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martedì 26 settembre 2017

I docenti si mobilitano per lo ius soli: «a scuola è lampante che la legge deve cambiare»

Vita
«A scuola i ragazzi sono integrati ma non sono cittadini», commenta Eraldo Affinati, tra i primi firmatari dell'appello: «ogni docente ha di fronte ogni mattina dei ragazzi immigrati e gli parla di cittadinanza. A scuola la contraddizione fra la realtà e la legge attuale è lampante».

Ce lo siamo chiesto come genitori: come fai, guardando negli occhi tuo figlio, a spiegargli che il suo amico del cuore, il suo compagno di banco, quello che fin dall’asilo ha fatto tutto con lui – asilo, scuola, compiti, calcio, pomeriggi sul divano a giocare alla Play – non è italiano come lui? 

Se lo chiedono, con le stesse parole, gli insegnanti: come posso guardare negli occhi Ibrahim, Ghada, Roel - presi come pulcini in prima elementare e visti crescere giorno dopo giorno nella tua classe - e dirgli che non sono cittadini come i loro compagni? 

Se si parte dalla realtà, da una qualsiasi classe italiana, il dibattito politico attorno allo ius soli - rimandanto per l’ennesima volta – appare per quello che è, surreale. Eraldo Affinati è insegnante e scrittore e insieme alla moglie ha fondato la scuola Penny Wirton per insegnare la lingua italiana ai migranti, con ormai 30 sedi in Italia: «ieri mi ha chiamto un mio allievo della Città dei Ragazzi, ora è laureato in giurisprudenza, ma ancora non è cittadino italiano», dice subito al telefono. 

Affinati è fra i primi firmatari dell’appello di docenti ed educatori per lo ius soli e lo ius culturae lanciato da pochi giorni insieme a Franco Lorenzoni, maestro elementare e Coordinatore della Casa-laboratorio di Cenci. È un appello di docenti ed educatori per lo ius soli e lo ius culturae, con adesioni che «aumentano di momento in momento, sono migliaia», spiega Affinati.

«Noi insegnanti guardiamo negli occhi tutti i giorni gli oltre 800mila bambini e ragazzi figli di immigrati che, pur frequentando le scuole con i compagni italiani, non sono cittadini come loro», esordisce l’appello: «Ci troviamo così nella condizione paradossale di doverli educare alla “cittadinanza e costituzione”, seguendo le Indicazioni nazionali per il curricolo - che sono legge dello stato - sapendo bene che molti di loro non avranno né cittadinanza né diritto di voto. Questo stato di cose è intollerabile. Come si può pretendere di educare alle regole della democrazia e della convivenza studenti che sono e saranno discriminati per provenienza? Per coerenza, dovremmo esentarli dalle attività che riguardano l’educazione alla cittadinanza, che è argomento trasversale, obbligatorio, e riguarda in modo diretto o indiretto tutte le discipline e le competenze che siamo chiamati a costruire con loro».

Appelli alla politica, perché non si lasci terminare la legislatura senza approvare la legge che riforma la cittadinanza, ce ne sono molti (qui ad esempio la campagna di Casa della Carità), ma «lo specifico di questo appello è che nasce dal mondo scuola e proprio nella scuola si sente la stortura e la contraddizione della situazione attuale. A scuola i ragazzi sono integrati ma non sono cittadini», commenta Affinati, «ogni docente ha di fronte ogni mattina dei ragazzi immigrati, pienamente ingrati quando sono in classe ma non cittadini. A scuola la contraddizione è lampante».

Chi ha scritto l’appello non ha pensato a una semplice raccolta di firme: insegnanti ed educatori il 3 ottobre - data dedicare alla memoria delle vittime dell’emigrazione - si appunteranno sul vestito un nastrino tricolore «per indicare la nostra volontà a considerare fin d’ora tutti i bambini e ragazzi che frequentano le nostre scuole cittadini italiani a tutti gli effetti» e in tutte le classi e le scuole dove è possibile ragioneranno «insieme alle ragazze e ragazzi del paradosso in cui ci troviamo, perché una legge ci invita “a porre le basi per l’esercizio della cittadinanza attiva”, mentre altre leggi impediscono l’accesso ad una piena cittadinanza a tanti studenti figli di immigrati che popolano le nostre scuole».

