazioni economiche" verso l'Europa se la comunità internazionale non permetterà "il normale funzionamento delle banche, in modo che Ong e agenzie governative possano pagare di nuovo i salari". Un ricatto in stile Erdogan. Soldi in cambio dello stop ai flussi di rifugiati.

Giordano Stabile

domenica 1 agosto 2021

Afghanistan - Offensiva dei Talebani, rappresaglie contro i "collaborazionisti" del governo di Kabul e delle forze di sicurezza

Il Manifesto 
Per i residenti di Herat, Lashkargah e Kandahar, tre delle principali città afghane, sono ore di drammatica incertezza. 


Negli ultimi due-tre giorni i Talebani hanno infatti sferrato una triplice offensiva, riuscendo a entrare nei distretti periferici di queste importanti città e combattendo duramente contro le forze governative, che per ora sono riuscite a impedire la conquista dei nuclei centrali delle città, ma non a evitare il progressivo accerchiamento da parte del gruppo guidato da mullah Haibatullah Akhundzada.

A KANDAHAR, storica roccaforte del gruppo nel momento della sua nascita e ascesa, in particolare nella metà degli anni Novanta e ancora negli anni successivi, quando ospitava lo storico leader mullah Omar, i Talebani hanno condotto operazioni di rappresaglia, secondo un recente rapporto curato da Human Rights Watch.

Sarebbero infatti andati a cercare i parenti più stretti dei «collaborazionisti», accusati di aver lavorato per il governo di Kabul o per le forze di sicurezza. E li avrebbero uccisi.

Secondo l’Afghanistan Independent Human Rights Commission, i Talebani avrebbero condotto rappresaglie anche contro i civili che nelle settimane scorse avevano plaudito alla provvisoria riconquista da parte delle forze governative del distretto di Spin Boldak, al confine con il Pakistan.

Mentre proprio ieri il New York Times ha confermato una notizia che già circolava da giorni: il corpo del fotografo indiano Danish Siqqiqui, ucciso mente era embedded con le forze speciali afghane a Spin Boldak, sarebbe stato oltraggiato dai Talebani, una volta che il e premio Pulitzer era già morto.

A LASHKARGAH, nelle scorse ore si è combattuto anche all’interno della città. Eravamo lì esattamente un mese fa: allora i combattimenti erano nella periferia della città, oltre il fiume. Ma tutti i residenti già aspettavano l’arrivo dei Talebani. Che ora sono arrivati.

Sono invece arrivati in ritardo – soltanto ieri pomeriggio – gli aiuti militari chiesti dal governatore della provincia per fronteggiare la nuova offensiva dei Talebani, che già lo scorso maggio avevano provato a sferrare un attacco alla città, in quel caso per verificare la prontezza degli americani nell’accorrere in aiuto dell’alleato di Kabul.

Giuliano Battiston

giovedì 20 maggio 2021

Afghanistan: difensori dei diritti umani sotto attacco. Negli ultimi 8 mesi uccisi 17 attivisti tra cui 9 giornalisti

Blog Diritti Umani - Human Rights
Da settembre 2020 a maggio 2021, sono stati uccisi un totale di 17 difensori dei diritti umani, inclusi nove giornalisti, sulla base delle informazioni raccolte dal Comitato afghano dei difensori dei diritti umani (AHRDC). Nove di quelli uccisi sono stati nei primi cinque mesi di quest'anno.

Durante questo periodo, oltre 200 difensori dei diritti umani e rappresentanti dei media hanno riferito, all'AHRDC e al Comitato per la sicurezza dei giornalisti afgani, 
di aver ricevuto gravi minacce

Un rapporto pubblicato dalla Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA) nel febbraio 2021, ha rilevato che 65 professionisti dei media e difensori dei diritti umani sono stati uccisi dal 2018.

Per la maggior parte di queste gravi violazioni non sono stati individuati i responsabili. Questi attacchi mirano a mettere a tacere il dissenso pacifico e coloro che lavorano sui diritti umani, in particolare i diritti delle donne, nonché coloro che cercano giustizia e responsabilità per le violazioni dei diritti.

La tempistica dell'escalation degli attacchi contro difensori dei diritti umani, attivisti e giornalisti sembra essere collegata al processo di pace in corso tra il governo dell'Afghanistan, gli Stati Uniti ei talebani.


Organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno affermato che le minacce, le molestie, le intimidazioni e gli attacchi contro difensori dei diritti umani, attivisti, giornalisti e operatori dei media in Afghanistan devono finire.

Durante questo periodo critico in Afghanistan e per il suo futuro, è fondamentale sostenere e dare la priorità alla libertà di espressione. I progressi compiuti nella creazione di uno spazio sicuro per i difensori dei diritti umani, in particolare i difensori dei diritti delle donne e dei giornalisti, sono a rischio dopo l'annuncio del completo ritiro degli Stati Uniti e delle forze NATO dall'Afghanistan entro l'11 settembre 2021.

I meccanismi statali per la protezione dei difensori, compresa la Commissione mista per la protezione dei difensori dei diritti umani recentemente nominata, devono ancora essere resi operativi. ll governo afghano deve assumersi tempestivamente una maggiore responsabilità per garantire la sicurezza e l'incolumità di difensori, attivisti e giornalisti e di porre fine all'impunità per gli attacchi contro di loro.

ES

Fonte: Fidh

sabato 20 marzo 2021

Afghanistan, ondata di attacchi contro i difensori dei diritti umani. Morti 21 difensori dei diritti umani e 20 giornalisti uccisi lo scorso anno.

