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venerdì 20 aprile 2018

Giordania: campagna attivisti diritti umani contro fenomeno spose-bambine. 10.000 matrimoni di minorenni all'anno

AnsaMed
Amman - Un gruppo di attivisti per i diritti umani in Giordania ha avviato una campagna per combattere il fenomeno dei matrimoni precoci, che sembra essere andato fuori controllo negli ultimi anni nel Paese a causa dell'aumentata povertà e dell'arrivo di rifugiati dai Paesi vicini, in particolare la Siria. 


Oltre 10.000 ragazze sotto i 18 anni si sposano ogni anno in Giordania, secondo i dati resi noti dall'organizzazione che ha avviato la campagna, la Sisterhood is Global Institute (SIGI).

L'iniziativa è stata denominata 'Nujoud', dal nome di una ragazza yemenita nota per essersi sposata a soli 10 anni e avere divorziato pochi mesi dopo, diventando la più giovane divorziata di cui si abbia notizia nel mondo. 

I sostenitori della campagna vogliono che il Parlamento giordano abolisca un articolo di legge che consente il matrimonio sotto i 18 anni di età e impedisce ai giudici di decidere eccezioni alla normativa. 

I promotori dell'iniziativa sottolineano che in una società tribale come quella giordana i matrimoni di ragazze in tenera età sono sempre stati diffusi, ma il fenomeno si è aggravato con l'arrivo di centinaia di migliaia di rifugiati siriani. 

Per molte di queste famiglie dare in sposa una figlia comporta vantaggi sia per la regolarizzazione del proprio status sia in termini di entrate economiche. Secondo la direttrice di SIGI, Asma Khader, il matrimonio delle ragazze in tenera età dovrebbe essere considerato come un crimine alla stessa stregua del traffico di esseri umani.

giovedì 7 settembre 2017

Rifugiati siriani in Giordania: il 41% non va a scuola, aumentano le spose bambine

Agenzia Nova
La Giordania ospita 2,8 milioni di rifugiati: 660.582 sono i rifugiati siriani registrati (51 per cento dei quali sono bambini), di cui 337.557 sono i minorenni siriani registrati. I bambini di età inferiore ai 5 anni registrati sono 102.390. 



I profughi presenti in Giordania rappresentano circa un-quarto della popolazionen locale di 9,5 milioni di persone. Il campo profughi più grande della Giordania è quello di Zaatari, dove vivono circa 80mila persone. L'altro campo profughi, quello di Azraq, ospita circa 35mila persone (dati relativi al primo trimestre del 2017).

L’impegno di Unicef Italia in Giordania riguarda in particolare l’accoglienza dei rifugiati nei due campi principali di Zaatari e Azraq e l’istruzione dei più giovani. Lo afferma oggi ad “Agenzia Nova” il direttore generale di Unicef Italia, Paolo Rozera, a margine di un incontro sui progetti dell’Unicef in Giordania, avvenuto a Roma. “Stiamo lavorando sul campo dell’istruzione che rimane l’arma principale che questi ragazzi hanno per ipotizzare di aver un futuro quando finalmente la guerra finirà”, dichiara Rozera. Il funzionario di Unicef spiega che “tutti loro vogliono ritornare. Ma il problema è che se ritornano dopo aver perso sette anni di istruzione fanno parte di quella che viene definita ‘lost generation’”. 

L'Italia, a livello governativo, è impegnata, in particolare, nell'iniziativa "No Lost Generation", contribuendo dal 2013 con una donazione di 3,1 milioni di euro verso i programmi di protezione ed istruzione dell'Unicef in Giordania. Il progetto mira alla promozione dell'accesso all'istruzione pubblica da parte di tutti i bambini che vivono in Giordania, anche di altre nazionalità, ed offrire sostegno psico-sociale per alleviare le condizioni di disagio.

