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martedì 15 dicembre 2020

Egitto. Rapporto "Committee for Justice": Quei "mille Regeni" spariti nelle carceri di Al Sisi. 100 vittime nel 2020

La Stampa
Il rapporto di Committee for Justice inchioda il regime. Torture, maltrattamenti e negazioni dei diritti basilari hanno provocato 1.058 vittime. E nessuno ha mai pagato.


Ci sono 1.058 Regeni nell'Egitto di Abdel Fatah al-Sisi. Sono le persone morte nelle carceri per torture, maltrattamenti, cure mediche negate, a partire dal 2013, quando l'ex capo delle Forze armate ha spodestato il presidente islamista Mohammed Morsi e ha preso il potere. 

Un bilancio sinistro, che ha visto una nuova accelerazione nel 2020, con cento vittime. Sono numeri che aprono una finestra sul sistema di repressione messo in campo per schiacciare l'opposizione dei Fratelli musulmani e l'insorgenza jihadista ma che ha finito per coinvolgere tutta la società, l'opposizione laica, sindacalisti, giornalisti, i ricercatori come Giulio. Il bilancio è stato stilato dalla ong americana Committee for Justice, Cfj, con sede a Washington.

Il rapporto del Cfj è in intitolato "The Giulio Regenis of Egypt", in ricordo del giovane italiano trovato morto il 3 febbraio del 2016 al Cairo, con il corpo martoriato dalle sevizie. Ma per il direttore esecutivo del Cfj Ahmed Mefreh, Regeni "non è l'unica vittima della autorità egiziane, dopo di lui sono venuti un cittadino francese, Eric Lange, l'americano James Henry Lawne, e altri che sono stati uccisi a sangue freddo, senza che i loro assassini e i loro torturatori abbiamo mai dovuto pagare, nel bel mezzo di un silenzio internazionale sospetto, mentre occorre far pressione per far sì che vengano investigate le morti di stranieri ed egiziani nei centri di detenzione"

È un lungo elenco che i ricercatori del Cfj hanno cercato di ricostruire nella maniera più dettagliata possibile.

La maggior parte delle 1.058 persone decedute in 7 anni hanno trovato la morte nei commissariati e nei centri comando delle forze di sicurezza, i posti più pericoloso in assoluto, con 584 vittime in totale

Seguono le prigioni con il 34 per cento dei casi, vale a dire 359. Poi i veicoli per il trasporto di arrestati e detenuti, dove sono morte 43 persone, e ancora i campi gestiti dalla Sicurezza centrale, 20 casi, e infine i tribunali, 16 decessi, compreso quello dello stesso Morsi, stroncato da un infarto per le mancate cure. Il diniego di un'assistenza medica adeguata è la causa di ben 761 morti su 1.058. Al secondo posto c'è la tortura, 144 vittime. Infine le cattive condizioni di detenzione, come quelle denunciate ieri da Patrick Zaki, sono responsabili di 29 decessi. Sono tutte violazioni dei diritti umani, anche se la più grave è la tortura.

La prima fase dell'era Al Sisi, i sei mesi seguiti al colpo di Stato del luglio 2013, è stata la più brutale. Delle 85 morti in carceri e centri detenzioni in quel periodo ben 57 sono attribuite alla tortura. Il numero di morti ha avuto un picco nel 2015, con 217, poi è calato fino al 2019, quando se ne sono registrate 90, per risalire nel corso del 2020, a 100. La crescita è in parte dovuta all'epidemia di coronavirus, che ha ucciso almeno 17 detenuti. 

Per il Jfj questo è dovuto "all'abuso da parte del ministero dell'Interno delle norme di emergenza, mentre il ministero della Salute è negligente e le infermerie sono incapaci di curare i contagiati". L'area più pericolosa resta quella del Cairo, con 236 vittime. Poi Minya, 104, e Giza, 100. I tre governatorati assommano il 41 per cento di tutti i casi e ciò è dovuto al "proliferare di prigioni e all'alto numero di commissariati".

