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martedì 30 ottobre 2018

Jair Bolsonaro nuovo presidente del Brasile: vigiliamo sui rischi per i diritti umani del nuovo governo

Amnesty Italia
Il candidato di estrema destra Jair Bolsonaro è diventato il nuovo presidente del Brasile, ottenendo il 55,2 per cento dei voti al secondo turno, contro il 44,8 per cento di Fernando Haddad, candidato del Partito dei Lavoratori e appoggiato dall’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva.


In campagna elettorale Bolsonaro ha promesso leggi più elastiche sul controllo delle armi e una licenza di uccidere a priori per i funzionari di polizia. Queste proposte, se realizzate, peggiorerebbero il già tragico contesto di violenza letale in un paese in cui si verificano 63.000 omicidi l’anno, di cui più del 70 per cento a causa delle armi da fuoco, e nel quale la polizia commette approssimativamente 5.000 omicidi l’anno, molti dei quali sono di fatto esecuzioni extragiudiziali.

Ancora, Bolsonaro ha minacciato le terre delle popolazioni native, attraverso la modifica delle procedure di demarcazione dei terreni e l’autorizzazione a progetti per lo sfruttamento delle più importanti risorse naturali. In tal senso, ha anche parlato di allentare le norme sulla salvaguardia dell’ambiente e ha criticato le agenzie di protezione ambientale del Brasile, mettendo in pericolo il diritto di tutte le persone di godere di un ambiente sano.

“Il neoeletto presidente ha portato avanti una campagna elettorale con un programma apertamente ostile ai diritti umani e ha spesso fatto dichiarazioni discriminatorie sui differenti gruppi sociali. Se questa retorica si trasformerà in azioni politiche, la sua elezione a presidente del Brasile potrebbe rappresentare un enorme rischio per le popolazioni native e le quilombolas (le comunità dei discendenti dagli schiavi), le comunità rurali tradizionali, le persone Lgbti, i giovani neri, le donne, gli attivisti e le organizzazioni della società civile”.

Lo ha dichiarato Erika Guevara-Rosas, direttrice di Amnesty International per le Americhe, commentando l’elezione di Jair Bolsonaro e Hamilton Mourão alle cariche di presidente e vicepresidente del Brasile.

Bolsonaro e Mourão, entrambi militari riservisti del Brasile, hanno pubblicamente difeso i crimini commessi durante il precedente regime, inclusa la tortura. Questo accresce la prospettiva di una marcia indietro nel cammino verso la protezione dei diritti umani intrapreso dalla fine del regime militare e con l’adozione della Costituzione federale del 1988.

“Ora che il processo elettorale è concluso, siamo tutti di fronte alla sfida di proteggere i diritti umani di ogni persona in Brasile. Amnesty International sarà al fianco dei movimenti sociali, delle Ong, degli attivisti e di tutti quelli che difendono i diritti umani per assicurare che il futuro del Brasile porti più diritti e meno repressione”, ha aggiunto Guevara-Rosas.
La critica situazione dei difensori dei diritti umani in Brasile

Il Brasile ha uno dei tassi più alti di uccisione di difensori dei diritti umani e attivisti del mondo: decine di loro vengono assassinati ogni anno per aver difeso diritti che dovrebbero essere garantiti dallo stato.

In questo grave contesto, le dichiarazioni del neopresidente sul voler porre fine all’attivismo e dare un giro di vite ai movimenti sociali organizzati rappresentano una minaccia concreta ai diritti alla libertà d’espressione e di assemblea pacifica garantiti dalle leggi nazionali e internazionali.

“Le istituzioni pubbliche del Brasile devono intraprendere azioni ferme e risolute per proteggere i diritti umani di tutti quelli che difendono i diritti umani nel paese e si mobilitano per questo. Queste istituzioni rivestono un ruolo centrale nella protezione dello stato di diritto e per impedire che queste proposte diventino realtà”, ha sottolineato Guevara-Rosas.

“La comunità internazionale rimarrà vigile nel vincolare lo stato brasiliano ai suoi obblighi di rispettare e garantire i diritti umani”, ha concluso Guevara-Rosas.

sabato 27 ottobre 2018

Elezioni Brasile: con Bolsonaro la violenza di Stato sarà impunita. Da gennaio sono già 1.181 le morti provocate dalle forze di sicurezza. Ong in allarme.

Osservatorio Diritti
Il numero di persone uccise da polizia ed esercito nello stato di Rio de Janeiro batte tutti i record storici. Eppure Jair Bolsonaro, candidato e favorito alle elezioni in Brasile del 2018, sostiene che «il poliziotto che non ammazza non è un poliziotto». Domenica si vota per il secondo turno. A sfidare Bolsonaro è Fernando Haddad.


Jair Bolsonaro
Il numero di morti ammazzati da polizia e militari nello stato di Rio de Janeiro supera per la prima volta nella storia quota mille. Da gennaio a settembre, infatti, sono state ben 1.181 le persone cadute vittime dei colpi di arma da fuoco esplosi dalle forze di sicurezza carioca. Un 2018 che sarà ricordato dunque, comunque vada da oggi fino a fine dicembre, come l’anno più letale nella storia dello stato di Rio.

E se i cittadini, le ong e le associazioni per la difesa dei diritti umani leggono questi dati con preoccupazione, la pensa diversamente il candidato di estrema destra e super-favorito al secondo turno delle elezioni presidenziali del Brasile, che si terranno domenica 28 ottobre. Jair Messiah Bolsonaro – che sfiderà Fernando Haddad, il “sostituto” di Lula in queste per il Partito dei lavoratori – propone infatti di rafforzare il pugno duro delle forze dell’ordine. Tanto da aver espresso più volte la convinzione che «il poliziotto che non ammazza non è un poliziotto», proponendo encomi per i poliziotti più “letali”.

Elezioni Brasile 2018: Bolsonaro pensa a dare «sicurezza giuridica» a polizia ed esercito

Il conservatore Bolsonaro, ex militare nostalgico della dittatura e apertamente a favore della tortura, è noto per le sue posizioni radicali nel campo della sicurezza pubblica e come sostenitore della tolleranza zero da parte di polizia e forze armate. Nel suo programma di governo, insieme ad altre misure, Bolsonaro propone l’esclusione della responsabilità penale per i poliziotti che uccidono nel corso delle proprie attività.
L’obiettivo di questa sorta di “depenalizzazione” è far sì che i poliziotti non siano puniti nel caso in cui dovessero uccidere qualcuno durante un confronto armato. Secondo il piano di governo presentato dal candidato, «bisogna dare certezza che, nell’esercizio della propria attività professionale, i poliziotti siano protetti da una rete di sicurezza giuridica».

Secondo diversi analisti, questa misura potrebbe provocare un’ulteriore impennata di violenza in un periodo segnato da una crisi in campo della sicurezza e in un paese nel quale gli standard storici di efficacia investigativa e certezza della pena sono già estremamente bassi. Al momento, infatti, la protezione per i poliziotti arriva quasi sempre all’impunità. Dei circa 64 mila omicidi che si registrano nel paese, è realmente investigato solo tra il 5 e l’8 per cento del totale. E nel caso in cui l’omicidio sia commesso da un poliziotto in servizio le percentuali di investigazione crollano più giù.

Rio de Janeiro: con i militari aumenta la violenza
La stragrande maggioranza delle morti è stata registrata nell’ambito di operazioni condotte nelle favelas carioca, oggetto di una rinnovata guerra al narcotraffico, rilanciata dalle istituzioni a partire lo scorso febbraio.


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