Sara De Carli

domenica 17 settembre 2017

Ius Culturae, credere nell'Italia e nei suoi figli. Diamo una legge a presente e futuro

Avvenire
Chi e perché vuol mettere paura agli italiani? Chi e perché prova in tutti i modi a istillarci l’idea che la nostra civiltà non sia più buona né “contagiosa”? Chi e perché vuol farci vivere nella chiusura e nella grettezza, in modo da non generare più figli, né dai nostri lombi né grazie alla nostra cultura e al nostro spirito? Chi vuol convincerci che la cittadinanza sia un immeritato stato di grazia, ereditato come una cosa, e non una conquista e riconquista, fatta di diritti e doveri onorevoli e onorati? La lista potrebbe essere lunga. 


Ma qui, oggi, comincia e finisce con coloro che avversano la nuova legge sulla cittadinanza, già votata alla Camera e ferma al Senato. E dibattono non per migliorarne questa o quella previsione, ma per impedire del tutto la normativa sullo ius culturae e sullo ius soli temperato (nessuno, cioè, diventerebbe mai italiano per il solo fatto di nascere nel Bel Paese…). Una battaglia condotta, purtroppo, per calcolo politicante, con manifestazioni di aperta xenofobia e rimettendo in circolo pregiudizi colmi di vergognoso e sempre meno celato razzismo.

Eppure quanti sono nati in Italia o in Italia sono arrivati da bambini e pensano e parlano italiano, coloro che crescono e studiano qui, condividendo la nostra cultura e le nostre regole di cittadinanza, assimilando i nostri costumi, e appartengono a famiglie di origine straniera ma residenti in questo nostro Paese con permesso permanente o di lungo periodo (e, dunque, sono figli di persone che qui lavorano, pagano tasse e contributi, e non hanno guai con la giustizia) non sono candidati all’italianità, sono già italiani. 

Non si tratta di concedere nulla, e tantomeno di regalare qualcosa. Si tratta di riconoscere per legge una realtà, vera, importante e buona. Si tratta di rendersi conto che mantenere in una sorta di limbo un bel pezzo della generazione dei nostri figli è un atto di cecità e di ingiustizia. E che farlo per presunto calcolo politico-elettorale è una piccineria umana, una miseria morale e, insieme, una scelta pratica imprevidente e imprudente.

Lungo questa estate 2017, dopo l’editoriale del 17 luglio scorso intitolato «Questa legge s’ha da fare», dedicato appunto allo ius culturae, questo giornale ha dato il via a una campagna informativa semplice e rigorosa. Mentre tanti politici – e purtroppo anche non pochi (dis)informatori – hanno continuato a diffondere slogan e favole cattive contro i nuovi italiani, noi invece abbiamo dato loro volto, pubblicando ogni giorno per due mesi quelle che, in dialogo con alcuni lettori, ho definito «parole di carne e sangue, di anima e di cuore, di sudore e di intelligenza». Non pure opinioni, ma storie di vita. E cioè attese e speranze, fatiche e impacci, traguardi e ricominciamenti di giovani che sono italiani non per tradizione, ma per formazione, per adesione, per maturata convinzione. Persone con radici familiari, culturali e religiose in Asia, in America, in Africa o in altre porzioni d’Europa eppure partecipi della nostra cultura, perché la vivono e le vivono dentro. Non sono tutti uguali, non tutto è sempre lineare nelle loro vicende, non sono perfetti, ma sono persone perbene come, fino a prova contraria, ogni altro figlio di questa terra e della civiltà dell’incontro che la fa speciale da secoli, anche grazie alla sua sinora aperta e salda identità cristiana.

Sono loro, guardateli, su questa prima pagina piena di facce pulite e vere. Sono loro, anche se qualcuno quelle facce continua a scarabocchiarle e distorcerle per trasformarle in quelle di orchi e mostri e terroristi (che esistono anche nella realtà, ma non sono tutta la realtà). E sono proprio loro a essere tenuti nel limbo di una non riconosciuta cittadinanza – cioè di un non pieno e giusto equilibrio tra diritti e doveri nel far parte di una comunità civile dentro la misura delle sue leggi. Guardateli bene, sono loro. E, nonostante qualcuno – mentendo – gridi il contrario, non sono affatto i migranti dell’ultimo approdo dal mare sulle nostre coste, uomini e donne che portano un’altra croce e ben diverse domande di solidarietà e di giustizia.

