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lunedì 13 giugno 2022

Somalia, Etiopia, Kenya, 1,7 milioni di bambini in condizioni di grave malnutrizione, senza interventi la loro vita è in serio pericolo.

Africa Rivista
Una “esplosione di morti infantili” è probabile e imminente nel Corno d’Africa se la comunità internazionale non dovesse intervenire con urgenza per scongiurare tale scenario, garantendo aiuti per gli oltre 1,7 milioni di bambini in condizioni di grave malnutrizione acuti in Somalia, Etiopia e Kenya.


L’allarme è stato lanciato dall’Unicef, i cui operatori hanno raccontato alla stampa a Ginevra di aver incontrato genitori costretti a seppellire i propri figli lungo la strada mentre percorrevano centinaia di chilometri alla ricerca di assistenza medica.


Dopo quattro stagioni consecutive di mancate piogge nella regione orientale del continente africano, situazione che non si registrava da almeno 40 anni, nella sola Somalia sono almeno 386.000 i bambini che hanno urgente bisogno di cure salvavita a causa di una grave malnutrizione. 

Si tratta di una siccità peggiore di quella che colpì il Paese nel 2011, quando in Somalia si contarono 250.000 morti, soprattutto bambini, ha spiegato Rania Dagash, vice direttore dell’Unicef per l’Africa orientale e meridionale. “Le vite dei bambini nel Corno d’Africa sono a maggior rischio anche a causa della guerra in Ucraina e penso sia importante sottolinearlo, perché la sola Somalia importava il 92% del suo grano dalla Russia e dall’Ucraina, ma ora le linee di approvvigionamento sono bloccate”, ha rimarcato.

“Se il mondo non distoglie lo sguardo dalla guerra in Ucraina e non agisce immediatamente, nel Corno d’Africa sta per verificarsi un’esplosione di morti infantili”, ha detto Dagash. Perché il numero di bambini in condizioni di grave malnutrizione acuta è aumentato di oltre il 15% nell’arco di cinque mesi, e oggi in Etiopia, Kenya e Somalia si contano oltre 1,7 milioni di bambini che hanno urgente bisogno di cure. Ma non bastano gli aiuti salvavita, ha aggiunto, occorre investire in misure volte a rafforzare la resilienza, per salvare i mezzi di sussistenza delle persone e impedire loro di dover lasciare le proprie case, in cerca di cibo, acqua e assistenza sanitaria. Anche perché le ultime previsioni meteorologiche mettono in forse anche le piogge della stagione ottobre-dicembre, con la conseguente perdita di altri raccolti e di altri capi di bestiame per il venir meno delle fonti idriche.

Secondo l’Unicef, tra febbraio e maggio di quest’anno il numero di famiglie rimaste senza accesso ad acqua pulita e sicura è quasi raddoppiato, passando da 5,6 milioni a 10,5 milioni. Per aiutare le comunità a resistere alle sempre più frequenti siccità causate dai cambiamenti climatici, i team e i partner delle Nazioni Unite hanno dovuto scavare pozzi ancora più profondi di prima, in alcuni casi fino a due chilometri.

“Stiamo aiutando le famiglie rurali a rimanere dove si trovano garantendo trasferimenti di denaro salvavita per l’acquisto di beni essenziali come cibo, acqua e medicine, nonché beni di sussistenza”, ha detto da parte sua Etienne Peterschmitt, rappresentante della Fao in Somalia, sottolineando che al momento il sostegno richiesto per il 2022 per garantire questa forma di assistenza “non si è ancora completamente concretizzato e centinaia di migliaia di somali corrono un rischio molto reale di morire di fame”.

Stando all’ultima analisi della Fao, 7,1 milioni di persone, ovvero il 45% della popolazione somala, sono in condizioni di grave insicurezza alimentare.

Simona Salvi

venerdì 26 marzo 2021

Il Kenya ordina la chiusura dei campi profughi di Dadaab e Kakuma che ospitano 410 mila rifugiati, sopratutto somali

africarivista.ir
Il Kenya ha ordinato la chiusura di due vasti campi che ospitano centinaia di migliaia di rifugiati dalla vicina Somalia e ha dato all’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) due settimane per presentare un piano in tal senso. 


I campi profughi di Dadaab e Kakuma nel nord del Kenya ospitano più di 410.000 persone soprattutto somali; una piccola percentuale di queste proviene anche dal Sud Sudan.

Citando preoccupazioni per la sicurezza nazionale, le autorità di Nairobi avevano annunciato per la prima volta la loro intenzione di chiudere il campo di Dadaab, che è più vicino al confine con la Somalia rispetto a Kakuma, nel 2016.

Fred Matiang’i, ministro degli Interni del Kenya, ha concesso ora all’Unhcr 14 giorni per elaborare un piano per la chiusura di entrambi i campi, ha riferito il ministero in un tweet, aggiungendo che non c’è spazio per ulteriori colloqui sulla questione.

“La decisione avrebbe un impatto sulla protezione dei rifugiati in Kenya, anche nel contesto della pandemia covid-19 in corso”, ha riferito da parte sua l’Unchr in una dichiarazione.

La mossa del Kenya arriva in momento in cui le relazioni con la Somalia sono ai minimi: lo scorso dicembre Mogadiscio ha tagliato i rapporti diplomatici con Nairobi accusando il vicino di interferire nei suoi affari interni.

