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mercoledì 28 marzo 2018

La “passione” del Centrafrica: continuano gli scontri, un prete tra le vittime

Vatican Insider
Non si placano le lotte armate lontano dalla capitale, mentre continua l’esodo interno dei profughi accolti principalmente nelle parrocchie.


Passione e morte. Il conflitto scoppiato alla fine del 2012 lascia ancora morti sul campo. Il Centrafrica, nonostante i proclami e le intenzioni manifestate, continua a vivere in una spirale di violenza e di paura. 

L’ultimo episodio è stato confermato al sito Rjdh Centrafique (Réseau des journalistes pour les droits de l’homme) dal vescovo di Bambari, monsignor Richard Appora. La scorsa settimana, infatti, ci sono stati degli scontri tra gli ex-Seleka e gli anti-Balaka a Seko (a 60 km da Bambari): un attacco armato il 21 marzo ha colpito la parrocchia di Saint Charles Lwanga e ha ucciso 30/40 persone, tra queste il parroco, padre Désiré Angbabata, espressione di questa giovane ma coraggiosa Chiesa centrafricana.

Le notizie sono ancora frammentarie per la difficoltà di accesso alla città. Più ci si allontana dalla capitale e più diventa evidente l’assenza di sicurezza nella «terra di nessuno», come la definisce padre Federico Trinchero del convento carmelitano di Bangui. Ufficialmente la coalizione Seleka è stata sciolta, ma ci sono decine di gruppi di ribelli che infestano l’80% del Paese. «Siamo come tornati, purtroppo, alla casella di partenza», commenta amaro padre Trinchero. Le Chiese diventano il naturale luogo di approdo delle persone che scappano in fuga e che si lasciano alle spalle case bruciate e depredate. Nella parrocchia di Markounda (diocesi di Bossangoa), nel nord ovest della nazione, si contano 7.500 profughi.

Le tensioni e le preoccupazioni sono confermate anche da padre Guy-Alain, sacerdote locale, che sul blog José del Rio ricostruisce gli eventi e lancia un grido di aiuto alla comunità internazionale. «L’accesso all’acqua – spiega – è il primo problema umanitario. Non abbiamo medicinali e le persone vivono in mezzo ai rifiuti in scarse condizioni igieniche». I due gruppi armati non si sono ancora riconciliati e sono sempre pronti a sparare. Sono sempre di più gli ex-Seleka che minacciano e rapinano le persone. Si ritirano nella boscaglia e si nascondono nei campi mettendo a rischio anche l’agricoltura visto che i contadini sono impauriti e giustamente preoccupati per la loro incolumità. Si nota anche l’assenza in mezzo alla gente di uomini della Missione Minusca (United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in the Central African Republic). Padre Alain vive nella sotto-prefettura di Markounda su una superficie di circa 7mila chilometri quadrati che accoglie 38.191 abitanti distribuiti in 123 villaggi e dediti principalmente all’agricoltura, all’allevamento e alla pesca.

Siamo al confine con il Ciad, a 480 km dalla capitale Bangui. «La sotto-prefettura – scrive – sta lottando per la sua crescita sociale, economica e amministrativa». Mancano, però, un’infrastruttura amministrativa, personale sanitario qualificato e docenti. «L’istruzione rimane una situazione preoccupante per il futuro dei bambini: ci sono 3 o 4 insegnanti per i 9mila studenti che si trovano nelle 42 scuole del territorio». Non si intravedono, purtroppo, segnali di speranza. «La situazione è sempre più drammatica con la crisi politica-militare in corso nel Paese e, in particolare, nella nostra zona. Assistiamo a un esodo interno e accogliamo molti profughi. L’insicurezza nella città e nei villaggi non consente alla popolazione di intraprendere attività rurali o altri impieghi. Il deterioramento delle strade rende il nostro territorio una enclave. La falsa diceria (potremmo definirla propaganda), inoltre, non consente agli operatori umanitari di assistere adeguatamente la popolazione. Siamo molto preoccupati».

Uno scenario drammatico, davanti al quale tornano in mente le parole di Papa Francesco: «Tutto si perde con la guerra».
 