Guardateli ancora, sono loro quelli e quelle a cui si vorrebbe dire, e già si dice: “No, tu non sei dei nostri, non ti conosco e non voglio riconoscerti”. Oppure e, per certi versi, è quasi peggio: “Sei dei nostri, è vero; ma non è l’ora di dichiararlo, perché più della tua vita mi interessano le percezioni di altri che di te non si fidano per via della tua pelle, per il Paese dei tuoi genitori o nonni, per la tua maniera di pregare…”. Atteggiamenti e propagande sprezzanti che umiliano la loro italianità, e il legittimo sentimento di appartenenza che ne discende, e che sembrano “strillati” apposta per generare in vecchi e nuovi italiani quei reciproci sentimenti di esclusione e di estraneità che portano a speculari ri-sentimenti. Sguardi cattivi e atti di respingimento e marginalizzazione non generano altro che sofferenza e ostilità, picconano ogni patto civile, minano la solidarietà. Un’imprevidenza incredibile, un’imprudenza grave.

Eppure i nuovi italiani sono e restano parte integrante di una generazione di giovani concittadini che non possiamo permetterci di perdere e disperdere. Sono parte integrante di un patrimonio di umanità, una ricchezza d’Italia. Dipende da noi, anche con una legge giusta e finalmente tempestiva, farli essere e sentire continuatori e interpreti del nostro grande passato e protagonisti del presente e del futuro comuni. Insieme.

venerdì 8 settembre 2017

A Venezia la storia di Majid, un film per capire lo ius soli

HuffPost"L'Amore senza motivo" La storia del 16enne siriano che ora vive a Roma diventa un cortometraggio del regista Paolo Mancinelli. Tra i finalisti a Venezia del concorso MigrArti del Ministero dei beni culturali.

Su un tema delicato come quello dell'integrazione si discute tanto della scrittura di leggi chiare, di trasparenza, di comunicazione. Si parla molto, spesso a sproposito, ma poi cambia poco o nulla. Il caso più eclatante riguarda ius soli e ius culturae: due concetti complessi, di difficile sintesi, ma espressi addirittura in una lingua morta e sconosciuta ai più come il latino!


E così i cittadini che non hanno avuto il tempo di approfondire, o che semplicemente non hanno voluto comprendere la questione in tutta la sua complessità, hanno tradotto: ius soli = cittadinanza indiscriminata a tutti quelli che arrivano in Italia. Niente di più falso, ovviamente.

Un aiuto a spiegare la questione in maniera semplice e senza studi approfonditi arriva dalla 74^ Mostra del Cinema di Venezia, che all'interno del Premio Migrarti, promosso dal ministro Franceschini, ha ospitato la proiezione in anteprima di "Amore senza motivo", un corto cinematografico in gara e presentato ieri.

Il film racconta davvero che cos'è lo ius culturae, ovvero il cuore della legge sullo ius soli temperato di cui sta discutendo il parlamento. Attraverso il cinema viene raccontata la bellezza e la simpatia dell'integrazione. È possibile abbracciare davvero e senza conflitti la lingua e la cultura italiana? Sì, e per il protagonista del film sembra bastino anche molto meno dei cinque anni come previsto dalla legge in approvazione. Sì, se oltre allo Stato c'è una società migliore, più bella: che integra.

Il film è un vero e proprio diario di formazione e il protagonista, Majid, è un quindicenne siriano, scampato alla bombe e a un interminabile viaggio in mare con il gommone. Arrivato in Italia da Lesbo grazie a Papa Francesco, che, come è noto, nel aprile del 2016 portò con sé in aereo dall'isola alcuni rifugiati, viene accolto dalla Comunità di Sant'Egidio, si appassiona al rap, a Francesco Totti, a Trastevere e alla pizza margherita.