Le due nazioni si stanno inoltre confrontando presso la Corte internazionale di giustizia per una controversia sui confini marittimi, sebbene il Kenya abbia boicottato l’udienza. In commenti affidati alla Reuters, il ministero degli interni del Kenya ha sostenuto che la decisione di chiudere i campi non è collegata a difficoltà diplomatiche con la Somalia.

venerdì 22 maggio 2020

UNHCR/Kenya - Allarme per i primi casi di Covid nel campo profughi di Dadaab, il più grande al mondo dove vivono più di 500 mila persone

Agenzia Nova
Kenya: due rifugiati positivi a Covid-19 in campo di Dadaab, Unhcr e agenzie Onu rafforzano misure sanitarie


L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), le agenzie umanitarie e il governo del Kenya stanno rafforzando le misure contro il Covid-19 dopo che il governo stesso ha confermato che due persone sono risultate positive ai test nei campi rifugiati di Dadaab, il più grande del mondo. 

In linea con le direttive governative, i due positivi hanno dovuto osservare un periodo di quarantena per poi essere trasferiti in centri di isolamento, una volta reso noto l'esito dei risultati. 

L'unità di sorveglianza e risposta alle malattie del ministero della Salute ha avviato le attività di tracciamento dei contatti. È quanto afferma l’Unhcr in una nota. 

Le condizioni di affollamento dei campi rifugiati di Dadaab, nei quali i servizi medici sono già sotto pressione, sollevano seri motivi di preoccupazione per la vulnerabilità di oltre 217 mila rifugiati e 320 mila membri delle comunità di accoglienza che vivono negli insediamenti e nelle aree circostanti. 

L'Unhcr, i partner e altre agenzie Onu da tempo supportano il piano di risposta nazionale diretto dal governo volto ad attenuare i rischi e a prevenire l'ulteriore diffusione del virus nei campi rifugiati.

giovedì 19 luglio 2018

Indigeni: Kenya vìola i diritti umani della tribù africana Ogiek

Osservatorio Diritti
La Corte africana dei diritti dell'uomo e dei popoli condanna il Kenya per violazione dei diritti umani degli indigeni africani della tribù Ogiek. Una sentenza che arriva dopo un secolo di abusi e che potrebbe avere un significato solo simbolico. Ecco una ricostruzione della vicenda, chi sono gli indigeni Ogiek e un'analisi delle conseguenze di questa decisione.


Il governo del Kenya non poteva espellere gli Ogiek dalla foresta Mau. E facendolo ha violato sette articoli della Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli di cui il Paese è firmatario dal 1992. Lo stabilisce una sentenza della Corte africana dei diritti dell’uomo e dei popoli con sede ad Arusha, in Tanzania. Un verdetto emesso ormai un anno fa, il 26 maggio 2017, ma di cui da queste parti hanno parlato davvero in pochissimi.
Chi sono gli indigeni africani Ogiek
Gli Ogiek, una tribù composta da circa 40.000 persone in tutto il Paese, sono conosciuti per essere tradizionalmente cacciatori, raccoglitori e apicoltori,storicamente insediati nella foresta Mau e del Monte Elgon del Kenya sud-occidentale, oggi entrambe aree protette.

L’ambiente della foresta, con la sua selvaggina e le sue piante, ha assicurato per secoli la sopravvivenza degli Ogiek, e ha continuato a svolgere un ruolo centrale nella loro cultura anche quando gli Ogiek iniziarono ad adottare uno stile di vita meno dipendente dalle risorse forestali.
Indigeni Ogiek: storia di una tribù discriminata
La storia di questo gruppo indigeno è segnata da discriminazioni. Durante il governo coloniale britannico, la loro identità è stata spesso non riconosciuta, con annessi tentativi di assimilazione a tribù più numerose. Sia in quel periodo, sia nella successiva fase post-coloniale, le loro terre sono state ripetutamente sottratte e destinate all’insediamento di altri gruppi etnici.

Queste iniziative erano accompagnate dalle rimozioni degli Ogiek dalla foresta, spesso notificate con il preavviso di poche ore e realizzate dalla polizia e dalle guardie forestali. Alle rimozioni seguiva la distruzione di case, campi, scuole e il sequestro del bestiame. Tali operazioni erano giustificate dal governo in nome della conservazione della riserva forestale, ma celavano una gestione politica ed etnica delle risorse naturali, fenomeno che ha portato alla formazione di vinti e vincitori in tutto il paese, con gli Ogiek e altre minoranze tra i primi.

venerdì 16 marzo 2018

Etiopia: ancora guerra e sangue. Uccisi molti civili. Migliaia di rifugiati in Kenya.

Faro di Roma
Diventa sempre più forte e dura la tensione in Etiopia: nelle ultime ore più di 8500 persone hanno attraversato il confine con il Kenya a causa delle violenze nel loro paese. 


Queste informazioni sono state rese note dalla Croce rossa con un comunicato stampa: il numero degli sfollati al confine è destinato ad aumentare nei prossimi giorni con i media locali che segnalano che molte famiglie, soprattutto donne e bambini, sono in viaggio verso Moyale, città al confine settentrionale.

Stando alle informazioni emanate dall’agenzia ufficiale Ena, sabato scorso forze governative etiopi hanno ucciso “per errore” nove civili nei pressi del confine: le vittime erano state scambiate per membri del Fronte di liberazione oromo (Olf) che cercavano di introdursi nel paese. Cinque militari coinvolti nell’incidente sono ora sospesi e si trovano sotto inchiesta.

La situazione in Etiopia rimane tesa dopo che a metà febbraio, in seguito a mesi di manifestazioni e proteste, il governo ha proclamato lo stato di emergenza. Questa decisione è stata presa dopo che ci sono state le dimissioni del primo ministro Haile Mariam Desalegn. Stando a quanto riferito dal ministro della difesa, Siraj Fegessa, la misura durerà almeno per altri sei mesi, con una possibile estensione di altri quattro. Fegessa ha ricordato che le forze dell’ordine avevano ricevuto l’incarico di «prendere misure» contro le proteste; tuttavia, «non ci sarà alcun colpo di stato militare» ha assicurato il ministro.

sabato 30 dicembre 2017

Kenya: detenute che soffrivano la sete. Arriva per Natale il dono di una cisterna.

