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domenica 24 ottobre 2021

Sulle strade di Haiti tra fame e miseria. I giovani disperati in lotta per il futuro. Contro la fame i rapimenti come principale fonte di guadagno

La Repubblica
In un Paese in cui il 70% della popolazione ha meno di 30 anni manca tutto: il cibo, l'energia elettrica, l'assistenza sanitaria. I più fortunati fuggono sperando di arrivare negli Stati Uniti. Per molti di quelli che restano i rapimenti sono diventati una delle principali fonti di reddito. Ieri il sequestro di diciotto missionari protestanti.


Vedere con i propri occhi i numeri del dramma di Haiti suscita per un verso sgomento, per l'altro sdegno assieme all'urgenza di gridarlo comunque. Chi ha letto il rapporto 2020 sulla fame e la denutrizione nel mondo redatto dalla Fao sa che il 48,2% della popolazione di Haiti (più di 5 milioni di persone, poco meno della metà della popolazione del Paese) patisce una fame cronica; il 21,9% dei bambini sotto i cinque anni soffre di arresto della crescita, il 6,5% muore. Il 70% della popolazione è senza assistenza sanitaria, il 60% senza accesso all'elettricità, il 27% vive sotto la soglia di povertà...e si potrebbe continuare.

Mentre atterro a Port au Prince, capitale di questa nazione martoriata, ho in mente anch'io questi e molti altri tragici numeri che ho letto per prepararmi a un breve viaggio. Vengo da Santo Domingo, e chi ha fatto questo volo si accorge della frontiera tra i due Paesi dal cambio di paesaggio: verde quello da dove viene e il deserto quello dove si atterra. E già questo mette sull'avviso. Quando poi la macchina che mi accompagna inizia ad attraversare la città, lo spettacolo di nugoli di bambini e cumuli di spazzatura mi assorbe: i numeri diventano volti (quale fra la ventina dei più piccoli che ho visto non festeggerà i cinque anni?). Neanche le frenate brusche per evitare le infinite buche delle strade dissestate mi distraggono. Al più mi ricordano che dobbiamo mantenere la velocità elevata e rimanere attaccati alla macchina della scorta: proprio ieri hanno rapito diciassette missionari protestanti - in una delle numerose zone abbandonate del Paese - e non è il caso di fare soste o deviazioni.

Il business dei rapimenti
I rapimenti sono diventati, così mi raccontano, una delle principali fonti di reddito di non pochi giovani che hanno fatto di questa attività l'unica fonte di reddito della loro vita. Non ci sono praticamente prospettive di lavoro...la più prospera è quella dei rapimenti. Il 70% della popolazione è sotto i 30 anni! I giovani più fortunati, e i pochi che non si arrendono malgrado tutto, sperano di prendere al più presto il diploma e di volare negli Stati Uniti: anche loro pretendono un pezzetto del sogno americano, e non importa se questo significa abbandonare il loro Paese, le loro famiglie, i loro amici. Haiti sembra non avere nulla da dare al 70% della sua popolazione che ha meno di 25 anni. Se poi sono donne, il destino è ancora più triste e pieno di violenza: sopravvivere alla fame non è sempre foriero di buone notizie. Lo sfruttamento delle ragazze e delle bambine è abitudine quotidiana.

Mi mostrano alcuni articoli che raccontano come si scappa da Haiti. Per raggiungere gli Stati Uniti un giovane Haitiano deve andare nella vicina Santo Domingo e da lì prendere un volo per il Cile, l'unico Paese del continente americano che non chiede il visto. Dopo alcune settimane di lavoro per racimolare qualche soldo si mette in marcia e, a piedi (sì, a piedi!) inizia un viaggio che dura anche tre mesi e che attraversa tutto il Centramerica. Chi resiste a passaggi in mare, superamento di valichi montani e attraversamento di foreste, si trova a un certo punto il Rio Grande che segna il confine tra Messico e Stati Uniti e il muro che in tutti i modi cerca di contenere questa onda continua. Sono dati che conosco, ma sentire i racconti carichi di rabbia e delusione e vedere le immagini delle persone travolte dal flusso delle acque del fiume volutamente innalzate per "pulire" il Rio Grande è un'altra cosa.