Luciano Zanardini

mercoledì 2 agosto 2017

Centrafrica, cristiani e musulmani insieme per evitare il massacro

La Stampa
Parla il vescovo di Bangassou assediato nella cattedrale che ospita 2100 islamici minacciati da milizie cristiane. «Solo l’accoglienza reciproca e il dialogo ci potranno salvare»


«Da noi ormai vige la legge “occhio per occhio” e in breve tempo, se continua così, saremo tutti ciechi». È un appello disperato quello che lancia il vescovo comboniano di Bangassou, monsignor Juan José Aguirre Muños, raggiunto al telefono da Vatican Insider nel corso di una delle sue regolari visite ai campi profughi disseminati nella sua diocesi. La sua cattedrale è ormai cinta d’assedio da mesi e a minacciare di morte tutti gli oltre 2mila musulmani che lui ha scelto di ospitare, sono qualche centinaio di sbandati affiliati alle milizie cristiane anti-Balaka.

«Siamo letteralmente in ostaggio, in ginocchio, terrorizzati da quattrocento ragazzi armati molto violenti e crudeli. Sono stato testimone di numerosi atti efferati che posso senza dubbio giudicare crimini contro l’umanità. Ho visto bambini lanciati in aria e colpiti, una crudeltà che ha dell’incredibile. Delle undici missioni della mia diocesi, tre sono in mano delle truppe anti-Balaka e una è ostaggio di un’altra formazione. La cattedrale è circondata, hanno vietato che arrivino acqua e cibo, hanno minacciato tutti i commercianti che vendono prodotti alimentari nei pressi della chiesa. Il 13 maggio, le zone islamiche della città sono state abbandonate dalle forze Minusca (Missione Onu in Centrafrica) e immediatamente attaccate dalle milizie cristiane. Noi abbiamo così deciso di aprire le porte della cattedrale e ospitarli tutti, e siamo andati a prelevarli direttamente per evitare un massacro. Al momento ci sono 2100 musulmani, tra questi, moltissimi bambini. Ma l’assedio dura da oltre due mesi e la situazione sta precipitando».

Non sono solo i musulmani a essere terrorizzati…
«No, qui ormai il terrore è trasversale: al momento le parlo da un campo di sfollati non musulmani mentre stamattina ho fatto visita a un campo di musulmani. La gente non ne può più, il 50% della popolazione è fuggita e ha superato il confine con la Repubblica Democratica del Congo, dove, peraltro, la situazione è molto instabile. Non sono solo le varie milizie cristiane o musulmane a fare paura. Molta gente, in realtà, teme di più i soldati della Minusca».

Quelli che dovrebbero garantire la pace?
«Sì proprio loro. Il contingente è formato da giovani marocchini, tutti musulmani. Si tratta di una forza inefficace se non dannosa. Non penso sia sensato inviare in un Paese dove c’è una radicalizzazione etnico-religiosa un contingente interamente musulmano, non credo si trovi nella migliore posizione per fare mediazione tra due fazioni al momento così ostili. I nostri concittadini sono ormai il bersaglio incrociato di varie entità, incluse le truppe Onu. È una specie di “tutti contro tutti” che peggiora una situazione già sull’orlo del baratro».

Il complesso quadro della situazione, in cui è ormai difficile distinguere chi combatte contro chi e le appartenenze entico-religiose, è ben rappresentato da un terribile episodio avvenuto poco più di una decina di giorni fa, che ha innescato un domino di reazioni molto violente. Lo scorso 21 luglio alcuni soldati anti-Balaka (cristiani) hanno rapito una ragazza di fede islamica incinta e un gruppo di giovani musulmani, in risposta, ha sequestrato le famiglie di due operatori della Caritas, in tutto una trentina di persone. La Minusca (come detto, interamente formata da islamici) è intervenuta riuscendo a liberare tutti e i giovani estremisti, furibondi, si sono diretti verso la cattedrale (che offre rifugio a migliaia di musulmani ma che è assediata da truppe cristiane) cercando di appiccare incendi e distruggendone varie parti. La tensione è salita ulteriormente e alcuni effettivi della forza Onu hanno reagito seminando il terrore in città e uccidendo anche civili inermi.

Poco più di un mese fa è stato siglato a Roma un accordo di pace tra le varie fazioni in conflitto…
«Sì ma purtroppo per il momento non funziona per niente. Alcuni dei giovani appartenenti alle milizie probabilmente non hanno neanche saputo dell’accordo. Continua a esserci una enorme dose di violenza che porterà tutti noi alla cecità. Forse l’accordo di Sant’Egidio un giorno sarà efficace, lo speriamo tutti. Per il momento nessuno dei gruppi armati ci crede davvero. Due formazioni, peraltro, quella di Noureddine Adam, sostenuto dal presidente del Ciad, che opera nel nord, al confine settentrionale con il Ciad, e l’Upc di Ali Darass, una milizia molto violenta in gran parte composta da una etnia nomade, non lo hanno neanche firmato».