Avvenire
Nel carcere femminile di Nakuru, in Kenya, il regalo di Natale è l'installazione di una cisterna collegata a un sistema di raccolta dell'acqua piovana. Sarà in grado di rifornire tutta la prigione e per questo l'inaugurazione è stata una vera festa insieme alla Comunità di Sant'Egidio. 


Era presente anche il vescovo Maurice Makumba, che ha benedetto la risorsa che farà sì che le detenute non soffrano più la sete. Fino ad oggi, infatti, la struttura era sprovvista di una fornitura quotidiana d'acqua, costringendo le donne a condizioni igienico-sanitarie gravi.
In diversi Paesi africani, Sant'Egidio visita ogni settimana le carceri, spesso segnate da scabbia, fame, sete e sovraffollamento. 

A Tcholliré, nel nord del Camerun, ogni settimana si distribuiscono sapone e cibo e incontrano ragazzini, a volte dodicenni, con pesanti catene di metallo ai piedi, che pagano con anni di reclusione il furto di una gallina o di un frutto. Altri sono ragazzi di strada, arrestati a scopo preventivo in un clima di repressione e paura per gli attentati terroristici di Boko Haram nel Nord del Paese. Non ci sono limiti alla custodia cautelare, si può rimanere dietro le sbarre per lunghi periodi prima del processo. 

Appena può, Sant'Egidio libera ragazzi come Ibrahim. La sua colpa? Aver tagliato un ramo di un albero per scaldarsi. «Sono di famiglie povere – spiegano dalla Comunità – pagando la spesa accumulata (dai 25 ai 100 euro), sarebbero rimasti in carcere ancora per chissà quanto tempo. Ora li aiuteremo a trovare un lavoro e a reinserirsi nella società».

Stefano Pasta

venerdì 22 dicembre 2017

Migliaia di rifugiati somali costretti a lasciare il campo di Dadaab in Kenya per tornare nei rischi della guerra in Somalia

Presenza
Migliaia di rifugiati somali costretti a lasciare il campo di Dadaab in Kenya stanno affrontando siccità, carestia e un nuovo ciclo di sfollamenti in Somalia.


I rimpatri da Dadaab hanno conosciuto un’accelerazione da quando, nel maggio 2016, le autorità keniane hanno annunciato l’intenzione di chiudere il campo. In Somalia, i ricercatori di Amnesty International hanno incontrato persone rientrate da Dadaab e attualmente residenti in città sovraffollate o in campi per sfollati.

Molti di loro hanno affermato di aver lasciato Dadaab a causa del declino dei servizi e delle forniture di cibo o delle minacce delle autorità keniane che sarebbero stati comunque costretti al rimpatrio e senza alcuna assistenza.

“Nel suo ostinato intento di rimpatriare i rifugiati, il governo del Kenya ha contribuito a buona parte dei piccoli passi avanti in termini di sicurezza in Somalia, ma la realtà è che la maggior parte del paese è ancora piagata da violenza e povertà”, ha dichiarato Charmain Mohamed, direttore del programma Diritti dei rifugiati e dei migranti di Amnesty International.

“I rifugiati un tempo fuggiti dalla siccità, dalla carestia e dalla violenza in Somalia sono obbligati a rientrare nel mezzo di una grave crisi umanitaria. Molti di loro non riescono ancora a tornare nei luoghi di origine e si trovano nella stessa disperata situazione da cui erano scappati”, ha sottolineato Mohamed.

“Fino a quando non vi sarà un significativo miglioramento della situazione umanitaria, il governo del Kenya dovrà continuare a fornire protezione ai rifugiati somali. Altrimenti rischierà di violare gli standard internazionali secondo i quali i rifugiati possono essere rimpatriati solo quando la loro sicurezza e la loro dignità saranno garantire”, ha aggiunto Mohamed.

L’ampia struttura di Dadaab, nel Kenya orientale, ospita attualmente circa 240.000 persone. Nel maggio 2016 il governo keniano ha annunciato che il campo sarebbe stato chiuso per motivi di sicurezza e per l’insufficiente sostegno da parte della comunità internazionale. Questo annuncio ha provocato una grande accelerazione nei rimpatri, fino a quando nel febbraio 2017 l’Alta corte del Kenya ha dichiarato illegale la chiusura del campo.

Nel novembre 2016 Amnesty International aveva documentato come funzionari del governo keniano stessero minacciando i rifugiati per spingerli a lasciare Dadaab. L’organizzazione per i diritti umani aveva sollevato forti dubbi sulla “volontarietà” dei rimpatri.

mercoledì 25 ottobre 2017

Appello - Kenya - A Korogocho i fumi di una discarica avvelenano una scuola e una chiesa.

SIR
Kenya: p. Giudici (missionario), a Korogocho “fumi tossici della discarica illegale su scuola e chiesa. Intervenga la comunità internazionale”


“La cosa nuova è che non molto tempo fa, non più di un anno, si è creata a Korogocho un’altra discarica più piccola proprio sotto la chiesa e la scuola di St. John, da una parte, e le case del quartiere di Ngunyumu, dall’altra. 
In breve tempo lo stagno che si trovava lì è stato riempito di rifiuti che poi vengono bruciati. St. John è rimasta, da allora, preda di un fumo acre costante che copre l’anfiteatro che funziona da chiesa, ma, soprattutto, la scuola che ospita quasi mille bambini”. 