La speranza nel lavoro di associazioni e ong
Il vuoto politico e culturale di questa nazione - la tragedia dell'assassinio del Presidente rende il vuoto politico ancor più drammatico - sposta la speranza all'esterno dei suoi confini: ogni visitatore è accolto con favore ed è destinatario di una richiesta di aiuto. Insistono: qui manca totalmente la speranza per il domani e l'oggi è invivibile. 

Ci sono esempi e me li presentano di Ong e associazioni straniere che hanno progetti di risanamento e di sviluppo. Mi commuovono alcuni giovani di Sant'Egidio che con la "scuola della pace" si impegnano a far crescere più serenamente, per quanto possibile, i bambini di uno slam della capitale. Ma è come la goccia nel mare, o meglio nel deserto di vita e di speranza. Mi chiedono di parlare di loro al Papa, convinti che la sua autorità morale possa innescare un rinnovamento in una popolazione che non riesce a trovare al suo interno una forma strutturata e feconda per affrontare la situazione in cui versa.

Penso al recente discorso che Papa Francesco ha rivolto ai movimenti popolari latinoamericani in cui ha lodato la loro capacità di accompagnare e fare crescere un popolo e mi chiedo se possa valere anche qui. Vedo un popolo resiliente che attende un nuovo futuro per il proprio Paese.
Vedo il bene che fanno, anche a medio termine quei progetti che, seppur avviati da soggetti stranieri, fanno crescere le realtà locali chiedendo di diventare protagonisti del loro futuro e, dono ancor più prezioso di soldi e contributi, offrono loro un motivo per farlo.

Il grido di aiuto di questa popolazione giovane e martoriata risuona sempre più prepotente nella mia testa e nel mio cuore: da oggi ha la forma della giovanissima madre il cui sguardo incrocio in uno "slum" della capitale, o del giovane vescovo di Anse-à-Veau che mi racconta dell'infinito disastro prodotto da un terremoto che ha colpito la sua città.

Il grido di aiuto di una nazione non può essere inascoltato. Men che meno dall'Europa che questa isola magnifica ha, lungo i secoli, diviso, depredato e infine abbandonato. In diversi mi chiedono perché l'Italia non riapre l'ambasciata ad Haiti chiusa diversi anni fa. Io mi chiedo come possiamo tornare a camminare insieme a questo popolo, dismettendo le vesti terribili dei colonizzatori e assumendo quelle amichevoli dei compagni di viaggio. Perché, in questo mondo ormai fattosi stretto, ci possiamo salvare solo insieme: noi, ormai avanti negli anni, e i giovanissimi ragazzi che stazionano rumorosamente lungo le strade tutto il giorno senza che nessuno faccia qualcosa per loro. Solo insieme. Ci salveremo.

Vincenzo Paglia -  Presidente della Pontificia Accademia per la vita



venerdì 24 febbraio 2017

Gravissime condizioni delle carceri di Haiti. Morti di stenti 42 detenuti nel 2017

La Sicilia
Port-Au-Prince - Le "crudeli, disumane" e "degradanti" condizioni in cui vivono i carcerati nel più grande penitenziario di Haiti hanno portato alla morte 42 detenuti dall'inizio dell'anno. 
Una immagine delle impossibili condizioni di detenzione nelle prigioni di Haiti



Lo ha denunciato Sandra Honore, rappresentante speciale delle Nazioni Unite nel Paese, nel giorno in cui si sono tenuti nella capitale Port-au-Prince i funerali di massa di una ventina di prigionieri morti recentemente nel carcere. 

Tra le cause dei decessi vi sono la penuria di cibo e medicine, oltre alle malattie che non vengono curate. Lo ha ricordato Marie Lumane Laurore al funerale del figlio: "Questo è un Paese senza giustizia", ha urlato prima di svenire accanto alla bara. 

I familiari di Eddy Laurore hanno aggiunto che l'uomo è stato affetto da anemia e tubercolosi durante tutti i due anni in cui è stato rinchiuso nel penitenziario, accusato di violenza sessuale.

mercoledì 22 febbraio 2017

Haiti. Benvenuti all'inferno: nelle carceri. Fame, sovraffollamento e malattie

rainews.it 
"Questo è l'inferno. Finire in carcere ad Haiti ti fa uscire pazzo se non ti uccide prima." Sono le parole di Vangeliste Bazile, accusato di omicidio è uno dei detenuti in attesa di giudizio nel Penitenziario Nazionale di Port-au-Prince a Haiti, come lui l'80 per cento dei prigionieri aspetta di essere sentito da un giudice, un'attesa che può durare indefinitamente.