Il titolo del film è legato alla canzone in rap/melodico che Majid scrive proprio insieme ai suoi amici trasteverini, italiani, nuovi italiani, rifugiati come lui. La scrittura è un mezzo per conoscere Roma, i rapper romani e veicolare il suo messaggio, così come lui stesso racconta in una scena del documentario: "Il vero amore è senza motivo - inteso senza contraccambio - non ti chiede niente e ti da tutto, come è successo a me che sono stato salvato e non avevo proprio niente da poter dare".

Un prodotto che appena presentato ha raccolto commenti positivi da tanti, oltre all'attenzione dei media del mondo cattolico come Radio Vaticana e Avvenire. Meriterebbe di essere visto. Ma ci riuscirà anche chi non è potuto andare a Venezia? Chissà se la Rai servizio pubblico, pagata con il canone degli italiani, troverà uno spazio, tra produzioni discutibili come "Giovani e ricchi" e la cronaca nera. C'è di che dubitarne, nonostante nel film ci sia spazio per le immagini del Santo Padre a Lesbo e per l'addio di Totti ai campi di calcio.

Forse lo troveremo sulla sempre più dinamica Sat 2000 di Paolo Ruffini o su Sky, che in altre occasioni hanno mostrato di avere più coraggio della Rai. Eppure sarebbe un valido contributo alla chiarezza, contro l'incapacità di comunicare della burocrazia politica.


Michele Anzaldi

mercoledì 30 agosto 2017

Ius soli, la bufala sull’islamizzazione dell’Italia. I numeri parlano chiaro.

Wired
I numeri della Fondazione Moressa parlano chiaro: degli 800mila bambini potenziali beneficiari della riforma il 16,1% professa religione cattolica o protestante, il 28% ortodossa, il 38,4% islamica, l’1,8% buddista e il 3,1% induista


C’è da chiedersi chi abbia paura di questi 800mila bambini italiani de facto. Lo studio della Fondazione Leone Moressa riportato da Repubblica fa ordine sui potenziali beneficiari della riforma dello ius soli, quella su cui Angelino Alfano – al massimo dell’italianismo possibile – dice di non avere alcuna obiezione ma, al contempo, di trovare non opportuna. Chissà, forse collega i sacrosanti diritti di cittadinanza alle cronache sugli attentati o sugli sgomberi, contribuendo ad accreditare nell’opinione pubblica un collegamento che non esiste. Peggio, tossico.

I numeri dell’indagine parlano da soli. Dando una mano, se ce ne fosse bisogno, a smontare ulteriormente la bufala dell’islamizzazione dell’Italia tanto cara alla nebulosa della sgangherata alt right tricolore cacciata a fischi e pernacchie perfino dalle pacifiche comunità parrocchiali delle chiese pistoiesi (vedi alla voce don Biancalani). Secondo lo studio, i ragazzi a cui si applicherebbe la nuova legge qualora fosse approvata (difficilissimo) dal Senato, dove promette d’impantanarsi, sarebbero 800.600, l’80% dei minori stranieri residenti in Italia. Il restante 20% non presenterebbe evidentemente i requisiti legati ai genitori o ai cicli scolastici seguiti nel nostro Paese. A regime diventerebbero poco meno di 60mila nuovi italiani ogni anno.

Il dato è ricavato dai numeri degli alunni stranieri in Italia nell’anno scolastico 2015/2016: 815mila ragazzi che, come si capisce, coinciderebbero in buona parte – in virtù della nascita italiana da un genitore con regolare permesso di soggiorno Uedi lungo periodo o del cosiddetto ius culturae, cioè l’arrivo entro i 12 anni e un ciclo scolastico di almeno cinque – con la platea dei beneficiari.

Simone Cosimi

sabato 24 ottobre 2015

Immigrazione - L’importanza della legge sullo «ius culturae» La scuola come fonte di cittadinanza

Avvenire
La questione migratoria è affrontata oggi in Italia con maggiore realismo. Le immagini drammatiche di migliaia rifugiati in fuga dalla guerra, ma anche i dati sul positivo impatto produttivo e demografico della presenza degli immigrati in Italia, non ci lasciano inerti e bloccati in visioni irrealiste. Un segno è l’approvazione alla Camera della riforma della legge in materia di acquisizione della cittadinanza. Si sono aggiornate norme pensate quando l’Italia era ancora solo marginalmente Paese d’immigrazione, per sanare l’ambigua situazione di quella 'seconda generazione' che, pur non essendolo de iure, è e si considera italiana in tutto e per tutto. 