A denunciare al Sir la difficile situazione che vive la popolazione di uno dei più grandi slum di Nairobi, è padre Stefano Giudici, missionario comboniano già parroco della parrocchia di St. John e ora impegnato come formatore nel seminario internazionale della Congregazione nella capitale keniana. 

Padre Giudici non ha però dimenticato la sua gente e ha deciso di lanciare un appello perché “solo lo spostamento della protesta a livello internazionale può, forse, smuovere qualcosa”. Purtroppo, precisa il missionario, non si tratta di una novità assoluta: da trent’anni, infatti, la popolazione dello slum convive con la presenza dell’immensa discarica di Dandora, situata proprio di fronte a Korogocho e sotto le case di Dandora. 

La discarica, chiusa nel 2001, non ha però mai smesso di raccogliere, bruciare e selezionare (da quelli che vi ci lavorano) i rifiuti della capitale. 

Oggi però la situazione è ulteriormente peggiorata con la nascita di questa nuova discarica illegale. “A nulla – precisa padre Giudici – sono valse le pressioni e le proteste della gente, della Chiesa, di parte della società civile. I due ‘cartelli’ che gestiscono questa discarica sono coperti dal potere delle autorità, dalla polizia al ‘chief’ (l’autorità amministrativa a Korogocho) ai rappresentanti locali nell’Assemblea della Contea. 

Tutti sono coinvolti, in un modo o nell’altro, direttamente (prendendo tangenti sul business illegale) o indirettamente, per inazione e indifferenza. La gente prima protesta, poi, come è abituale per i poveri più poveri, impotenti, inascoltati e dimenticati, si adatta e si limita a dire ‘ci siamo abituati, non possiamo fare niente’. E ovviamente ha paura dei cartelli (rigorosamente ‘bipartisan’, cioè appoggiati politicamente dai due maggiori partiti, proprio quelli che si stanno combattendo oggi per le elezioni presidenziali)”. 

“Davvero – conclude il missionario – il senso di impotenza è grande perché quelli a cui ci si dovrebbe rivolgere per ottenere giustizia, sono proprio quelli che beneficiano di questa situazione”.

mercoledì 11 ottobre 2017

Kenya: commissione diritti umani, 37 persone uccise in proteste post-elettorali di agosto

Agenzia Nova
Nairobi - Il rapporto è stato pubblicato nel giorno in cui l’opposizione è scesa nuovamente in piazza questa mattina per chiedere le dimissioni dei membri della Commissione elettorale keniota (Iebc), in vista della ripetizione delle elezioni generali in programma il prossimo 26 ottobre. 

Le nuove proteste, come riferisce il quotidiano “Daily Nation”, sono in corso a Nairobi, Lamu, Kisumu, Kakamega, Homa Bay e Mombasa ed erano state annunciate la scorsa settimana dal leader dell’opposizione Raila Odinga, dopo che i colloqui con la commissione elettorale non hanno portato ad alcun accordo in vista della ripetizione delle elezioni. 

All’inizio di settembre la Corte suprema ha invalidato i risultati del voto dello scorso 8 agosto, che avevano visto vincitore il presidente uscente Uhuru Kenyatta.

domenica 13 agosto 2017

Kenya: Kenyatta resta presidente ma esplodono violenze. 100 vittime tra cui diversi bambini

Ansa
Uhuru Kenyatta resta presidente del Kenya ma, come nel 2013, l'annuncio ufficiale della sua elezione da parte della Commissione elettorale, la notte scorsa ha scatenato accuse di brogli e proteste di piazza dell'opposizione. 


La Croce Rossa e un'organizzazione kenyana di difesa dei diritti umani hanno riferito che, dalla chiusura dei seggi martedì scorso, almeno 24 persone sono state uccise e 93 sono rimaste ferite in scontri con la polizia. Tra le vittime, anche una bambina di 9 anni che, secondo il disperato racconto del padre, stamane stava giocando per strada con altri bambini quando è scoppiata una sparatoria e una pallottola vagante l'ha colpita uccidendola. 

Secondo i dati forniti dalla Commissione elettorale, il 56enne Kenyatta ha vinto con il 54,31% dei suffragi mentre il suo antagonista Raila Odinga, 72 anni, si è fermato al 44,81%. 

L'opposizione ha parlato di "farsa elettorale" e di voto informatico truccato. Gli scontri più violenti si sono avuti proprio nei quartieri periferici della capitale, Mathara e Kibera, e nella città di Kisumu, tutte roccaforti dell'opposizione. La polizia è intervenuta con molta decisione, usando gas lacrimogeni e manganelli e sparando anche ad altezza d'uomo. 

Anche quattro giornalisti ne hanno fatto le spese, picchiati e costretti a consegnare le loro attrezzature. Secondo il governo la situazione nel Paese è generalmente sotto controllo e gli interventi della polizia sono stati compiuti contro "criminali e teppisti e per impedire saccheggi". 

Finora l'opposizione ha denunciato brogli ma non ha chiesto alla popolazione di scendere in piazza e non sembra abbia intenzione di fare ricorso alla Corte suprema come inutilmente aveva fatto nel 2013. 

Inoltre la notte scorsa Kenyatta, figlio del primo presidente dall'indipendenza dalla Gran Bretagna, ha mandato all'opposizione un messaggio di distensione parlando di "mano tesa con amicizia e collaborazione" e ha invitato tutti a "lavorare insieme per far diventare grande il Paese". 

La situazione viene monitorata con attenzione dalla comunità internazionale che spera, come la maggior parte dei kenyani, in una stabilità a lungo termine per realizzare le molte promesse di una crescita economica che finalmente demolisca tre "storiche" piaghe, le divisioni interetniche, la corruzione e la povertà. 