Un altro aspetto su cui si concentra l’iniziativa di Unicef Italia attraverso i fondi dei privati è quello delle spose bambine, chiarisce Rozera, che auspica di poter ritornare in Giordania il prossimo ottobre per seguire da vicino il progetto. Ricordando la precedente visita nel regno hascemita, il direttore generale di Unicef Italia cita una frase che lo ha colpito che campeggia all’ingresso del più grande campo profughi della Giordania, quello di Zaatari: “Se educhi un uomo, educhi solo quell’ uomo. Se educhi una donna, educhi un’intera nazione”. Per Rozera questa affermazione è “verissima”, per questa ragione “lavorare per aiutare le donne a cambiare il loro futuro e non essere delle spose bambine, per cui la loro adolescenza viene cancellata, è una delle cose su cui ci vogliamo concentrare ed utilizzeremo testimonial italiani per cercare di ampliare i riflettori su questo fenomeno”.

L’Unicef, ricorda Rozera, segue anche tutto ciò che riguarda il settore dell’acqua e della sanità. “Fino a due anni fa c’erano dei camion che portavano le acque alle tende, mentre adesso ci sono delle tubature costruite dall’Unicef ed in tal modo si evitano anche malattie”, precisa il funzionario. I progetti finanziati con i fondi raccolti da Unicef Italia vengono individuati dall’Unicef Giordania, da Ong locali e dal governo di Amman, che ne valuta la priorità ed i costi di realizzazione. Interrogato sugli aspetti significativi della sua visita in Giordania, Rozera si è detto “molto colpito dall’ospitalità e dall’etica dell’accoglienza del popolo giordano, un paese che è il secondo per scarsità di acqua”.

Il direttore generale di Unicef Italia evidenzia che “non è soltanto il governo giordano ad accogliere, ma anche i sindaci. L’Unicef sta facendo una campagna promozionale per far capire che i ragazzi che arrivano in Giordania rappresentano un’occasione”. Come esempio di “occasione” generata dalla presenza dei profughi nel regno, Rozera cita il caso di una scuola aveva solo due aule: attraverso un progetto di Unicef sono state costruite altre due aule e sono stati risistemati i servizi igienici. Infine, Rozera evidenzia lo “spirito costruttivo” con cui i giordani affrontano “i problemi perché sentono che è doveroso aiutare chi sta fuggendo da una guerra”.

giovedì 3 agosto 2017

Giordania, abolita la legge che salva gli stupratori che sposano le loro vittime

La Stampa
Soppresso il famigerato articolo 308 che permetteva agli uomini di evitare il processo. Ora la nuova regola dovrà essere approvata dalla Camera alta e controfirmata da Re Abdullah

La Camera Bassa del Parlamento giordano ha abolito il famigerato articolo 308, che permetteva agli stupratori di evitare il processo se sposavano la loro vittima. Ora la nuova legge dovrà essere approvata dalla Camera alta e poi controfirmata da Re Abdullah, ma il percorso ormai è scontato. Le organizzazioni per i diritti umani segnano così una importante vittoria.

Il governo soddisfatto
L’abrogazione è passata all’unanimità e all’annuncio del presidente della Camera Atef Tarawneh è scattato un lungo applauso, con i deputati in piedi. Fuori dall’aula i manifestanti, moltissime donne, hanno esultato e si sono abbracciati. Il primo ministro Hani Mulki si è congratulato con il Parlamento: «Ringraziamo tutti, quell’articolo era contro i nostri valori».

Negli altri Paesi arabi
Dopo i passaggi istituzionali l’articolo 308 sarà cancellato dal codice penale della Giordania. Le leggi pro-stupratori erano una volta la norma nei Paesi arabi e resistono ancora in molte nazioni con un codice penale laico, come Libano, Algeria, Iraq, Kuwait, Libia, Siria. In Tunisia, Marocco, Egitto norme di questo tipo sono state invece già abolite.

La gioia degli attivisti
«Questa è una vittoria per le donne e il movimento dei diritti umani in Giordania», ha commentato Salma Nims, segretario generale della Commissione giordana per le donne. La legge è stata approvata anche dai partiti vicini ai Fratelli musulmani, che l’hanno considerata «contraria alla Sharia e all’Islam».

I delitti d’onore
Resta però la piaga dei «delitti d’onore». L’anno scorso ci sono stati 36 casi di omicidi con vittime donne, e in otto casi il movente era «l’onore» di mariti, padri e fratelli che si sono sentiti in dovere di punire con la morte un comportamento “disonorevole”. Nel 2015 i casi di femminicidi sono stati 39, 9 per motivi “d’onore”.

Giordano Stabile

domenica 5 marzo 2017

Giordania - Pena di morte, 15 impiccagioni in un giorno.