Chi, in questi anni, si è fatto interprete delle esigenze di migliaia di giovanissimi che aspiravano alla normalizzazione della loro posizione, chi ha lavorato per l’integrazione di quanti contribuiscono alla nostra crescita produttiva, al nostro progresso civile, non può che gioirne. E sperare che il testo licenziato dalla Camera sia presto approvato dal Senato. La nuova legge – se ne è parlato anche su 'Avvenire' – è sfuggita alla tenaglia ius sanguinis-ius soli, per approdare a un’interpretazione originale della questione 'cittadinanza' che fa perno sul concetto che già l’allora ministro per l’Integrazione Andrea Riccardi aveva definito di ius culturae.

È italiano non solo chi è nato tale, ma anche chi lo diventa. E lo si diventa, tra l’altro, frequentando regolarmente, per almeno cinque anni, uno o più cicli presso istituti del sistema nazionale d’istruzione. La cittadinanza diviene un processo in cui la nostra lingua, la nostra tradizione culturale, il nostro umanesimo, forgiano un individuo rendendolo indistinguibile, se non per il cognome e forse per i tratti somatici da tanti altri concittadini. È impressionante vedere come a scuola bambini, ragazzi, adolescenti figli di stranieri, vivano già da italiani, parlino già da italiani, sognino già da italiani.

La riforma della cittadinanza pone la scuola al centro del processo di formazione dell’identità nazionale e, così facendo, non solo rende giustizia al lavoro appassionato di decine di migliaia di lavoratori dell’istruzione, ma continua quella 'mission' che la scuola medesima ha sempre avuto, nel nostro giovane Stato: 'fare gli italiani'. Alla scuola è riconosciuta quella centralità che dimostra giornalmente nel tessere connessioni e conoscenze nel vivo del contesto sociale, quella centralità che lo stesso presidente Mattarella ha di recente voluto sottolineare insignendo di onorificenze prestigiose diversi insegnanti o ex insegnanti.

Mi sono andato a rileggere alcune tra le pagine iniziali del libro 'Cuore'. Il protagonista, Enrico annota sul suo diario: «Ottobre 22, sabato - Ieri sera entrò il Direttore con un nuovo iscritto, un ragazzo di viso molto bruno, coi capelli neri, con gli occhi grandi e neri, con le sopracciglia folte e raggiunte sulla fronte, tutto vestito di scuro. Allora il maestro gli prese una mano, e disse alla classe: - Voi dovete essere contenti. Oggi entra nella scuola un piccolo italiano nato […] a più di 500 miglia di qua. Vogliate bene al vostro fratello venuto di lontano. Egli è nato in una terra gloriosa, […] abitata da un popolo pieno d’ingegno, di coraggio. Vogliategli bene, in maniera che non s’accorga di esser lontano dalla città dove è nato; fategli vedere che un ragazzo italiano, in qualunque scuola italiana metta il piede, ci trova dei fratelli. Derossi abbracciò il calabrese, dicendo con la sua voce chiara: Benvenuto! - e questi baciò lui sulle due guancie, con impeto. Tutti batterono le mani. Silenzio! - gridò il maestro, - non si batton le mani in iscuola! Ma si vedeva che era contento. Anche il calabrese era contento». Roba di un secolo e mezzo fa? Quanti ragazzi un po’ più bruni della media la scuola accoglie anche oggi con dedizione, come il piccolo calabrese di fine Ottocento?

Sì, la scuola ha contribuito a farci sentire tutti italiani, la scuola ci ha resi italiani, fratelli d’Italia dalle Alpi a Lampedusa. Ma quel processo non è finito, continua nell’oggi, generando nuovi figli dell’idioma di Dante, nuovi eredi dell’umanesimo di Manzoni, nuovi cittadini di una Repubblica fondata su valori di civiltà e di solidarietà.

Marco Impagliazzo