Dal canto loro, organizzazioni umanitarie come Human Rights Watch si sono rivolte direttamente alla polizia chiedendo che si impegni "per far diminuire e non aumentare la violenza".

giovedì 22 giugno 2017

Kenya, una lattina per suonare. Viaggio tra i "bambini spazzatura"

La Stampa
Reportage fotografico tra i “bambini spazzatura” di Nairobi. Nel progetto di recupero i rifiuti diventano strumenti musicali


Bambini spazzatura: chokorà, che in swahili, la lingua ufficiale del Kenya, significa rifiuto. Sono chiamati così a Nairobi i giovani che vivono attorno all’enorme discarica di Dandora. Considerati al pari dell’immondizia, nell’organizzazione intorno a questa montagna di cinque chilometri quadrati loro sono gli ultimi. Inferiori anche agli animali. Passano le giornate a scavare in un inferno di rifiuti che ribolle, fermenta e marcisce, portando con loro un odore dilagante e inestinguibile. 


Tra vetri, materiali organici e lamiere rischiano di ferirsi e ammalarsi. Cedono all’abuso di droga e di alcol: colla da respirare e distillati casalinghi tossici. Lo fanno per meno di un euro al giorno. Il compito, condiviso con altri membri della famiglia, è quello di selezionare materiali che possono essere venduti. Molto spesso, la discarica dà loro anche da mangiare: cibo spazzatura a Nairobi non significa un hamburger a basso prezzo, ma frutta avariata, barattoli di yogurt marciti e scarti di produzione.

Non tutte le storie dei chokorà, però, finiscono male. Le fotografie di Valentina ne raccontano un’altra. «È una storia di recupero: i rifiuti diventano strumenti musicali». In venti giorni a Nairobi ha seguito l’ong Amref in uno dei percorsi organizzati nella baraccopoli di Dagoretti: i materiali di scarto vengono portati i laboratorio e trasformarti in tamburelli e percussioni. Si spezza così il circolo vizioso degli slum e il lavoro è curato da operatori che a loro volta sono stati aiutati da Amref.

«Più del 97% di loro proviene dalle zone dove l’organizzazione è presente», come spiega Fabio Bellumore della sede romana della organizzazione. È proprio Amref Italia, per festeggiare i 60 anni di attività dell’ong, che ha organizzato la mostra fotografica (dal 22 giugno alla Galleria Mario Giusti di Milano ). Quindici foto in bianco e nero, e una sorpresa: due strumenti creati dai ragazzi di Dagoretti saranno suonati dalla violinista Eleonora Montagnana. La musica è parte integrante del progetto, che si intitola proprio «Un barattolo che voleva suonare».

«Ricordo Pauline, mamma della baraccopoli», racconta Valentina. «Da quando i suoi bambini non sono più costretti ad andare in discarica, lei ha iniziato a cantare gospel, canta tutto il giorno». Lo stigma di rifiuti è andato via, l’odore è scomparso. Ora dai Chokorà arriva il suono di un mondo che riscrive il proprio futuro.

Nicolas Lozito, foto di Valentina Tamborra

sabato 11 febbraio 2017

Kenya, no alla chiusura del campo di Dadaab: 300 mila profughi salvi

Globalist 2.0
Il Tribunale keniano ha disposto l'annullamento della decisione del governo che voleva chiudere il campo più grande del mondo
I rifugiati della Somalia non saranno più cacciati dal campo profughi più grande del mondo, quello di Dadaab, al confine meridionale del Kenya con lo stato somalo, che ospita in Kenya quasi 300 mila persone.

L'Alta Corte del Kenya ha annullato la decisione governativa di chiuderlo. “La decisione del governo della Repubblica di Kenya del campo di Dadaab è da considerare nullo - ha detto il giudice John Mativo, dopo una denuncia presentata dalla Commissione Nazionale per i diritti del Kenya e dall'Unhcr, oltre che dalla Ong Kituo Cha Sheria. 

Da parte sua, il governo keniota per giustificare la sua decisione, ha presentato argomenti di sicurezza, senza peraltro fornire prove di rischi che la potessero violare. 

Il Tribunale ha stabilito che il governo keniano non ha trovato prove del fatto che i rifugiati somali possano tornare in patria in sicurezza. Fonti governative di Nairobi sostengono che il campo di Dadaab viene utilizzato dal gruppo terroristico al-Shabab per reclutare nuovi membri e come base per sferrare attacchi in Kenya. Tuttavia, non sono state fornite prove al riguardo. 

La stragrande maggioranza dei profughi vuole restare. Il governo del Kenya ha reso noto che farà appello contro la decisione.

La decisione del governo di cacciare i rifugiati somali - ha detto il giudice - costituisce un atto di persecuzione di un gruppo, è illegale, discriminatoria e quindi incostituzionale e viola il diritto internazionale"

La struttura di Dadaab, aperta nel 1991 per ospitare i somali in fuga dal conflitto nel loro paese, è gestita dall’Onu, che aveva denunciato l’alto rischio umanitario di una possibile chiusura. Ora una prima vittoria delle tante organizzazioni umanitarie e degli stessi rifugiati c’è stata. Donne, uomini e bambini potranno continuare a ricevere protezione internazionale.

martedì 25 ottobre 2016

Kenya - Il Presidente commuta tutte le condanne a morte. Sono 2.747 detenuti nel braccio della morte

Blog Diritti Umani - Human Rights
Il presidente Uhuru Kenyatta ha firmato la commutazione pendolarismo tutte le condanne a morte in pene detentive vita. Sono 2.747 detenuti nel braccio della morte. Tra loro 92 donne.



L'ultima commutazione della condanna a morte in ergastolo è avvenuta nel 2009 dall'allora presidente Mwai Kibaki.