Imola Oggi
Sono state messe a morte il 4 marzo all’alba in Giordania 10 persone accusate a vario titolo di terrorismo e altre 5 per crimini comuni. Lo riferisce l’agenzia ufficiale del Regno. Gli estremisti erano stati condannati per attacchi alle forze di sicurezza, all’ambasciata giordana in Iraq nel 2003, ai siti turistici.

Era dal febbraio 2015 che la Giordania non eseguiva condanne a morte. In quell’occasione erano stati impiccati due iracheni in rappresaglia per il pilota arso vivo dall’Isis.

venerdì 16 settembre 2016

L'inferno dei 75mila profughi ostaggi nel deserto tra Siria e Giordania

Avvenire
Le pietre ammassate descrivono una circonferenza sul terreno sabbioso. Un sasso più grande è conficcato, come una lapide. Le immagini, catturate dal satellite, sono inequivocabili. Si tratta di tombe. Una, due, due, tre, decine. Tutto attorno ai tumuli si stende, come un gigantesco polveroso alveare, il campo profughi nel quale – è la denuncia di Amnesty International, che ha mostrato le immagini dell’orrore – vivono “imprigionati” 75mila profughi siriani. 


Il cimitero vicino al campo improvvisato al confine tra Siria e Giordania
La loro fuga si è arenata qui, in questa «terra di nessuno» tra Siria e Giordania, dopo che Amman ha “chiuso” ai rifugiati, negando qualsiasi possibilità di accesso al Paese. Abu Mohamed è chiuso nel campo – una sorta di “lago” artificiale di sabbia per fare da cuscinetto tra i due Paesi – da giugno. La sua testimonianza è drammatica. «Abbiamo acqua da bere ma quasi niente cibo e latte. È terribile. Sono morte molte persone», racconta.

Da due mesi la situazione del campo si è fatta, se possibile, ancora più tragica. Dopo l’attentato che il 21 giugno ha causato la morte di sette agenti della polizia di confine, la Giordania ha chiuso i valichi di frontiera di Rukban e Hadalat, bloccando «completamente la già limitata fornitura di assistenza umanitaria alle persone intrappolate». Spiega Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia: «Queste persone non ricevono più cibo da due mesi. L’ultima volta gli aiuti sono stati lanciati con una gru. Poi più nulla. E le scorte si stanno rapidamente assottigliando». La (fragile) tregua nel Paese potrà alleviare le sofferenze per questi profughi? «È difficile – dice Noury – nessuno si fida: tornare indietro significherebbe per molti esporsi nuovamente ai rischi dei raid russo-siriani».

Nel campo si muore. «L’assenza di cure mediche adeguate e le drammatiche condizioni di vita hanno conseguenze letali. La mancanza d’igiene, la situazione sanitaria e il limitato accesso all’acqua potabile hanno provocato numerosi casi di epatite, che si ritiene essere la principale causa di morte tra i bambini», denuncia Amnesty. Da giugno, secondo fonti umanitarie, vi sono stati almeno 10 decessi causati dall’epatite, nella maggior parte dei casi per itterizia. Gli operatori hanno riferito della morte di almeno nove partorienti. «La situazione – dice Tirana Hassan, direttrice per le risposte alle crisi di Amnesty International – è un’amara fotografia delle conseguenze della vergognosa mancanza di condivisione delle responsabilità per la crisi globale dei rifugiati, a seguito della quale molti Paesi confinanti con la Siria hanno deciso di chiudere le loro frontiere ai rifugiati». Le Nazioni Unite stanno negoziando con le autorità giordane un piano che preveda l’apertura di centri di distribuzione degli aiuti umanitari a due chilometri di distanza dal confine: una sorta di zona franca nella “terra di nessuno”, che consentirebbe la ripresa della fornitura di aiuti.