Che cosa spera che succeda da ora in poi?
«Concretamente credo che il governo debba immediatamente inviare qui un prefetto militare che prenda il potere totale e faccia capire che lo Stato, a differenza di quello che ormai credono tutti, non è assente. Inoltre spero che al più presto cambi la composizione delle truppe Minusca, che vengano, come sembra, militari dal Gabon, dal Bangladesh, dal Ruanda. Per quanto riguarda i marocchini spero che vadano via al più presto: mi creda, al momento sono detestati e di poco aiuto.

Fino alla fine, però, continueremo a ripetere che con la pace si vince tutto, con la guerra si perde tutto. Da anni vediamo sangue sparso ma non cesseremo mai di lanciare un appello alla fratellanza, al dialogo. Non sono solo le armi a essere “armate”, anche i nostri cuori e dobbiamo fare di tutto perché si disarmino al più presto. Le gente vuole vivere in pace e noi questo chiediamo al Signore, senza distinzione tra religione, etnia o stato sociale».


Luca Attanasio

mercoledì 21 giugno 2017

Centrafrica: raggiunto accordo a Roma, per Sant’Egidio nuovo tassello in mosaico pace

OnuItalia
Roma - Dal 19 giugno il Centrafrica non e’ più sull’orlo della catastrofe e la Comunità di Sant’Egidio aggiunge un nuovo tassello al suo mosaico di pace. 


“Ci auguriamo che con questa firma si possa mettere la parola fine ai feroci scontri tra i vari gruppi armati che hanno provocato centinaia di morti e la fuga di migliaia di persone, soprattutto nel sud del Paese”, ha detto il vice-ministro degli Eteri mario Giro dopo l’esito di tre intensi giorni (e notti) di trattative tra gruppi di opposizione facilitate dalla “Piccola Onu di Trastevere”, esprimendo grande soddisfazione e gioia per l’accordo politico raggiunto grazie all’impegno dalla Comunità nel 25esimo anniversario dalla pace in Mozambico.

“In questi giorni di trattative è come se alla Comunità di Sant’Egidio fosse stato chiesto di parlare alla coscienza del Paese, nella speranza che il Centrafrica torni ad una situazione di normalità e pace. Grazie quindi a Sant’Egidio perché ha trovato un modo originale e come sempre disinteressato di rintracciare i sottili fili del dialogo che la divisione, l’odio e la violenza, sembravano aver disperso”, ha detto Giro.

I risultati dei colloqui di pace tra i diversi gruppi politico-militari del Centrafrica, gli inviati del presidente Touadéra e i rappresentanti della comunità internazionale sono stati annunciati oggi in una conferenza stampa. Le delegazioni presenti all’incontro erano state salutate ieri a piazza San Pietro da Papa Francesco che aveva auspicato il rilancio e il rafforzamento del processo di pace nella Repubblica Centrafricana.

Il documento, che prevede un immediato cessate il fuoco, è stato raggiunto grazie alla mediazione della Comunità di Sant’Egidio, che da anni lavora per la riconciliazione del Paese, alla presenza di osservatori della comunità internazionale, dell’inviato dell’Onu Parfait Onanga-Anyanga, dell’Unione europea e del governo italiano. 

L’intesa ruota attorno a tre punti principali sul piano politico, quello della sicurezza e quello economico, umanitario e sociale. 

Nel primo punto, oltre al cessate il fuoco sotto il controllo della comunità internazionale, si riaffermano la volontà di rispettare l’integrità del territorio nazionale, la rappresentatività e il riconoscimento di tutti i gruppi politico-militari per la ricostruzione del Paese, il rispetto dei risultati delle elezioni presidenziali e legislative del 2016 e, più in generale, il lavoro per costruire “una dinamica di riconciliazione”. 

Sul piano della sicurezza si garantisce la libera circolazione delle persone e dei beni, il ristabilimento dell’autorità dello Stato su tutto il territorio nazionale mentre a livello economico, umanitario e sociale ci si impegna, tra l’altro, nell’opera di ricostruzione e nella protezione delle Ong nazionali e internazionali presenti nel Paese.