Invocando il potere della misericordia di cui all'articolo 133 della Costituzione, il presidente Kenyatta ha anche firmato un mandato di perdono e liberato 102 detenuti.

Il potere della Misericordia è un potere in appannaggio al Presidente dalla Costituzione e comporta la concessione di indulto per condannati riabilitati e meritevoli di rilascio anticipato dalla prigione.

venerdì 21 ottobre 2016

Kenya. Rilasciati 7 mila detenuti, "serve spazio per autori di crimini più gravi"

NovaLe autorità del Kenya hanno stabilito il rilascio di circa 7 mila prigionieri dalle proprie carceri, nelle quali occorre spazio per "autori di crimini più gravi". 


Lo ha annunciato il presidente Uhuru Kenyatta nel corso delle celebrazioni della Giornata degli eroi, nella quale il paese ricorda ogni anno quanti contribuirono all'indipendenza del Kenya. 

"Adesso ci sarà lo spazio per mettere dentro individui condannati per reati più gravi come la corruzione. In carcere avranno tutto lo spazio e il cibo di cui hanno bisogno", ha affermato il capo dello stato, aggiungendo che a essere scarcerati saranno colpevoli di reati minori come piccoli furti. 

Kenyatta ha ammesso nell'occasione che la corruzione resta uno dei più gravi problemi del paese, aggiungendo di aver chiesto al nuovo capo della magistratura di prestare più attenzione al fenomeno rispetto al passato.

La Somalia accusa il Kenya di scaricare i rifugiati oltre il confine senza minimo supporto

The Post Intenazionale
Le autorità somale hanno denunciato che il governo keniano sta “scaricando” i rifugiati somali sul confine lasciandoli senza il minimo supporto.Nairobi ha deciso di chiudere il campo profughi di Dadaab e rimpatriare entro la fine dell'anno 320mila rifugiati somali

Il Kenya sta rimpatriando migliaia di rifugiati somali "scaricandoli" oltre il confine. Credit: Reuters

Nairobi ha infatti annunciato a maggio che avrebbe chiuso il campo rifugiati di Dadaab che ospita oltre 320mila rifugiati somali e che li rimpatrierà entro la fine dell’anno.

Negli ultimi cinque mesi lo stato meridionale somalo di Jubaland, che confina con il Kenya, si è andato riempiendo di campi improvvisati per accogliere intere famiglie di somali espulsi da Nairobi.

Si tratta di sistemazioni estremamente precarie: scarso o nessun accesso a sanità e istruzione e forniture di acqua potabile e servizi igienici limitati se non assenti.

Le autorità locali hanno quindi lanciato l’allarme: il Jubaland non è in grado di far fronte questo ingente afflusso di persone.

La decisione del Kenya di rispedire in Somalia i rifugiati è legata all’approssimarsi delle elezioni in un clima di retorica anti-rifugiati alimentata dai timori che riguardano il gruppo estremista somalo al-Shabaab.

La mossa è stata però criticata sia dalle Nazioni Unite che da altre organizzazioni umanitarie, che sostengono sia sconsiderato forzare un numero così elevato di persone a tornare in un paese dove ancora infuria la guerra.

giovedì 19 maggio 2016

Kenya: chiusura campo di Dadaab, a rischio 320mila rifugiati

Radio Vaticana
E’ il più grande campo profughi del mondo, l’unico posto sicuro per 300-400mila rifugiati dell'Africa orientale: si chiama Dadaab e si trova nel nord est del Kenya. Dopo 25 anni il governo ha ribadito l’intenzione di chiuderlo e questa volta sembra intenzionato a farlo. Le ragioni sono discutibili, le alternative non ci sono e il dramma che si profila è incalcolabile, denunciano molte organizzazioni umanitarie. 


Somali al campo profughi di Dadaab
Chi lo ha visitato ne parla come un “limbo permanente per un popolo invisibile”, un “gigantesco parcheggio della disperazione”, per profughi di varie crisi. Oggi gli abitanti sono circa 325mila a Dadaab - quanto una città come Novara o Benevento - stipati in tende, in un “luogo roccioso e duro”, questo significa la parola "Dadaab". Qui le condizioni di vita sono pessime già oggi, dicono Medici senza Frontiere, unica possibilità di assistenza sanitaria presente. 

François Dumont di Msf:

"Queste persone sono in condizioni igieniche scarse, poco accesso ai servizi di base, pochissima organizzazione. Perché le condizioni di sicurezza in questa regione sono difficili: rimane un posto sperduto, una città in mezzo al nulla".

Ora la minaccia di chiusura, altre volte paventata e poi risolta con una lauta iniezione di liquidità internazionale, sembra seria. La sicurezza e le infiltrazioni terroristiche, tra i motivi, ma le Ong non sono d’accordo. Ancora Dumont di Msf:

"Sappiamo che ci sono questi problemi di sicurezza e comprendiamo anche la necessità del governo kenyota di proteggere la sua popolazione. Allo stesso momento, ci sono anche obblighi internazionali, gli obblighi umanitari di proteggere chi scappa dalla guerra, chi è rifugiato. Ci sono le Convenzioni di Ginevra che il Kenya ha firmato".

Mancanza di fondi e una campagna per le presidenziali del 2017 già avviata, in cui il tema dei rifugiati sarà un tema forte, sono le altre cause della decisione. Di certo, non c’è volontà politica di trovare alternative:

"Il governo kenyota potrebbe cercare altre soluzioni, come per esempio campi più piccoli, più al sicuro per le persone, più accettabili, o la ricollocazione, anche in altri Paesi, e questa è una soluzione che non è stata esplorata o ricercata abbastanza. Anche altre misure potrebbero essere incrementate per integrare le persone nella società keniana. A pochissime settimane dall’Accordo tra l’Unione Europea e la Turchia che, in un certo senso, nega anche l’asilo alle persone che fuggono dalla guerra verso l’Europa, e ora dopo questo annuncio molto preoccupante del Kenya, vorremmo dire al governo kenyota che potrebbe essere un esempio per il resto della comunità internazionale, e far vedere che si può trattare umanamente chi scappa dalla guerra e dai conflitti".