La tregua, sempre più fragile, sempre più a rischio, che doveva consentire agli aiuti umanitari di raggiungere le popolazioni martoria dal conflitto, si sta rilevando “impotente”. Un’occasione che rischia di naufragare. Nessun aiuto è stato ancora consegnato, anche se le forze armate siriane hanno cominciato il ritiro di truppe e armamenti pesanti per creare una zona demilitarizzata ad Aleppo. E Mosca ha annunciato di aver fermato al momento i raid. «Si sta perdendo tempo», ha denunciato l’inviato speciale Onu per la Siria, Staffan de Mistura. «Il governo di Damasco – ha insistito il diplomatico – non ha ancora fornito l’autorizzazione ai convogli dell’Onu per l’accesso a cinque aree del Paese». Diversa la versione offerta da Mosca. Che incolpa gruppi ribelli. Impedirebbero loro la consegna degli aiuti. Secondo il rappresentante permanente della Russia presso la sede Onu di Ginevra, Alexey Borodavkin, i due convogli di 20 camion sono alle porte dei quartieri orientali ddi Aleppo, ma i ribelli minacciano di aprire il fuoco contro i convogli.

«Da troppo tempo – è l’appello della Comunità di Sant’Egidio – il popolo siriano attende quella pace che è stata grave responsabilità negargli da parte degli attori sul terreno e da una comunità internazionale a lungo immobile. La speranza è che questa tregua renda possibile l’invio immediato di aiuti alla popolazione, soprattutto ad Aleppo e negli altri luoghi a lungo esclusi dall’assistenza umanitaria. Sarebbe doveroso che le forze in campo cogliessero questo momento di relativa calma per iniziare un serio negoziato di pace».
E mentre si parla di un nuovo round negoziale tra l’opposizione e il governo siriano da tenersi a fine settembre, la tregua – fa sapere ancora Mosca – sarebbe stata violata 45 volte. Nel giro di 24 ore.




Luca Miele

venerdì 1 luglio 2016

Siria - Allarme MSF: 60.000 profughi bloccati al confine Giordania. Condizioni terribili. Molti bambini.

ANSAmed
Beirut - Circa 60.000 persone bloccate in condizioni terribili presso il confine nord-orientale della Giordania con la Siria hanno bisogno di aiuti umanitari urgenti e di protezione internazionale. Questo l'appello che l'organizzazione medico-umanitaria Medici Senza Frontiere (MSF) ha lanciato oggi in una conferenza stampa ad Amman.



A seguito di un attacco suicida contro una vicina postazione militare, avvenuto lo scorso 21 giugno, in cui sette soldati giordani sono stati uccisi e altri 14 feriti, le persone che vivono in campo informale nella zona conosciuta come "Berm", sono da quel giorno senza cibo o assistenza medica. Hanno ricevuto solamente acqua ma in quantità estremamente limitate.

"Queste persone - oltre il 50 per cento delle quali sono bambini - hanno un disperato bisogno di cibo, acqua e cure mediche. Non si può aspettare oltre" dichiara Benoit De Gryse, responsabile delle operazioni di MSF.

"L'assistenza da sola non basta. Alle persone in fuga dalla guerra dovrebbero essere offerti protezione internazionale e un luogo sicuro dove vivere. Né la Siria né il confine sono luoghi sicuri oggi", prosegue De Gryse. "Questa è una responsabilità collettiva e un massiccio fallimento della comunità internazionale. Non è solo una responsabilità della Giordania.

Ci sono molti paesi sia all'interno sia all'esterno della regione che dovrebbero farsi avanti per offrire un luogo sicuro ai rifugiati".

domenica 27 marzo 2016

Giordania: Amnesty International denuncia violazioni dei diritti umani

Ansa
Amnesty International ha criticato oggi in un rapporto la Giordania per quelle che giudica violazioni dei diritti umani, compreso il mancato accesso dei rifugiati siriani alle cure mediche, il maltrattamento di detenuti e la repressione della libertà di stampa. 

Campo profughi in Giordania
Amman, si sottolinea tra l'altro nel rapporto, "ha negato l'ingresso ad oltre 12.000 rifugiati dalla Siria, che sono rimasti bloccati in difficili condizioni in un'area desertica sul versante giordano della frontiera con la Siria". 

Per quanto riguarda la libertà di espressione, Amnesty lamenta che i giornalisti siano spesso arrestati e processati per la pubblicazione di commenti critici verso le autorità. "Le autorità - afferma l'organizzazione - hanno ristretto i diritti alla libertà di espressione, associazione e raduno usando leggi che criminalizzano le proteste e altre forme di espressione pacifiche. Decine di giornalisti e attivisti sono stati arrestati".

mercoledì 23 marzo 2016

Giordania, 117.000 rifugiati nei campi, difficile accesso alle cure mediche

Corriere della Sera
La profonda inadeguatezza del sostegno della comunità internazionale e gli ostacoli posti dal governo della Giordania privano i rifugiati siriani dell'accesso a cure mediche e ad altri servizi fondamentali di medicina. 