Corriere della Sera
Circa tre mesi fa, un decreto della presidenza dell’Afghanistan ha istituito laCommissione congiunta per la protezione dei difensori dei diritti umani, col mandato di “rafforzare la cultura dei diritti umani e venire incontro alle preoccupazioni nazionali e internazionali sulla situazione dei diritti umani nel nostro paese”.

Murale in Afghanistan dedicato al coraggio dei difensori dei diritti umani
Quell’iniziativa si è rivelata vuota, priva di una strategia di attuazione, di condivisione delle informazioni, di attivazione di meccanismi di denuncia e di misure concrete di protezione (scorte, trasferimenti in altre città ecc.)
In Afghanistan, le donne e gli uomini che difendono i diritti umani continuano a morire. Come prima, più di prima.
Dal 12 settembre 2020, quando sono iniziati i negoziati di pace, al 31 gennaio 2021 sono morti almeno 21 difensori dei diritti umani: come Mohammad Yousuf Rasheed, direttore del Forum per elezioni libere e regolari in Afghanistan, assassinato il 23 dicembre nel centro di Kabul insieme al suo autista; o come l’attivista per i diritti delle donne Freshta Kohistani, uccisa insieme a suo fratello a Kapisa.

L’anno scorso sono stati assassinati almeno 20 giornalisti, tra cui molte donne: come la nota giornalista televisiva Malalai Maiwand, uccisa col suo autista a Jalalabad praticamente in concomitanza con l’istituzione della Commissione congiunta. Il 2021 rischia di terminare persino peggio
.

Secondo l’Unama, la Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan, dal 1° gennaio 2018 al 31 dicembre 2021 sono stati uccisi 32 difensori dei diritti umani.

Riccardo Noury 

lunedì 4 novembre 2019

Migranti. Stipati in un tir in Grecia. 41 afghani rischiavano di morire

Avvenire
Erano 41, e non 80 come precedentemente riportato da diversi media greci, le persone migranti privi di documenti ritrovati stipati in un camion frigorifero in un'autostrada nel nord della Grecia.

Quarantuno persone migranti erano stipate in un camion container in condizioni al limite del soffocamento: il tir è stato fermato dalla polizia greca nella città di Xanthi. Molti degli uomini, dai 20 ai 30 anni, hanno accusato problemi respiratori e sono stati portati in ospedale.


Il conducente del camion è stato arrestato. Secondo le prime ricostruzioni le persone erano tutte originarie dell'Afghanistan anche se la polizia sta ancora eseguendo controlli di identità per confermarlo. L'impianto di refrigerazione non era in funzione al momento del fermo.

sabato 5 ottobre 2019

Il rapporto Onu: in quattro anni uccisi 3.500 ragazzini in Afghanistan

Avvenire
Oltre 9.000 i feriti in episodi di violenza. Il segretario generale Antonio Guterres ha condannato "l'allarmante livello di gravi violazioni commesse da tutte le parti"
Sbarco di famiglie afghane nelle isole greche
Il deterioramento della sicurezza in Afghanistan negli ultimi quattro anni ha portato a oltre 14.000 "gravi violazioni" contro i bambini, tra cui circa 3.500 giovani uccisi e oltre 9.000 feriti: lo rivela un rapporto dell'Onu diffuso ieri sera.

Il segretario generale Antonio Guterres ha condannato "l'allarmante livello di gravi violazioni commesse da tutte le parti e il fatto che i bambini continuino a sopportare il peso del conflitto armato". 

Gravemente preoccupante, afferma Guterres, è che i quasi 12.600 bambini uccisi o feriti nel 2015-2018 rappresentano quasi un terzo di tutte le vittime civili. C'è stato "un aumento dell'incidenza dell'82% delle vittime minorili rispetto a precedenti quattro anni".

domenica 8 settembre 2019

Le domande che non ci facciamo: "Perché i migranti scappano da casa loro" - Nigeria, Mali, Sudan, Afghanistan, Somalia, Eritrea, Gambia, Tunisia.

Il Sole 24 Ore
La povertà in Nigeria, il terrorismo in Mali, le guerre che lacerano il paese nel Sudan. E ancora, i migranti «invisibili» dalla Tunisia e la repressione in Afghatnisan. Dietro alla fuga di milioni di cittadini ci sono motivi che ignoriamo. O non riusciamo ancora a capire.



Veniva dal Mali, aveva 14 anni e la speranza, sotto forma di una pagella scolastica, cucita nella giacca. Veniva dal Mali ed è morto nel Mediterraneo il 18 aprile 2015. A raccontare la storia di questo piccolo naufrago è stata Cristina Cattaneo, medico legale che negli ultimi anni si è occupata di riconoscere i corpi dei migranti annegati in mare.


Ci sono domande che ci facciamo poco. Ad esempio perchè quel ragazzino venisse dal Mali. Perché sui barconi che arrivano (sempre meno per la verità) non ci siano mai ragazzini (o uomini o donne) della Namibia, del Rwanda, del Botswana o anche della poverissima Sierra Leone. Ma ci sono spesso cittadini del Sudan, della Nigeria, dell'Eritrea, del Mali. Se ci facessimo queste domande scopriremmo che dai paesi in cui convivono pacificamente gruppi etnici e religiosi diversi (come in Sierra Leone) dove c'è un'economia vivace e governi stabili e poco corrotti (come in Bostwana) e nessuna crisi idrica o ambientale (come in Rwanda) nessuno vuole andarsene.