Giordano Stabile

venerdì 17 maggio 2019

Egitto. Al Sisi concede la grazia a 560 detenuti, tanti gli attivisti politici

Nova
Il presidente dell'Egitto, Abdel Fatah al Sisi, ha concesso la grazia a 560 detenuti, in buona parte attivisti politici finiti in carcere tra il 2013 e il 2017. Lo si apprende dalla Gazzetta ufficiale. Il detenuto più noto a essere rilasciato sarà il giornalista Abdel-Halim Qandil, ex direttore del quotidiano "Sawt al Omma".


La maggior parte dei prigionieri graziati erano stati condannati sulla base di una controversa legge sulla regolamentazione delle manifestazioni pubbliche e per altri reati correlati alla situazione politica.
 

Tra i detenuti che verranno rilasciati vi sono anche attivisti che sono stati processati dai tribunali militari, in particolare nell'Alto Egitto.

venerdì 22 febbraio 2019

In Egitto 9 esecuzioni capitali, 15 a febbraio. La «giustizia» di al-Sisi: processi di massa e confessioni sotto tortura.

Il Manifesto
La «giustizia» al tempo di al-Sisi. Processi di massa e confessioni estorte con la tortura. Vertiginoso aumento delle impiccagioni dal golpe del 2013. Le ultime eseguite a pochi giorni da attacchi jihadisti in Sinai, un osso per l'opinione pubblica



Sono stati impiccati il 20 mattina in una prigione del Cairo: i nove prigionieri uccisi ieri dal regime egiziano sono solo gli ultimi di una campagna di esecuzioni che ha raggiunto un nuovo apice nelle ultime settimane. 


A guardarne in foto i volti giovani e sorridenti, lo zainetto in spalla, Ahmed Wahdan, Abul Qassem Youssef, Ahmed Gamal Hegazy, Mahmoud al-Ahmady, Abu Bakr Abdel Megid, Abdel Rahman Soliman Kahwash, Ahmed al-Degwy, Ahmed Mahrous e Islam Mekkawy non sembrano affatto gli spietati esecutori di un omicidio.

Sono stati accusati, sulla base solo delle loro confessioni sotto tortura, di aver pianificato ed eseguito l’assassinio dell’ex procuratore generale Hisham Barakat, ucciso nel giugno 2015 da un’autobomba. Alle famiglie, dice il loro legale, è stato comunicato la notte precedente ma non è stato dato il permesso (un diritto sancito) di far loro visita: venite a prendervi i corpi in obitorio, il messaggio.

Dubbi sulla loro colpevolezza erano stati sollevati su Facebook dalla figlia dello stesso Barakat, Marwa, la notte prima delle impiccagioni: «Questi giovani non sono i killer di mio padre, moriranno ingiustamente». Un post poi sostituito da uno di tutt’altro tenore con il fratello di Marwa che si affrettava a parlare di un hacker infiltrato nel suo profilo Fb.

Qualunque sia l’opinione della famiglia dell’ex procuratore, restano i corpi dei nove giovani. Che si aggiungono a quelli dei sei giustiziati nelle ultime due settimane, denuncia il gruppo contro la pena di morte Reprieve: tre accusati dell’omicidio di un funzionario di polizia e tre per quello del figlio di un giudice, entrambi nel settembre 2013, un mese dopo il massacro di Rabaa (un migliaio di sostenitori del deposto presidente Morsi uccisi dalle forze armate egiziane).

Tutte e tre le ultime esecuzioni sono avvenute a pochi giorni da attacchi islamisti in Sinai contro l’esercito, a sancire quella che sembra un osso da lanciare all’opinione pubblica.