Campo per rifugiati in Giordania
La denuncia è contenuta in un rapporto diffuso questa mattina da Amnesty International. Vi si raccontano toccanti storie di rifugiati siriani gravemente feriti ma respinti al confine giordano e in alcuni casi morti a seguito delle ferite.

La Giordania ospita 630.000 rifugiati siriani ufficialmente censiti dall'Alto commissariato Onu per i rifugiati. Sin dal 2012, tuttavia, la Giordania ha imposto sempre maggiori limitazioni ai siriani che cercano di entrare nel paese attraverso valichi di confine ufficiali e informali, fatta eccezione per i feriti di guerra.
Ma, come Amnesty International ha appreso da operatori umanitari e familiari di rifugiati siriani feriti in modo grave, non sempre questi ultimi riescono a entrare in Giordania. Nel luglio 2015, almeno 14 feriti gravi tra cui cinque bambini colpiti da una o più schegge di proiettile non sono stati fatti entrare in Giordania.
Secondo le informazioni ottenute da Amnesty International, quattro di loro - tra cui una bambina di tre anni - sono morti al confine mentre chiedevano invano di entrare. 

In un altro caso, un ragazzo di 14 anni in condizioni critiche non è stato fatto entrare in Giordania perché privo di documenti d'identità ed è morto il giorno dopo in un ospedale da campo siriano. 

Tra coloro cui è stato negato l'ingresso in Giordania figura una bambina di due anni e mezzo ferita alla testa a seguito di un attacco con barili bomba.
Il rapporto di Amnesty International evidenzia inoltre l'elevato numero di rifugiati siriani i quali, vivendo fuori dai campi loro assegnati, non sono in grado di accedere alle cure mediche a seguito degli aumenti disposti dal governo di Amman nel novembre 2014 o non hanno i documenti necessari per avervi accesso.

Dei 630.000 rifugiati siriani presenti in Giordania, 117.000 vivono in tre campi ufficiali nei quali hanno accesso all'istruzione, alle cure mediche, all'acqua, al cibo e ai progetti per l'impiego finanziati dalle Nazioni Unite e da organizzazioni nazionali e internazionali.
Per gli altri, le cure mediche restano un miraggio. Occorre pagare le prestazioni mediche e produrre documentazione aggiuntiva, tra cui una tessera rilasciata dal ministero dell'Interno. 

Almeno il 58.3 per cento dei siriani adulti con malattie croniche non è in grado di procurarsi medicinali o di accedere ad altri servizi di medicina. Costretti a decidere se pagare le cure mediche od occuparsi della sopravvivenza dei familiari, si tende a privilegiare quest'ultima.
[...]
Il rapporto di Amnesty International viene reso pubblico una settimana prima del vertice a livello ministeriale convocato dall'Unhcr, in cui agli stati verrà chiesto d'impegnarsi per reinsediare rifugiati e individuare ulteriori soluzioni per l'ammissione dei rifugiati siriani. Il vertice costituisce un'opportunità per i governi di mostrare solidarietà nei confronti dei cinque paesi che ospitano oltre 4,8 milioni di rifugiati siriani e fornire una speranza di vita a chi ne ha bisogno. Finora, la comunità internazionale si è impegnata a reinsediare 178.195 rifugiati siriani, un numero vergognosamente basso. Amnesty International chiede che almeno 480.000 dei rifugiati più vulnerabili che attualmente si trovano nei cinque principali paesi ospitanti - tra cui malati cronici, feriti e persone con disabilità - siano reinsediati in un paese terzo sicuro.


di Riccardo Noury


mercoledì 25 novembre 2015

Giordania: La vita a Zaatari, il più grande campo di rifugiati del Medio Oriente

Melting Pop
Il campo di Zaatari ospita circa 100 mila rifugiati siriani scappati dalla guerra civile
In alcune parti della Giordania la popolazione è quasi raddoppiata a causa del rapido flusso di rifugiati siriani nel paese.