Le mille contraddizioni della Nigeria
Se c'è un paese da cui cominciare per indagare i contesti di partenza dei migranti questo è certamente la Nigeria. Con i suoi190 milioni di abitanti è il paese più popoloso del continente africano e il settimo nel mondo. È un paese giovanissimo: il 40% della popolazione ha meno di 14 anni e, con un tasso di crescita del 2,6% annuo, dovrebbe raggiungere entro il 2050 i 250 milioni di abitanti, poco meno della metà degli abitanti del continente europeo. Sul piano economico la Nigeria è un paese di forti contraddizioni. È povero e allo stesso tempo in crescita economica, seppur con alti e bassi, garantita soprattutto dalla presenza di giacimenti di petrolio. Dalla Nigeria sono arrivate 36 mila persone nel 2016 e 18 mila nel 2017. I nigeriani sono la nazionalità di sub-sahariani più numerosa in Italia (i residenti erano 93.915 al 1 gennaio 2017).

Perché i nigeriani emigrano? Il primo profilo di migranti nigeriani è composto da giovani delle zone rurali con scarsa formazione e poca possibilità di impiego. Il secondo profilo è costituito da ragazzi, spesso minori, che si trovano in gravi situazioni familiari e pensano che l'Europa sia il solo orizzonte di sopravvivenza possibile. Il terzo profilo è quello composto dagli abitanti delle regioni del delta del fiume Niger. Si tratta di regioni ricchissime in petrolio, ma la cui estrazione ha conseguenze devastanti per l'ecosistema e per le popolazioni che vivono principalmente di agricoltura e pesca. In questo caso parliamo di rifugiati ambientali, costretti all'esilio a causa della devastazione subita dal territorio in cui risiedevano. La pratica delle espropriazioni forzate da parte delle compagnie petrolifere in accordo con lo Stato aumenta la povertà e l'emarginazione sociale.

Il quarto profilo è composto da ragazze giovani, a volte minorenni, destinate alla tratta per la prostituzione. Molte delle storie di queste ragazze sono simili. Desiderose di raggiungere l'Europa con la speranza di una vita migliore, fanno affidamento a dei passeur con la promessa di un lavoro come colf o come cameriera. Contraggono un debito dai 30 ai 50 mila euro che dovrebbero teoricamente pagare con una parte dei soldi guadagnati con il lavoro promesso e una volta portate in Italia sono costrette a prostituirsi. Se si rifiutano mettono in pericolo la famiglia rimasta in Nigeria, che rischia di subire minacce da parte dei membri della mafia nigeriana, molto attiva in questa vera e propria tratta di esseri umani. Il quinto profilo è quello di coloro che scappano da Boko Haram, un gruppo terroristico jihadista attivo dal 2002 ma le cui azioni violente sono aumentate negli ultimi cinque anni, cioè da quando l'attuale leader Abubakar Shekau ha preso le redini del gruppo, sconfinando anche nei paesi vicini come Camerun, Niger e Ciad. Tra il 2009 e il 2017 le azioni terroristiche di Boko Haram hanno causato 51 mila morti di cui 32 mila civili e 2,5 milioni di sfollati.

Somalia, Eritrea, Gambia, in fuga da dittatura e fanatismo
In cima alla lista dei paesi africani da cui i migranti provengono c'è stata per anni anche la Somalia. Prima il regime di Siad Barre, poi la guerra civile, infine l'estremismo che è passato dalle Corti islamiche agli Al Shabaab, hanno fatto si che una grande fetta della classe media del paese sia fuggita all'estero. La diaspora somala è tra le più nutrite al mondo. Poichè la Somalia è un'ex colonia italiana per molti somali è parso naturale venire in Italia. A proposito di ex colonie per anni in Italia sono arrivati anche molti cittadini eritrei. Sono stati loro, fra il 2015 e il 2018, ad affollare i barconi.

Scappano da un dittatore, Isaias Afewerki, al potere da quasi vent'anni, che obbliga i suoi cittadini ad un servizio militare a vita, che ha soppresso la libertà di stampa e di pensiero. Non tanto diversa è stata fino a due anni fa la situazione del Gambia dove Yahya Jammeh ha governato per 22 anni dopo essere arrivato al potere con un colpo di Stato e aver represso ogni dissenso con veri e propri squadroni della morte. Per questo il Gambia, il più piccolo paese africano con solo due milioni di abitanti, è stato negli anni scorsi in testa nelle classifiche dei paesi di provenienza dei richiedenti asilo in Europa.

Repubblica Centrafricana e Sudan, quando la guerra spacca a metà il paese
Ci sono paesi poi, come la Repubblica Centrafricana, che continuano a essere dilaniati da una guerra civile che sembra non voler finire mai. Ex colonia francese, da sempre uno dei territori più poveri del pianeta, dal 2012 la repubblica Centrafricana è di nuovo in preda all'ennesima guerra civile tra la coalizione di governo cristiana anti-balaka e le forze ribelli a maggioranza musulmana Sèlèka. Lo stupro è usato come arma di guerra, i massacri sono all'ordine del giorno e la gente continua a scappare. In questo paese un bambino su 24 muore nel primo mese di vita, due terzi della popolazione è senza accesso ad acqua potabile e la metà è in stato di insicurezza alimentare. Nel primo semestre 2018gli sfollati erano 1,2 milione. Tutti numeri che diventano in fretta migranti.

Un altro paese africano di cui ci interessiamo poco, ma la cui situazione ci dovrebbe invece essere cara perché molti giovani africani arrivano in Italia da quell'area è il Sudan. Nel 2018 un migrante su tre di quelli che sono sbarcati sulle nostre coste proviene da questa terra. Nord e sud Sudan sono arrivati a uno scontro durato oltre vent'anni dal 1983 al 2005 che ha causato più di due milioni di morti e quattro milioni di dispersi. Alla fine il Sud Sudan è diventato un paese indipendente nel 2011. Ma nonostante questo per entrambi i paesi non c'è pace e di conseguenza molti abitanti del Sudan e del Sud Sudan emigrano.