Ma è anche vero che, proprio le scelte politiche deboli dell’Europa in merito a rifugiati e profughi, possono avere ispirato il governo kenyota. Ancora Dumont:

"Infatti, c’è un doppio discorso degli Stati della comunità internazionale che dicono al Kenya e ad altri Stati di accogliere le persone che fuggono e scappano dalla guerra, ma che, allo stesso momento, l’Europa dimostra che sul suo proprio territorio non lo sta facendo. Quindi, noi non possiamo collegare l’annuncio del Kenya alla situazione in Europa, sicuramente però manda un segnale al resto del mondo che è molto preoccupante, perché vuol dire che si può decidere di non accogliere, di non trattare con umanità, le persone che hanno diritto di protezione. Per questo chiediamo al governo kenyota di riconsiderare la sua decisione, perché le persone oggi, se chiude il campo, saranno spinte o a ritornare in Somalia o forse a intraprendere il viaggio verso l’Europa passando per la Libia, eccetera. Le persone sono vulnerabili, sono esposte a violenze, sfollamenti ulteriori eccetera, perché sappiamo che la situazione in Somalia non è stabile. C’è un accesso limitatissimo alle cure mediche, in Somalia, e quindi questo vuol dire che se un alto numero di persone che sta nel campo di Dadaab sono costrette a non avere altra opzione che tornare in Somalia, sarebbe catastrofico, disastroso e devastante per loro".

Gabriella Ceraso

lunedì 8 febbraio 2016

Kenya, muore insegnante musulmano. Salvò cristiani da al-Shabaab: "O ci uccidete tutti o nessuno"

La Repubblica
Salah Farah, dopo un mese all'ospedale di Nairobi, è deceduto per le ferite riportate. La polizia ha scortato la salma a Mandera, dove lavorava come vice preside in una scuola locale. Il capo delle forze dell'ordine: "E' un vero eroe. Morto per proteggere innocenti"
Salah Farah
Nairobi - Eroi che muoiono in silenzio. Come Salah Farah, un insegnante keniota di religione islamica, ucciso per aver protetto alcuni cristiani. Morto per salvare dalla morte un diverso paradiso.

Il 21 dicembre, al-Shabaab, formazione islamista e cellula somala di al-Qaeda, ha teso un'imboscata a un autobus che si stava dirigendo a Mandera, città nel nord-est del Kenya. Col volto coperto, armati, in tuta mimetica, i militanti hanno fatto scendere i passeggeri e cominciato la loro caratteristica conta mortale. I musulmani da una parte, i cristiani dall'altra, due gruppi separati per ucciderne uno solo, in nome della sharia. Ma questa volta i passeggeri musulmani si sono rifiutati di collaborare.

"Gli abbiamo chiesto di ucciderci tutti o di lasciarci andare" ha raccontato Salah Farah al Daily Nation dopo l'attacco. Anche lui si trovava sul bus. "Appena abbiamo parlato hanno sparato a un ragazzo, e a me".

Il 18 gennaio, Farah, dopo un mese trascorso al Kenyatta National Hospital di Nairobi, è morto per le ferite riportate. La polizia ha scortato il suo corpo a Mandera, dove viveva e lavorava come vice preside in una scuola locale.

"E' un vero eroe" ha detto di lui il capo della polizia keniota, Joseph Boinnet, "è morto per proteggere innocenti".

"Siamo fratelli", ha detto Farah a Voice of America all'inizio di questo mese. "E' la religione a fare la differenza, quindi chiedo ai miei fratelli musulmani di prendersi cura dei cristiani in modo che i cristiani possono prendersi cura di noi".

Farah era musulmano, prima di morire ha fatto in tempo a raccontare che si era rifiutato di sacrificare i passeggeri cristiani perché credeva fermamente nella convivenza pacifica tra musulmani e non musulmani. E quel giorno sull'autobus non è rimasto solo, altri passeggeri musulmani a bordo lo hanno affiancato, dando i loro veli ai cristiani perché si confondessero, perché non fossero riconoscibili.
Mentre passeggeri e militanti si trovavano faccia a faccia, sulla strada polverosa era arrivato un camion. Sospettando fosse la polizia, i terroristi si erano nascosti dietro un cespuglio. Approfittando della pausa, i passeggeri erano saliti sul bus e scappati. Un vigile urbano e il conduttore del camion sono stati uccisi. Al-Shabaab ha rivendicato la responsabilità per l'attacco.
Nonostante gli sforzi da parte delle autorità del Kenya, al-Shabaab resta una minaccia grave. Separare musulmani e non musulmani durante gli attacchi è diventata la loro firma. All'inizio di quest'anno individui affiliati con il gruppo hanno preso d'assalto i dormitori Garissa University, un piccolo college nel nord del Kenya, e ucciso 147 studenti. Hanno separato studenti non musulmani dai loro colleghi musulmani, poi li hanno massacrati. Nel novembre dello scorso anno, il gruppo ha rivendicato l'uccisione di 28 persone: anche loro erano su un autobus diretto a Mandera. Hanno subito la stessa esecuzione.