Il campo di Zaatari, che si trova al nord vicino al confine con la Siria, è diventato ormai uno dei più grandi campi di rifugiati al mondo. Secondo le rilevazioni che sono state fatte dall’UNHCR, a luglio del 2015 il campo ospitava circa 81.000 rifugiati.
Il campo, istituito nel 2012 e costruito in soli nove giorni, si è espanso in maniera gigantesca, come mostra l’UNHCR con un post su Twitter. Attualmente è il campo di rifugiati più grande del Medio Oriente.
I rifugiati stanno iniziando ad adattarsi al nuovo ambiente poiché hanno capito che per il momento l’unica prospettiva all’orizzonte è quella di rimanere nel campo in Giordania per alcuni anni. Per questo motivo sono state aperte cliniche mediche, scuole e addirittura parchi giochi per i bambini. Tuttavia le strutture non sono sufficienti: nel campo vivono circa 9000 giovani tra i 19 e i 24 anni che per il momento non hanno ancora alcuna opportunità di formazione professionale.
Giordani e rifugiati siriani in competizione per le poche risorse disponibili

Come molte ONG hanno ripetutamente fatto notare, sta diventando sempre più difficile offrire servizi e condizioni di vita dignitose ad un così alto numero di persone. La risorsa che in particolare crea preoccupazione in questo momento è l’acqua. La Giordania infatti è uno dei paesi con meno risorse d’acqua al mondo a causa della posizione geografica del paese in mezzo al deserto. Il sistema di manutenzione non funziona in modo efficiente e la qualità dell’acqua è così scarsa che le persone locali normalmente non bevono dal rubinetto. Molte ONG hanno inoltre dimostrato che la metà dell’acqua è persa nella terra o è sottratta da altre persone senza pagare. La pressione sulle risorse umanitarie è talmente preoccupante che si ipotizza di aprire un nuovo campo a Azraq.

Sia la popolazione locale sia i rifugiati soffrono delle condizioni di vita sempre più difficili che durano più del previsto. All’inizio della crisi siriana, le comunità giordane avevano accolto in modo positivo i rifugiati siriani riconoscendo le difficoltà a cui i loro vicini di casa erano sottoposti. Negli ultimi tempi però i giordani iniziano a percepire i rifugiati siriani come veri e propri concorrenti in gara per appropriarsi delle poche risorse disponibili.

Secondo il generale giordano Waddah al-Hmoud, responsabile della sicurezza dei campi profughi, le tensioni tra giordani e siriani sono in aumento. "La Giordania ha bisogno di più soldi e più aiuto”, ha detto l’ambasciatrice dell’Unione Europea in Giordania, Joanna Wronecka. “Si stanno progettando riforme economiche con il Fmi ma i sussidi sui prodotti alimentari, il pane e il carburante sono finiti, e adesso stanno cercando di implementarli". Tali cambiamenti rischiano però, secondo l’ambasciatrice, di contribuire ad accrescere le tensioni con i siriani nel breve


Silvia Peirolo

martedì 22 settembre 2015

Giordania: premier Ensour, 1,4 milioni rifugiati siriani vivono nel regno

Agenzia Nova
Il primo ministro giordano Abdullah Ensour ha detto che la Giordania ospita circa 1,4 milioni di rifugiati siriani, mentre i paesi ricchi dell'Unione europea stanno lottando per far fronte all'afflusso di profughi dal paese devastato dalla guerra. 

Parlando a margine dell'incontro ad Amman con Stephen O'Brien, sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, il premier ha affermato che "alcune importanti nazioni ricche dell'Unione europea si trovano in uno stato di emergenza, a causa della questione relativa all'accoglienza dei rifugiati siriani”. 

Il capo del governo di Amman si è chiesto poi "come può un paese povero come la Giordania permettersi di prendere in circa 1,4 milioni di profughi siriani e sostenere i costi e gli oneri di ospitarli”.

lunedì 7 settembre 2015

Israele: iniziati lavori barriera su confine Giordania. Netanyahu, necessaria per 'bloccare migranti e terroristi'

AnsaTel Aviv - Israele ha iniziato oggi i lavori di costruzione del primo tratto di 30 chilometri - fra Eilat (Mar Rosso) e Timna - di una barriera che correrà lungo il confine con la Giordania, per collegarsi in futuro alla barriera che già esiste sulle alture del Golan. 