Il Mali è il nono paese di provenienza (Viminale, dati immigrazione 2018) dei migranti provenienti in Italia. La povertà, l'instabilità politica, la diffusione del terrorismo islamico e le crisi ambientali sono le cause di migrazione. Nel nord del paese tra il 2013 ed il 2014 le forze fedeli ad Al Qaeda nel Sahel hanno costituito un piccolo emirato durato pochi mesi, ma che ancora oggi non manca di mostrare profonde cicatrici soprattutto per ciò che concerne la stabilità e la sicurezza. Come se non bastasse il Mali è uno dei paesi più poveri al mondo. Occupa il quintultimo posto nella classifica mondiale dello sviluppo umano stilata dalle Nazioni Unite, e la maggior parte della popolazione - il 77% - vive con meno di due dollari al giorno.

Il “colpo di grazia” della crisi ambientale
Diverse crisi ambientali hanno aggravato ancora di più le condizioni del territorio che per il 35% è di natura desertica. Nel 2011, una crisi alimentare ha causato nuove migrazioni che si sono orientate così, verso il Mediterraneo. Il collasso della Libia di Gheddafi, è stato un altro motivo che ha spinto i maliani verso l'Europa. Forse anche il quattordicenne con la pagella nella giacca, chissà. Situazione simile in Ciad, ex colonia francese, paese molto povero dove è in corso una crisi umanitaria senza precedenti che porta a migrazioni infinite. La malnutrizione acuta, endemica nella regione, colpisce non solo le province rurali della fascia del Sahel ma ora è cronica e ha raggiunto proporzioni allarmanti tra i bambini sotto i cinque anni a N'Djamena, capitale del Ciad, città di circa 1,5 milioni di abitanti.

Bisogna anche dire che la nazionalità africana che arriva di più in Italia oggi è quella dei tunisini, per lo più con sbarchi fantasma. Dei 4.953 migranti arrivati nel 2019 la maggior parte sono tunisini. Secondo Flavio Di Giacomo dell'Oim, la ripresa dell'emigrazione tunisina è dovuta principalmente al peggioramento della situazione economica nel paese nordafricano. Il tasso di disoccupazione nazionale in Tunisia è al 15%, e arriva addirittura al 25% nelle aree rurali del Paese. Quella giovanile è al 40% e quella dei laureati è al 31%. La povertà e la fame rimangono opprimenti in molte aree del territorio e migliaia di persone non hanno mai smesso di protestare nelle piazze, sfociando talvolta anche in manifestazioni violente. A fuggire dalla Tunisia è quindi un'intera generazione frustrata e senza prospettive. Malgrado l'incremento di arrivi, sono poche le richieste di asilo concesse ai tunisini giunti nel nostro Paese proprio data la loro natura di migranti economici. Con la Tunisia è inoltre in vigore un accordo di rimpatrio per i migranti che arrivano in Italia. E così si infrange per i tunisini il sogno italiano.

martedì 3 settembre 2019

Afghanistan, Kabul: 16 morti e più di 100 feriti in attentato rivendicato da talebani

La Repubblica
L'attacco è avvenuto quando la televisione afghana ha trasmesso un'intervista all'inviato Usa Khalilzad in cui parlava di un possibile accordo di pace con poprio con i talebani.

È di 16 morti e più di cento feriti il primo bilancio dell'attentato con autobomba compiuto dai talebani al Green Village, nella parte oriente della capitale afghana Kabul. Lo ha riferito il portavoce del ministero dell'Interno, Nasrat Rahimi. Il bilancio potrebbe aggravarsi.


Un attentato suicida rivendicato dai talebani, che ha ucciso almeno cinque persone, ha scosso Kabul nella tarda serata, poco dopo un incontro tra il presidente Ashraf Ghani e l'inviato americano Zalmay Khalilzad dedicato al progetto dell'accordo di pace con i ribelli afgani.

L'attacco è avvenuto quando la televisione afghana ha trasmesso un'intervista a Zalmay Khalilzad, in cui ha parlato di un possibile accordo di pace con i talebani. L'esplosione, che è stata seguita da spari e dall'esplosione di una stazione di servizio piena di fuoco, è avvenuta vicino al vasto complesso del Green Village, che ospita agenzie di soccorso e organizzazioni internazionali.

"Finora sono stati evacuati cinque corpi e 50 feriti tutti civili", ha detto il portavoce del ministero degli Interni Nasrat Rahimi. Le immagini sui social network hanno mostrato una fitta colonna di fumo che si alzava nel cielo della capitale afgana. I talebani hanno rivendicato la responsabilità dell'attacco, guidato dal loro portavoce Zabihullah Mujahid da un attentatore suicida e un commando.

venerdì 30 agosto 2019

Afghanistan, la comunità dei difensori dei diritti umani è sotto attacco

Amnesty International
Amnesty International ha denunciato oggi che la comunità dei difensori dei diritti umani dell’Afghanistan è sotto un crescente attacco da parte delle autorità e dei gruppi armati.
Ogni anno viene superato il numero di vittime civili di quello precedente e il mese di luglio è stato il più violento da oltre due anni a questa parte. In questo contesto, l’azione dei difensori dei diritti umani viene ampiamente ignorata dal governo afgano e dalla comunità internazionale.