Giro ha aggiunto che “in questi giorni abbiamo visto allentarsi le fortissime tensioni tra chi, fino a pochi giorni fa, non voleva nemmeno dialogare. Ma il dialogo è sempre l’unica strada possibile e, contrariamente a quello che si pensa, la meno ingenua. In quello che fu definitivo inizialmente e in modo superficiale e arbitrario, un conflitto di religione, sono stati proprio i leader spirituali del Paese ad evitare che la situazione degenerasse irrecuperabilmente. 
Così, in un clima di collaborazione, ora tutti sembrano riconoscere come il futuro del Centrafrica possa essere affidato unicamente a un percorso di coabitazione pacifica, ad uno spirito democratico e alla rinuncia all’uso delle armi e della violenza.”

Per leggere il testo dell’accordo politico, cliccare qui. (@alebal)

mercoledì 24 maggio 2017

Centrafrica, vescovo e cristiani fanno da scudo ai musulmani

Avvenire
Per scongiurare ulteriori stragi, monsignor Aguirre ha protetto la comunità in Centrafrica. Barricati in moschea nel sud del Paese per evitare una strage.




«Sto molto bene. Ma mi sono messo a fare da scudo affinché non vengano uccisi 500 donne e bambini all’interno di una moschea. Insieme ad altri, siamo qui da tre giorni. Raccogliamo feriti e cadaveri. Finora abbiamo contato 40 morti e cento feriti». 


Questa è una parte del messaggio telefonico inviato mercoledì alla famiglia da monsignor Juan-José Aguirre, vescovo spagnolo della cittadina di Bangassou, nel sud della Repubblica Centrafricana. Parole preoccupanti che però, grazie al coraggio di questo religioso e di pochi altri come lui, hanno incontrato, alla fine, una conclusione buona.

Almeno per ora. «Sono arrivati i caschi blu portoghesi – ha potuto spiegare padre Aguirre –. E il cardinale Dieudonné Nzapalainga sta negoziando con i ribelli anti-balakà per far evacuare la gente in sicurezza». 

Da più di una settimana si sono riaccesi pericolosi focolai di guerra nel Paese. La regione di Bangassou, presa recentemente di mira dagli anti-balakà a maggioranza cristiana, è tra le più tese. «Juan sta aiutando da tempo musulmani e cristiani a riconciliarsi – spiega il fratello, Miguel Aguirre –. Lui vuole far conoscere la realtà centrafricana poiché il Paese è invisibile agli occhi del mondo nonostante le continue gravissime sofferenze». Dal 2000, anno in cui diventò capo della diocesi di Bangassou, il comboniano Aguirre ha lanciato diverse iniziative per migliorare la società di tale provincia centrafricana.

Durante la sua permanenza sono stati istituiti asili, scuole, ospedali, orfanotrofi, spazi Internet e un centro di salute per i malati di Aids. «Monsignor Aguirre non ha mai lasciato la popolazione, né durante gli attacchi dei famigerati ribelli ugandesi dell’Esercito di resistenza del Signore (Lra) né quando gli insorti dell’ex coalizione musulmana Selekà avanzavano nel 2013 per effettuare il colpo di Stato», spiega l’operatore (che chiede di restare anonimo) di un’organizzazione non governativa. L’opera del religioso per assistere i cristiani della cittadina e promuovere la riconciliazione delle due comunità religiose ha avuto esiti molto positivi ed evitato ulteriori massacri nella regione. Il fratello del vescovo racconta che «i milizia- ni anti-balakà in questi giorni erano entrati a far parte di gruppi armati provenienti dalla capitale, Bangui».

«Non erano originari della zona in cui lavora Juan-José», sottolinea Miguel Aguirre. La crisi mel Paese si sta aggravando velocemente. Secondo il Comitato internazionale della croce rossa (Cicr) sono almeno 115 i cadaveri ritrovati dopo gli ultimi massacri a Bangassou. Vari gruppi di miliziani hanno preso di mira anche la missione Onu nel Paese (Minusca) uccidendo cinque caschi blu il 9 maggio nel villaggio di Yogofongo e un altro soldato Onu nei i combattimenti di Bangassou. «La calma raggiunta a Bangui e in altre cittadine del Paese rischia di essere coperta dall’aggravarsi della situazione nelle zone rurali - ha detto ieri Zeid Raad al-Hussein, Alto commissario Onu per i diritti umani –. I cittadini indifesi, come sempre, pagheranno il prezzo più alto per l’aumento di violenze tra le comunità».


Matteo Fraschini Koffi, Lomé (Togo)