Lo ha riferito la radio militare. Il premier Benyamin Netanyahu ha precisato che Israele trova necessario circondarsi di barriere su tutti i suoi confini "per bloccare la marea di migranti e i gruppi terroristici".

Il primo tratto della barriera fra Israele e Giordania costerà l'equivalente di 70 milioni di euro e sarà completato fra un anno. Il suo scopo immediato è di proteggere da attacchi terroristici l'aeroporto internazionale in fase di costruzione a Timna e la linea ferroviaria che lo collegherà alla località turistica di Eilat, sul mar Rosso. 

Ieri Netanyahu ha precisato che intende in seguito completare la protezione dell'intero confine con la Giordania: un progetto che secondo la stampa richiederà 700 milioni di euro. La nuova barriera sarà simile a quella costruita negli anni passati lungo il confine con l'Egitto, che si è rivelata finora efficace a bloccare i fenomeni migratori e ad ostacolare le infiltrazioni di attentatori provenienti dal Sinai.

venerdì 14 agosto 2015

Wfp: allarme per tagli assitenza rifugiati siriani in Giordania

AskaNews
Roma - Preoccupata per l'aggravarsi delle condizioni dei rifugiati siriani in Giordania, la Direttrice Esecutiva del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (Wfp), Ertharin Cousin, ha concluso una visita al Regno hashemita, durante la quale ha incontrato le famiglie siriane.

La visita, come si legge in un comunicato diffuso dalla stessa agenzia dell'Onu, si è svolta in un periodo in cui il Wfp ha ridotto il livello di assistenza che fornisce a circa mezzo milione di rifugiati siriani che vivono fuori dai campi in Giordania, a causa di una grave carenza di fondi.

I tagli al valore dell'assistenza attraverso i voucher, combinati con le riduzioni nell'assistenza da parte di altre agenzie umanitarie, hanno avuto un impatto negativo sulla sicurezza alimentare della maggioranza dei rifugiati. Molti hanno hanno fatto ricorso a misure drastiche, quali ritirare i loro figli da scuola per mandarli a lavorare, o indebitarsi a livelli non sostenibili.
"Facciamo appello alla comunità dei donatori perché riconosca le sofferenze delle nostre sorelle e dei nostri fratelli siriani, e perché continui a contribuire generosamente, in modo da permetterci di sostenere famiglie disperate finché non potranno tornare alle loro case", ha detto Cousin. "Abbiamo bisogno che quanti hanno già dato contribuiscano maggiormente, e che coloro che ancora non lo hanno fatto investano nel nostro lavoro e nel futuro della Siria"

sabato 4 luglio 2015

Caritas Giordania: Onu diminuisce aiuti ai rifugiati dalla Siria, è catastrofe

Radio Vaticana
I fondi dell'Onu per i profughi siriani stanziati in Giordania stanno per essere tagliati, e presto 450mila di loro potrebbero essere ridotti alla fame, con conseguenze devastanti anche per la stabilità del Regno Hascemita. 


Bambino rifugiato siriano in Giordania
L'allarme viene lanciato in queste ore da Wael Suleiman, direttore generale di Caritas Jordan. “Il World Food Program dell'Onu - riferisce Suleiman all'Agenzia Fides - ha avvertito da una settimana che, per mancanza di risorse, interromperà l'invio di fondi per i profughi siriani, già diminuiti in percentuale dal mese scorso. Ieri sui media giordani c'era la notizia che, se non arriveranno più i soldi dell'Onu, si interromperà la distribuzione di cibo per 450mila persone. Che così saranno costrette a rubare, se vogliono sopravvivere”.