Nel suo rapporto “Difensori indifesi: gli attacchi contro la comunità dei diritti umani in Afghanistan“, Amnesty International denuncia che il governo ha ripetutamente mancato di indagare sugli attacchi contro i difensori dei diritti umani, a volte accusandoli addirittura di aver fatto false denunce o suggerendo loro di armarsi per difendersi autonomamente.

“Quello attuale è uno dei periodi più pericolosi per i difensori dei diritti umani in Afghanistan. Non solo operano in un ambiente tra i più estremi ma devono anche fronteggiare minacce da parte sia del governo che dei gruppi armati“, ha dichiarato Omar Waraich, vicedirettore di Amnesty International per l’Asia meridionale.

“La comunità internazionale ha un ruolo importante da giocare. Se da un lato ha sempre riconosciuto il coraggio dei difensori dei diritti umani afgani, dall’altro non ha valorizzato i risultati che hanno raggiunto e non li ha sostenuti concretamente in momenti via via sempre più difficili“, ha commentato Waraich.

Nel suo rapporto, Amnesty International denuncia casi di difensori dei diritti umani minacciati, intimiditi, feriti e uccisi in attacchi su cui le autorità afgane non hanno svolto indagini né avviato procedimenti giudiziari.

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giovedì 28 febbraio 2019

Afghanistan, quasi 11000 vittime civili nel 2018 e l'Europa continua ad organizzare rimpatri forzati nel “paese sicuro”

Corriere della Sera
Il rapporto annuale “Protezione dei civili nei conflitti armati” pubblicato due giorni fa dalla Missione Onu di assistenza in Afghanistan può essere riassunto in un terrificante numero a cinque cifre.
Nel 2018 le vittime civili sono state 10.993: 3804 morti e 7189 feriti.


Dei 3804 morti, 927 erano minorenni, molti dei quali in tenera età: un dato senza precedenti da quando l’Unama pubblica i suoi rapporti sulle vittime civili in Afghanistan.

L’aumento del numero delle vittime civili è dipeso in larga parte dagli attacchi dei gruppi armati anti-governativi, come i Talebani e lo Stato islamico della provincia del Khorasan. Ma non solo: il 2018 è stato l’anno record delle vittime causate tanto da attentati suicidi quanto da attacchi aerei.

Dati scioccanti, cui dobbiamo aggiungere l’amara considerazione che i feriti e le famiglie degli uccisi raramente otterranno giustizia.

Eppure, come abbiamo più volte denunciato in questo blog, l’Europa continua a organizzare i rimpatri forzati degli afgani.

Alla parola “vergogna”, c’è poco altro da aggiungere.

Riccardo Noury

giovedì 31 gennaio 2019

Afghanistan - Con il ritiro di Usa e Italia a rischio e senza futuro le 500 bambine della scuola Cutuli

Corriere della Sera
A Kush Rod, vicino a Herat. dove si trova l’istituto intitolato all’inviata del Corriere, si preparano a una nuova guerra civile con i talebani: «Ora la loro vita è a rischio».


E ora? Ora che le truppe italiane sono pronte ad andarsene dall’Afghanistan, ora che l’America di Trump sembra aver raggiunto un accordo per permettere ai talebani di tornare al governo del Paese, ora cosa succederà alle 500 bambine che studiano nella bella scuole blu di Kush Rod intitolata alla giornalista del Corriere Maria Grazia Cutuli? Cosa succederà a loro? E cosa succederà a tutte le altre (e gli altri) che in 18 anni si sono opposti al terrorismo talebano, li hanno sfidati e hanno studiato altro oltre al Corano, hanno insegnato altro oltre ad alcuni precetti religiosi e hanno mandato a scuola le figlie oltre ai figli?
A Kush Rod, distretto di Injil, a 15 chilometri da Herat, si preparano a una nuova guerra civile. «Nessuno combatterà solo perché le figlie vadano in classe, ma temo che saremo costretti a farlo per difendere la loro vita e quella di tutta la famiglia» sostiene uno degli «anziani» del villaggio, Haji Khan Badrawi raggiunto al telefono dal Corriere. 

«Se i talebani potranno tornare in città con il permesso degli americani e non del governo afghano o dei comandanti locali, scatteranno le vendette, le ruberie, le violenze. Non si combatte per 23 anni per poi dividersi sorridenti i posti in municipio, alla dogana, nell’esercito, nella compagnia dei telefonini, ovunque si facciano affari».

domenica 21 ottobre 2018

Sangue sul voto in Afghanistan, 50 morti e oltre cento feriti

Corriere della Sera
Nella capitale Kabul un attacco kamikaze al seggio ha fatto 15 morti. Alle urne 8,8 milioni di afghani per eleggere il nuovo Parlamento. Sono complessivamente quasi 50 i morti e oltre cento i feriti nel bilancio parziale di diversi attentati che hanno insanguinato le elezioni in Afghanistan. 


È salito a 15 il numero dei morti in un attacco suicida a un seggio elettorale di Kabul. Sessanta i feriti, secondo il portavoce del ministero dell'Interno. Emergency riferisce invece di esplosioni e attentati ai seggi che hanno causato decine di feriti in tutta la città. Quarantotto sono arrivati in mattinata all'ospedale di Emergency a Kabul: 14 sono stati trattati in pronto soccorso, 33 sono stati ricoverati, uno è arrivato morto, un bambino di 10 anni.

"Kabul vive l'ennesima giornata di violenza, ma questa non è più una notizia. Nel corso dei primi 7 mesi del 2018 abbiamo registrato il 17% di feriti in più rispetto allo stesso periodo del 2017. Ma i feriti stanno arrivando anche dalle province vicine. Adesso ne stiamo aspettando 8 dal nostro Posto di pronto soccorso di Tagab", dice Dejan Panic, coordinatore del Programma di Emergency in Afghanistan. "L'ospedale è pieno, abbiamo dovuto riferire ad altri ospedali i pazienti arrivati oggi con fratture chiuse e aggiungere dei letti perché anche ieri erano arrivati 22 feriti".

