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giovedì 23 febbraio 2017

Indonesia - Jakarta - Gli uomini-carretto di Jakarta non sono più soli

Huffington Post
Li chiamano "uomini-carretto". Perché non solo utilizzano grossi cassoni con le ruote per raccogliere tutto ciò che possono per sopravvivere, ma perché ci vivono dentro: ci dormono, ci mangiano, è la casa che si portano appresso per le vie della sterminata città. Parliamo di Jakarta, capitale dell'Indonesia, e del suo popolo di homeless: 30 mila, dieci volte più di Roma che ne conta circa 3 mila.




Sono per lo più loro - in assenza di servizio pubblico - a garantire la raccolta e la selezione dell'immondizia. E nel traffico congestionato di una capitale modernissima, dove le contraddizioni sono di casa e splendidi palazzi sorgono accanto a fogne a cielo aperto, si vedono muovere questi strani personaggi, in simbiosi con i loro cassoni, che sembrano arrivati da un'epoca lontana. Di notte il carretto, da strumento di lavoro, si trasforma in casa. E ci si dorme dentro da soli o, più spesso, con tutta la famiglia.
Anche in un'aerea metropolitana che supera i 30 milioni di abitanti gli "uomini-carretto" non possono però essere considerati "invisibili". Tutti li vedono, tanti sanno di loro, molti approfittano dei loro servizi, ma non si fermano. Come accade del resto anche nelle nostre città europee.

Come i nostri senza dimora, anche gli "uomini-carretto" indonesiani sono prima di tutto persone. Ci sono tra loro donne e bambini che hanno semplicemente bisogno di un po' di aiuto per riacquistare dignità e cercare di uscire dalla loro condizione. Ma se è vero che fra i tanti muri che crescono nel mondo c'è anche l'indifferenza, è altrettanto provato che anche quella può essere scossa.

Lo abbiamo visto in Italia, durante l'emergenza freddo, quando all'appello di Sant'Egidio hanno risposto in tanti. Non solo portando coperte, ma offrendosi per visitare i senza dimora. Si è creato in pochi giorni un movimento di solidarietà che continua dopo il freddo.

Anche a Jakarta, il muro si sta sgretolando. Il volontariato è un fenomeno decisamente recente, nelle società asiatiche, dominate dalla competitività e dal culto del profitto. Ma si va facendo strada l'esigenza di ricavare degli spazi di gratuità e di umanità, magari fermandosi con chi vive per strada e, appunto, dentro un carretto.

Così oggi, anche per le vie di Jakarta, è possibile incontrare gruppi di volontari, indonesiani che aiutano altri indonesiani, come la stessa Comunità di Sant'Egidio che ne assicura il sostegno, portando cibo, cercando risposte ai loro problemi, o semplicemente fermandosi a parlare, in controtendenza rispetto ad una società asiatica dove prevale la produttività sopra ogni cosa.

Un segnale importante per l'umanizzazione delle grandi metropoli mondiali, che ormai, nel bene e nel male, si assomigliano in tutti i continenti. E al tempo stesso per il dialogo, se si pensa che l'Indonesia è il Paese con più musulmani del mondo e che a svolgere questo tipo di volontariato sono, in gran parte, giovani e adulti cristiani.


Roberto Zuccolini

domenica 1 febbraio 2015

Indonesia Jakarta pronti per altre 5 esecuzioni di narcotrafficanti. La Chiesa: Curate le dipendenze

AsiaNews
La procura generale annuncia l’imminente esecuzione di altri condannati a morte per traffico di droga. Confermata la linea dura voluta dai vertici della giustizia, col sostegno del presidente Jokowi. Per i vescovi, contrari alla pena di morte, essenziali gli interventi nel campo della prevenzione e del contrasto al consumo.

Jakarta - Il dipartimento del Procuratore generale (Ago) in Indonesia annuncia l'esecuzione a breve di un secondo blocco di persone, condannate in passato per droga. Incuranti delle proteste di attivisti e gruppi pro-diritti umani del Paese e internazionali, i vertici della giustizia - col sostegno del presidente "riformista" Joko Jokowi Widodo - proseguono nel solco della linea dura contro il narcotraffico. Nelle scorse settimane Jakarta ha già giustiziato sei persone, fra cui quattro stranieri, per reati legati alla vendita di stupefacenti; nei prossimi giorni, anche se la data non è stata ancora fissata, verrà eseguita la pena capitale nei confronti di cinque detenuti rinchiusi nel braccio della morte. Essi provengono da Francia, Ghana, Filippine, Australia e Indonesia.

Ieri il procuratore generale H.M. Prasetyo, nel corso di un'audizione al Parlamento, ha confermato l'imminenza delle esecuzioni dei cinque prigionieri; il dipartimento sta ultimando i dettagli, anche in considerazione delle difficoltà causate dal maltempo e dalla pioggia. "Siamo ancora alla ricerca - ha dichiarato - del posto ideale [per l'esecuzione]". Il Paese, ha aggiunto il funzionario, mantiene la linea del rigore contro la droga e il suo impegno a punire con la pena massima i grandi trafficanti, che muovono le pedine del commercio internazionale.

In precedenza il presidente Jokowi ha voluto sottolineare, ancora una volta, che non saranno graziati i trafficanti condannati per droga; il pugno di ferro, ha aggiunto il capo di Stato, è la sola via per combattere la droga in Indonesia, nazione che nel tempo è diventata un "importante crocevia" del commercio.

Di recente l'Agenzia nazionale per il narcotraffico (Bnn) ha pubblicato un rapporto da cui emerge che almeno cinque milioni di indonesiani sono "dipendenti" - a vario titolo - dalla droga; un problema che preoccupa anche i vescovi indonesiani, che contrastano la linea dura voluta dal presidente ma, al tempo stesso, invocano interventi nel campo della prevenzione e del contrasto al consumo di stupefacenti.

Lo scorso anno la Conferenza episcopale indonesiana (Kwi) ha lanciato un piano pastorale per il recupero dei tossicodipendenti, sostenuto dallo stesso Bnn. Interpellato da AsiaNews in occasione del lancio del programma di riabilitazione promosso dalla Kunci Foundation, l'arcivescovo di Yogyakarta mons. Johannes Pujasumarta, segretario generale Kwi, avverte che "bisogna fare qualcosa per risolvere il problema".