"Temo che non vedrò un giudice finché non sarò vecchio" dice Paul Stenlove, 21 anni, in carcere da 11 mesi. I detenuti si accalcano intorno ai reporter dell'Associated Press entrati per verificare le denunce levate dagli avvocati e dagli attivisti per i diritti umani. 

Il 40 per cento degli 11mila detenuti di tutto il paese sono rinchiusi in questa fornace decrepita e maleodorante situata a pochi passi dalla sede del governo.Sovraffollamento, malnutrizione e malattie infettive stanno provocando una lenta strage. 

Sono 21 gli uomini deceduti nel penitenziario solo nell'ultimo mese. "È il peggior tasso di morti prevedibili che abbia mai visto" dice John May, un medico americano che fa volontariato nell'isola con la sua associazione "Health Through Walls" (Salute attraverso le mura).

Decine di detenuti emaciati, indeboliti da fame e dalle malattie sono ammassati nella cosiddetta "infermeria". Alcuni "fortunati" vengono isolati e reclusi in apposite celle. Gli altri sopravvivono chiusi per 22 ore al giorno in celle così sovraffollate che per dormire o dividono in quattro una branda o si creano vari piani con giacigli di fortuna appesi al soffitto o alle sbarre delle finestre. 

Le condizioni igieniche sono terribili, in mancanza di sufficienti latrine i reclusi sono costretti a defecare in sacchetti di plastica.
Secondo uno studio recente dell'Istituto di ricerca per la politica criminale dell'Università di Londra Haiti detiene il primato mondiale del sovraffollamento carcerario con una percentuale impressionante: il 454 per cento rispetto alla capienza degli istituti con celle da 20 dove dormono fino a 80/100 persone. Solo le Filippine di Duterte si avvicinano a questo record con il 316 per cento. L'unico obiettivo è sopravvivere. 

"Solo chi è forte può farcela qui" dice Ronel Michel, recluso in uno dei blocchi dove le mura esterne sono imbrattate delle feci che i detenuti sono costretti a gettare fuori dalle finestre sbarrate. C'è anche chi non soffre la fame. Sono i pochi fortunati a cui i parenti riescono a portare cibo, sigarette e provviste dall'esterno.
La situazione è tragica nonostante che con una sentenza del 2008 la Corte Inter-Americana dei Diritti Umani - il corrispettivo della Cedu europea - avesse ordinato al governo haitiano di portare le sue prigioni inumane a un livello minimo di standard internazionali. 

In conseguenza del devastante sisma del 2010 c'erano state molte donazione e molti progetti delle organizzazioni umanitarie internazionali si erano focalizzati sulla questione delle carceri. Uno di questi progetti è stato proprio la costruzione di un nuovo blocco, amaramente soprannominato "Titanic", costato 260mila dollari e finanziato dalla Croce Rossa Internazionale. Doveva dare sollievo, ma oggi è forse la sezione più sovraffollata del carcere.

"È una battaglia quotidiana solo per tenerli in vita" dice Thomas Ess, capo delegazione della Croce Rossa ad Haiti. Brian Concannon, direttore di un istituto no profit per la "Giustizia e democrazia" ad Haiti dice: "Il grave sovraffollamento è dovuto in parte alla corruzione rampante. Giudici, pubblici ministeri e avvocati alimentano un giro di mazzette che crea un circolo vizioso infernale: "Se 9 detenuti su 10 sono dentro in carcerazione preventiva e la persona non ha speranza di avere un giusto processo per anni, la famiglia fuori cercherà un modo per raccogliere il denaro sufficiente a pagare le tangenti necessarie a farlo uscire, a prescindere dal fatto se sia innocente o no".
In questo scenario dell'orrore c'è chi tenta di dare almeno una degna sepoltura ai morti. Danton Leger, procuratore capo di Port-au-Prince ha organizzato le sepolture occupandosi anche dei fiori, prima i corpi di chi moriva dentro le mura del carcere venivano gettati in una discarica: "Qui le persone sono costrette a vivere come degli animali, almeno che vengano sepolti come esseri umani".