I talebani hanno preso di mira i seggi elettorali con colpi di mortaio a Nangarhar, Kudduz, Ghor, Kunar e altre provincie. Funzionari della provincia orientale di Nangarhar hanno affermato che nelle violenze sono state uccise almeno 20 persone. Decine i feriti. Nella provincia settentrionale di Kunduz, in seguito all'attacco dei talebani, sono stati uccise almeno cinque persone. Sono state segnalate violenze infine a Badakhshan, Balkh e in qualche altra provincia, ma non sono stati riportati dettagli confermati su eventuali vittime.

La Commissione elettorale indipendente afferma che 8,8 milioni di afghani sono registrati al voto. Wasima Badghisy, membro della commissione, ha definito gli elettori "molto, molto coraggiosi" e afferma che già un'affluenza di 5 milioni sarebbe un successo. Alla vigilia delle elezioni due candidati sono stati uccisi mentre il voto a Kandahar è stato rimandato di una settimana dopo che una guardia ha ucciso il potente capo della polizia provinciale. Il portavoce della commissione, Aziz Ismaili, dice che non saranno pubblicati risultati prima di metà novembre e che i risultati finali non saranno disponibili prima di dicembre.

Le elezioni sono viste come un indicatore importante in vista delle presidenziali del prossimo aprile e sono un passaggio cruciale a poche settimane dal summit Onu che si terrà a Ginevra a novembre dove verrà chiesto a Kabul di mostrare i progressi fatti nel processo democratico. L'apertura dei seggi è stata posticipata per permettere a tutti di votare. I candidati sono oltre 2.565 di cui 2.148 uomini e 417 donne. Si vota per 102 seggi nella Camera alta, la Mesherano Jirga e per 250 nella Camera bassa, la Wolesi Jirga.

venerdì 21 settembre 2018

“Sembra mio figlio” - “Un film per spiegare la sofferenza del mio popolo perseguitato da decenni: gli Hazara”

Amnesty.it
“Mohammad Jan Azad ha avuto il coraggio di raccontare la sua storia in modo che diventasse un film, così io e Basir Ahang abbiamo trovato il nostro di coraggio per partecipare, per affrontare questo film che ci faceva ricordare il nostro passato, il nostro viaggio, soprattutto il nostro dolore“.
Sono le parole di Dawood Yousefi che ci parla del film “Sembra mio figlio“, di Costanza Quatriglio, che ha avuto il patrocinio di Amnesty International e che sarà nelle sale italiane dal 20 settembre.

Il film racconta la storia di due fratelli (Basir Ahang e Dawood Yousefi), appartenenti alla minoranza Hazara, scampati da bambini alle persecuzioni in Afghanistan, rifugiati in Italia, e della loro ricerca della famiglia perduta e della madre, un ritorno verso Oriente che segnerà il destino di entrambi.

Come sei arrivato al film?
Sono stato contattato per la prima volta nel 2016, da Basir Ahang, colui che oggi è l’altro protagonista del film.
A luglio abbiamo fatto molti provini e i primi giorni di settembre mi hanno selezionato.

Cosa hai pensato quando hai letto la storia?
C’è una regista che ha deciso di portare avanti un progetto, di raccontare il genocidio del popolo Hazara e cosa ha spinto queste persone a lasciare l’Afghanistan.
Costanza Quatriglio è stata forse la prima persona a raccontare la storia vera di Mohammad Jan Azad, a farlo in un film, sia a livello europeo che mondiale.
Il film racconta il dramma che vive il popolo Hazara in Afghanistan, ma soprattutto in Pakistan. Un popolo pacifico che ha cercato sempre nella storia di usare il cervello, il dialogo piuttosto che l’uso delle armi.
Purtroppo è finito per essere sempre vittima, prima da parte dei talebani, poi da parte dell’Isis.


Da quanto va avanti questa persecuzione?
Questa situazione ha avuto inizio più di cento anni fa con il re dell’Afghanistan che ha cominciato a uccidere più del 60 per cento del popolo Hazara.
È li che ha avuto inizio il genocidio, da allora ogni governo ha calpestato i diritti fondamentali del popolo Hazara, come quello all’abitazione. Anche tanti genocidi sono stati compiuti durante le guerre civili, e dalla nascita dei talebani il massacro in qualche modo è andato avanti.
L’Is, presente in Afghanistan da oltre tre anni, ha avuto un ruolo molto importante: per loro uccidere o far sparire il popolo Hazara è una vera e propria missione.
Non lo considerano un popolo dell’Afghanistan. E uno dei pochi popoli a maggioranza sciita. Gli attacchi vanno avanti a Kabul, centinaia, e i grandi media non hanno raccontato bene quanto accaduto. Gli attacchi non avvengono in un campo di guerra, succedono nelle scuole, per strada, nei mercati, nelle moschee, nelle palestre, durante le manifestazioni pacifiche organizzate dal popolo Hazara.
Anche solo viaggiando, le persone vengono fermate per strada. Ricordo che gli Hazara come me hanno tratti facilmente riconoscibili.