La scorsa settimana l'esercito è stato attaccato dei militanti in una delle sue basi in Somalia, subendo pesanti perdite. Da circa quattro anni Al-Shabaab sta attraendo un numero crescente di musulmani del Kenya da poco convertiti. Sembra che i combattenti kenioti costituiscano il 10 per cento del totale delle forze del gruppo, si tratta spesso di giovani appartenenti alle classi più povere del Kenya, e questo li rende particolarmente sensibili alle attività di propaganda e reclutamento. Un keniota pentito, ex membro del gruppo terrorista e che ora collabora con la polizia, ritiene che la formazione impieghi i kenioti per le azioni più pericolose, in modo tale che i membri storici del gruppo restino indenni.
La prima operazione importante dopo la fusione con al-Qaeda è stata l'attacco al centro commerciale Westgate Mall di Nairobi, in Kenya, iniziato il 21 settembre 2013 e terminato il 24 dopo ripetuti assalti delle forze di sicurezza keniane. Molti dei morti sono stati, secondo i testimoni, uccisi per non aver saputo rispondere a venti domande inerenti al recitare versetti del Corano o i nomi del profeta Maometto.

venerdì 25 dicembre 2015

Kenya, musulmani fanno da scudo ai cristiani sul bus. In fuga terroristi islamici di Al Shabaab

La Stampa
«Ammazzateci tutti musulmani e cristiani, oppure lasciateli andare». Con questo gesto di estremo coraggio e lucida follia un gruppo di kenioti musulmani ha evitato l’ennesima carneficina di civili cristiani ad opera del gruppo jihadista somalo Al Shabaab.
I miliziani somali Al Shabaab sono stati messi in
fuga dal gesto di coraggio dei passeggeri
La comitiva si trovava a bordo di un autobus nei pressi di El Wak, Nord del Kenya, a pochi chilometri dal confine con la Somalia, quando i guerriglieri hanno assaltato l’automezzo e hanno intimato ai passeggeri di scendere. Cristiani da una parte, musulmani dall’altra, in un rituale diventato ormai tragicamente comune in questa parte d’Africa. Inginocchiati, con un mitra alla nuca e ormai rassegnati alla morte, i kenioti cristiani, che stavano tornando a casa da Nairobi per celebrare il Natale, sono stati miracolosamente graziati dalla reazione inattesa dei connazionali musulmani, che si sono frapposti tra loro e i terroristi come scudi umani. Un gesto che ha messo in fuga i guerriglieri, basiti e frustrati da tanto coraggio. 

Durante l’assalto, in preda al panico, due kenioti, la cui confessione religiosa è ignota, hanno provato a scappare e sono stati uccisi. L’autista e altri due passeggeri sono stati feriti, ma non sembrano in pericolo di vita.

Una reazione estrema che dimostra come la popolazione del Nord del Kenya, prevalentemente musulmana e di origini somale, sia esausta dei ripetuti attacchi delle milizie jihadiste di Al Shabaab che stanno mettendo in fuga cristiani e non dall’arida e povera regione settentrionale del Paese.

Nel 2015, proprio a seguito di un’esecuzione a opera del gruppo fondamentalista islamico in cui erano stati divisi i cristiani dai musulmani, più di duemila persone tra maestri di scuola e operatori sanitari, anche occidentali, hanno deciso di abbandonare l’area per motivi di sicurezza. Un episodio identico, e con un finale ben più drammatico, si era verificato un anno fa, quando 36 cristiani kenioti, sempre a bordo di un pullman di ritorno per le festività natalizie, erano stati sequestrati dalle milizie somale. Non essendo in grado di recitare i versetti del Corano furono trucidati sul posto. È di otto mesi fa il dramma del campus dell’Università di Garissa: terroristi somali uccidero 147 ragazzi «colpevoli» di professare una fede differente da quella dei jihadisti.

Secondo i servizi di intelligence kenioti, nelle ultime tre settimane almeno 200 terroristi sarebbero entrati nel Paese. Un ulteriore incentivo al progetto del Presidente Kenyatta di realizzare un muro lungo tutto il confine tra Kenya e Somalia per provare ad arginare la minaccia terroristica.

lunedì 21 dicembre 2015

Allarme colera in Kenya nel campo profughi a Dadaad, il piu’ grande del mondo

Dire
Allarme colera a Dadaab, il piu’ grande campo profughi al mondo. Secondo l’organizzazione non governativa Medici senza frontiere (Msf), negli ultimi giorni sono stati registrati oltre 540 casi. Almeno sette i decessi.
“Le piogge stanno esacerbando una situazione igienica gia’ precaria” ha detto Charles Gaudry, capo di Msf in Kenya. Secondo il responsabile, “l’epidemia potra’ essere fermata solo migliorando le condizioni igieniche”. Nel campo profughi vivono oltre 350.000 somali, fuggiti dal conflitto armato nel loro paese d’origine.

venerdì 13 novembre 2015

Kenya - Associazioni islamiche per i diritti umani assolte da accuse di terrorismo

MISNA
Un tribunale del Kenya ha assolto due associazioni islamiche per i diritti umani dall’accusa di sostenere e finanziare il terrorismo. La corte di Mombasa ha disposto inoltre lo scongelamento dei conti correnti delle due associazioni in questione, sostenendo che “lo Stato non ha portato prove sufficienti perché ne venisse ordinata la chiusura”.

Haki Africa e Muslims for human rights avevano dovuto sospendere le loro attività nell’aprile scorso a causa delle accuse a loro carico: avrebbero fatto parte di una rete di altre 85 associazioni che reclutavano e finanziavano le attività del gruppo estremista somalo Al Shabaab.

“Questa sentenza non è solo una vittoria per nle organizzazioni della società civile – scrive Haki Africa in un comunicato inviato a MISNA dopo il pronunciamento – ma per la Costituzione e la popolazione del Kenya in generale”.

La pubblica accusa ha annunciato che presenterà ricorso.

[AdL]