«Le esecuzioni sono salite alle stelle – dice la direttrice di Reprieve, Maya Foa – tra abusi diffusi, violazioni giudiziarie, torture, confessioni false e l’uso ripetuto di processi di massa». In sintesi il sistema giudiziario plasmato dall’ex generale al-Sisi dopo il golpe del luglio 2013. A condannare le ultime esecuzioni è stata Amnesty, il giorno prima, sperando di fermare il boia: «Giustiziare prigionieri o condannarli sulla base di confessioni estratte con la tortura non è giustizia», il commento di Najia Bounaim, direttrice di Ai per il Nord Africa.

Dal luglio 2013 le corti militari e civili egiziane hanno condannato a morte 1.451 persone, per lo più membri (o sospetti tali) dei Fratelli musulmani, alla fine di processi di massa che violano i principi standard di equità e spesso sulla base di confessioni estorte e di detenzioni cautelari lunghe anni. Di queste, secondo Reprieve, ne sono state eseguite 83 tra gennaio 2014 e febbraio 2018. Più alti i numeri forniti dal database della Cornell Law School, costruito sulla base dei report di organizzazioni per i diritti umani: dal 2013 sono stati uccisi almeno 143 condannati a morte; tra il 2007 e il 2012 se ne contarono 12.

Non solo pena di morte: la scorsa settimana delle 156 persone condannate da una corte militare 26 erano minori al tempo dell’arresto, nel 2014. Dopo quasi cinque anni di detenzione cautelare, a ragazzini che all’epoca avevano tra 14 e 17 anni sono state comminate pene dai tre ai cinque anni di prigione, in violazione della legge egiziana che proibisce l’arresto sotto i 15 anni di età e impone il giudizio da parte di una corte minorile. Dal luglio 2013 sono stati detenuti in Egitto quasi 3.200 minori.

martedì 6 marzo 2018

Egitto. La repressione contro il dissenso è problema più grave

Corriere della Sera
Si voterà tra il 26 e 28 marzo. Con eventuale ballottaggio un mese dopo. Il risultato è scontato: vincerà l'attuale presidente Abdel Fattah al Sisi. Niente democrazia, candidati costretti al ritiro e minacce, peggio che in Turchia, alla libertà di stampa rendono più che mai una patetica farsa le elezioni presidenziali in Egitto. 

Con eventuale ballottaggio un mese dopo. Ma le procedure elettorali appaiono ridicole, persino più inutili che ai tempi di Hosni Mubarak. Il risultato è scontato: vincerà l'attuale presidente Abdel Fattah al Sisi. Già decine di giornalisti, avvocati e attivisti per i diritti civili sono statati arrestati, tanti senza processo.

I blogger egiziani parlano di centinaia di desaparecidos. Il caso Regeni docet. Se i servizi segreti egiziani hanno potuto impunemente uccidere un ricercatore italiano che lavorava per un noto ateneo inglese, possiamo immaginare con quale libertà infieriscono contro i critici locali del regime. Così al Sisi ha metodicamente eliminato tutti i potenziali concorrenti. I sistemi brutali li ha ben rodati dal suo golpe nel 2013 contro il governo dei Fratelli Musulmani.

Ha "convinto" il suo concorrente più importante, l'ex premier Ahmed Shafik, a non candidarsi. Lo stesso ha fatto, ricorrendo a una miscela ambigua di premi e minacce, con l'ex capo di stato maggiore Sami Hafez Anan, e persino con un "nobile" della politica egiziana quale è Anwar Essmat Sadat, nipote del presidente Anwar Sadat assassinato dagli estremisti islamici nel 1981.

Dopo aver imbavagliato i media egiziani, al Sisi ora avverte quelli stranieri che i loro diritti di critica sono "sorvegliati". "Se qualcuno insulta l'esercito o la polizia significa che sta offendendo tutti gli egiziani. E questa non può essere considerata come libertà d'opinione", ha detto in un tour a El Alamein. Di recente la polizia ha arrestato la madre di un'attivista per i diritti umani di cui sui sono perse la tracce e che aveva parlato alla Bbc. Il caso resta irrisolto, come tanti altri.

di Lorenzo Cremonesi