Sei venuto in Italia diversi anni fa, cosa si prova a recitare una storia che in parte hai vissuto?
La storia di “Sembra mio figlio”, in cui viene narrata la vicenda di Mohammad Jan Azad, somiglia molto alla mia storia e a quella di Basir Ahang, e alle storie di tanti ragazzi che hanno deciso di uscire dal paese alla ricerca di una vita, per non uccidere e non essere uccisi a 13, 14 anni in un paese come l’Afghanistan.
Il nostro popolo ha sempre cercato di studiare, la maggior parte dei laureati sono Hazara, nonostante le difficoltà e la povertà. Ma arriva il momento in cui decidi di lasciare tutto: la terra, i genitori, per non morire, per non essere ucciso in un modo brutale.
Quello che succede in Afghanistan oggi non è una guerra faccia a faccia.

Anche tu hai dovuto lasciare tutto..
Mentre studiavo e lavoravo, davo una mano alla Croce Rossa Internazionale. Andavo a soccorrere le vittime subito dopo gli attentati. Poi è arrivato il momento in cui quello che facevo dava fastidio. Troppo fastidio.

Ho ricevuto minacce e ho visto morire compagni di scuola, così ho deciso di lasciare tutto.
Cosa hai provato mentre recitavi il film?
All’inizio non è stato facile ma siamo rimasti forti, insieme, sia io che Basir capivamo che era un sogno che poteva diventare realtà. Ossia che finalmente esisteva un film che racconta il genocidio del popolo Hazara.
Si parla ancora troppo poco del popolo Hazara.
Le organizzazioni internazionali ancora non riconoscono questo come un genocidio.
Non è stato facile. Costanza Quatriglio e gli altri sono stati i primi a girare un film in Iran (dove si sono girate le scene), dopo 50 anni. Ci sono stati problemi anche per le autorizzazioni.
Gli Hazara sono il primo popolo a livello mondiale rifugiato di richiedenti asilo provenienti dall’Afghanistan, oltre 1 milione in Iran, in Pakistan altri milioni.


Quando è stata la prima volta che lo hai visto e cosa hai sentito dentro di te?
La prima volta ho visto il film a Festival di Locarno. È stato bello perché ho visto concretizzarsi i 4 mesi di lavoro. È stato emozionante perché ho avuto la certezza che il progetto era andato a buon fine.

lunedì 20 agosto 2018

Afghanistan. I talebani annunciano rilascio di centinaia di detenuti

Ansa
I talebani hanno annunciato la liberazione di centinaia di detenuti "governativi" dalle loro carceri, alcune ore dopo l'offerta del presidente afghano Ashraf Ghani di una tregua consensuale a partire da domani, alla quale i ribelli non hanno tuttavia ancora risposto. 

"Centinaia di prigionieri sono stati identificati dalla Commissione per i detenuti per essere liberati e la preparazione del loro rilascio è in corso. I prigionieri liberati saranno riconsegnati domani ai loro cari, così che potranno essere riuniti alle loro famiglie per l'Eid el Adha (festa islamica che comincia martedì prossimo)", si legge in un comunicato dei talebani.

Fonti del governo di Kabul riferiscono all'Ansa che l'annuncio del rilascio dei prigionieri sarebbe una sorta di luce verde dei ribelli al nuovo cessate il fuoco, anche se non c'è ancora un annuncio ufficiale. 

Lo scorso giugno, in occasione di un'altra festa islamica, i talebani accettarono una tregua, la prima dopo 15 anni, finita con il rifiuto dei ribelli di estenderla per altri tre giorni. Subito dopo cominciarono violenti combattimenti.

giovedì 16 agosto 2018

Afghanistan, bomba contro una scuola a Kabul: strage di studenti. Per alcuni paesi europei è considerato un paese sicuro.

TPI
Almeno 48 morti e 67 feriti nell'esplosione in un quartiere sciita. Poche ore prima 40 militari erano stati uccisi dai Taliban nella provincia di Baghlan.


Almeno 48 persone sono state uccise e altre 67 sono rimaste ferite nell’esplosione di una bomba in un centro educativo privato nella zona ovest di Kabul, in Afghanistan.
Le vittime sono in gran parte studenti che si preparavano per gli esami di ammissione all’università. L’esplosione è avvenuta nel primo pomeriggio di mercoledì 15 agosto 2018 in un quartiere a maggioranza sciita. I Taliban hanno negato qualsiasi coinvolgimento.

“La natura dell’esplosione non è ancora nota”, ha dichiarato Hashmat Stanikzai, portavoce della polizia.

Poche ore prima, in un altro attentato nella provincia di Baghlan, sono morti almeno 40 tra militari e poliziotti. In questo caso i Taliban hanno rivendicato l’azione, che ha preso di mira un avamposto militare nella provincia settentrionale.

È stato Zabihullah Mujahid, portavoce del gruppo fondamentalista a rivendicare l’attacco: 9 i poliziotti, 35 i militari uccisi.

Non ci sono stati commenti immediati dal ministero della Difesa afghano.

Si tratta dell’ennesimo attentato compiuto dai Taliban nelle ultime settimane.

Almeno cento membri delle forze di sicurezza afghane sono stati uccisi negli scontri con i Taliban avvenuti giovedì 9 agosto per il controllo della città orientale di Ghazni.

Oltre ai cento militari, anche tra i venti e i trenta civili hanno perso la vita, mentre tra i Taliban hanno perso la vita 194 combattenti.

Nella giornata di lunedì 13 agosto sono stati effettuati nove raid aerei. Nella città lo scontro a fuoco continua ma è difficile dare notizie certe sull’avanzare dei due schieramenti.

L’attacco a Ghazni, che si trova a meno di 200 chilometri a sud di Kabul, è iniziato lo scorso giovedì: la città era stata colpita durante la notte e, nelle fasi iniziali degli scontri, i Taliban avevano annunciato di essere riusciti a prenderne il controllo. Il portavoce degli insorti, Zabihullah Mujahid, aveva dichiarato in un comunicato che “centinaia di mujaheddin equipaggiati con armi pesanti hanno sequestrato posti di blocco e stazioni di polizia nella città”.

Niccolò Magnani

mercoledì 4 aprile 2018

Usa, asilo negato a Shakila Zareen, afgana sfregiata dal marito Taliban

La Repubblica
La giovane Shakila Zareen ha perso metà del viso per un colpo di pistola. Solo il Canada le ha aperto le porte. La sua vicenda come quella della ragazza che Time mise in copertina nell'agosto 2010.

Shakila Zareen prima che il marito le sparasse al volto 
Nell'agosto 2010 Time magazine decise di mettere in copertina l'immagine di Bibi Aisha, una ragazza afgana dell'Oruzgan a cui era stato tagliato il naso. "Che cosa succede se lasciamo l'Afghanistan", diceva il titolo, lasciando intendere con una certa spregiudicatezza che la mutilazione era da attribuire ai Taliban. In realtà a devastare il volto della diciottenne era stato il marito, che l'aveva presa in moglie quando lei aveva 12 anni e che non era nuovo a gesti di violenza. Il taglio del naso e delle orecchie era la conseguenza di un tentativo di fuga della giovane. Ma in fondo, sembrava suggerire il settimanale americano, perché sottilizzare? Anche il marito era un integralista, o magari era lo stesso gesto a qualificarlo come tale.

Aisha ha ripreso a vivere in Maryland, con un naso ricostruito dai chirurghi e tanto coraggio. In un certo senso, nella tragedia ha avuto fortuna: se la sua disgrazia fosse successa durante la presidenza Trump, si sarebbe vista negare ogni possibilità di asilo. E' quello che è accaduto a Shakila Zareen, 23enne afgana di Baghlan, a cui il marito ha sparato in pieno viso, portandole via un occhio, una guancia, metà della mandibola. Ricoverata a Kabul, operata diverse volte a New Delhi, la giovane era stata definita "rifugiata" dalle Nazioni Unite e il governo americano aveva dato un "via libera" iniziale alla sua richiesta di asilo.

Nel giugno scorso, però, il Servizio cittadinanza e immigrazione degli Stati Uniti ha fatto sapere che Shakila non aveva ottenuto l'asilo "per motivi discrezionali legati a problemi di sicurezza". In altre parole, il "no" non deve essere giustificato, per cui non è nemmeno chiaro se il diniego sia effettivamente legato alle norme introdotte dalla nuova amministrazione.

Ai tempi dell'invasione dell'Afghanistan, nel 2001, da parte di Usa e alleati, i diritti delle donne erano una delle preoccupazioni fondamentali, un argomento incontestabile per giustificare l'intervento militare. Hillary Clinton ne aveva fatto una bandiera, ma l'idea di uno stravolgimento culturale brusco, senza mediazioni, aveva irritato la stessa popolazione, donne comprese. Le organizzazioni legate all'avanzamento della condizione femminile erano arrivate a essere più numerose di tutte le altre messe insieme.

Oggi, però, oltre sedici anni dopo l'intervento occidentale, gran parte delle Ong ha dovuto levare le tende per motivi di sicurezza, i Taliban sono di nuovo all'offensiva e controllano una grossa fetta del Paese. E le ragazze che hanno avuto il coraggio di sfidare gli integralisti per andare a scuola, adesso rischiano di essere sfregiate con l'acido.

E' baldanzoso anche il marito di Shakila, il quale ha fatto sapere, attraverso i familiari, di non essere ancora soddisfatto. E' anche lui un fondamentalista, amico di capi Taliban, e la ribellione della moglie lo ha irritato, al punto che continua a minacciare i suoi parenti rimasti in Afghanistan. La ragazza è terrorizzata all'idea di ritrovarselo davanti un giorno, anche nella sua casa di oggi, in Canada. Quanto agli Usa, il britannico Guardian suggerisce un'ipotesi grottesca ma non improbabile sul "no" all'accoglimento della richiesta d'asilo. Dopo tutto, Shakila è la moglie di un Taliban.

Giampaolo Cadalanu

venerdì 9 marzo 2018

Due giorni per fermare l’espulsione di Taibeh Abbasi, la 18enne afgana che ha commosso la Norvegia

Amnesty International
Taibeh Abbasi è una studentessa di 18 anni.
Rischia di essere rimpatriata l’11 marzo in Afghanistan, un paese dove non è mai stata.

Taibeh e la sua famiglia hanno ottenuto lo status di rifugiati in Norvegia nel settembre 2012. Tuttavia, il 25 marzo 2014 il direttore dell’immigrazione glielo ha revocato, affermando non ci fossero prove sufficienti di un fondato timore di persecuzione in Afghanistan e che Kabul fosse un luogo sicuro per il rimpatrio.
“A Kabul non c’è futuro per me e per i miei fratelli, se non quello di essere una minoranza discriminata – ha dichiarato Taibeh –. In quanto ragazza, sarei particolarmente esposta. I miei sogni di educazione e carriera sarebbero infranti“.

Chiedi insieme a noi al Governo norvegese di: fermare immediatamente l’ordine di rimpatrio di Taibeh Abbasi e della sua famiglia in Afghanistan interrompere temporaneamente i rimpatri in Afghanistan fino a che non possano avvenire in sicurezza e dignità.

Qui l’appello lanciato da Amnesty International per chiedere alla prima ministra Erna Solberg di annullare il provvedimento di espulsione.