Soldi per le armi, non per i rifugiati
I profughi siriani presenti sul territorio giordano sono attualmente un milione e 400mila, di cui solo 650mila registrati presso gli uffici dell'Onu. “Questa catastrofe - sottolinea Suleiman, in riferimento alla ventilata sospensione degli aiuti internazionali - è anche un effetto delle politiche e degli sconsiderati interventi militari realizzati in Medio Oriente delle potenze straniere. Adesso, dopo aver contribuito a creare il disastro, se ne lavano le mani anche dal punto di vista delle emergenze umanitarie. E' evidente a tutti che solo una grande conferenza di pace potrebbe avviare processi di ricostruzione per provare a uscire da questa situazione, insostenibile anche dal punto di vista economico. Ma evidentemente c'è chi ha interesse a perpetuare questo caos. I soldi non ci sono per dar da mangiare ai profughi, ma si trovano sempre soltanto per costruire, vendere e comprare le armi”.

venerdì 5 giugno 2015

Human Rights Watch attacca la Giordania per gestione rifugiati

Arab Press
Al-Bawaba - L’ONG internazionale Human Rights Watch ha attaccato la Giordania accusandola di aver lasciato centinaia di profughi siriani bloccati nel deserto lungo la frontiera tra i due Paesi con scarso accesso agli aiuti, dopo aver chiuso il passaggio per la frontiera informale.
“Le autorità giordane hanno severamente ristretto” il passaggio dei profughi siriani dallo scorso marzo, ha dichiarato Human Rights Watch che ha chiesto alle autorità giordane di permettere ai rifugiati di entrare nel Paese e di lasciare che l’UNHCR, l’agenzia dell’ONU per i rifugiati, li inserisca nel registro dei richiedenti asilo.

lunedì 18 maggio 2015

Giordania: abusi in carcere, si dimette ministro Interno

La Repubblica
Amman - Il Re Abdullah di Giordania ha accettato le dimissioni del ministro dell'Interno, Hussein al Majali, in seguito ad uno scandalo per abusi nelle carceri. 
Rimosso anche il capo della polizia. 

Le dimissioni del ministro sono state accolte con spari di giubilo a Maan, dove la popolazione locale ha subito un pesante giro di vite da parte della polizia. Un detenuto sarebbe stato addirittura torturato a morte. 

martedì 10 marzo 2015

Giordania - Padre Khalil, accoglie nella parrocchia di Amman cristiani e musulmani in fuga dall'Isis

La Repubblica
In Giordania il prete cattolico dà ospitalita e sostegno a centinaia di persone in fuga da Siria e Iraq. "Siamo aperti a tutti, cristiani e musulmani"

Amman – Non avevo mai visto rifugiati sorridere davanti all'obiettivo fotografico del mio telefonino. Ma qui, nella scuola della parrocchia della Mater Ecclesiae, la chiesa cattolica che svetta sulle modeste case del quartiere Mark, fra i profughi cristiani arrivati, e che continuano ad arrivare da Mosul, in Iraq, l'atmosfera è diversa. Merito della presenza rassicurante e instancabile di un prete originario di Betlemme, padre Khalil, diventato un punto di riferimento per i cristiani iracheni in fuga dalle città e villaggi conquistati dallo Stato Islamico.

La fama di padre Khalil, se così si può dire, ha superato i confini tra la Giordania e l'Iraq. “Lo cercano ancora prima di arrivare – dice ammirata Sana, una giornalista giordana che fa parte del manipolo di volontari che aiuta il prete ad affrontare le mille emergenze quotidiane dei migranti - vogliono lui, perché sanno che è una persona onesta, generosa, spontanea e su cui possono contare”. Sana insegna l'inglese ai bambini iracheni nelle classi informali che don Khalil ha istituito aggirando gli ostacoli burocratici e le difficoltà materiali che impediscono ai piccoli rifugiati, in ogni parte del Medio Oriente dove hanno la ventura di arrivare, di frequentare le scuole locali. Qui, in 270 hanno avuto la fortuna di poter continuare a studiare.

Quando arrivo nella parrocchia, a mezz'ora di macchina dal centro di Amman, è appena finita la la messa serale. Il cortile della chiesa pullula di fedeli, uomini di tutte le età, donne vestite all'europea, bambini che giocano, corrono, s'inseguono. Ne scaturisce un brusio in qualche modo familiare, che sa di folla all'uscita dalla funzione domenicale in un paese del Sud. Mancano il venditore di palloncini e il carrettino dei bruscolini.

Si può dire che anche padre Khalil sia un simpatico cinquantenne meridionale. Piccolo, scattante, una mezzaluna di capelli residui che esaltano il naso importante, se ne sta nella navata centrale a decidere assieme ai suoi volontari dove dormirà la famiglia degli ultimi arrivati, padre, madre e due bambini, appena giunta da Mosul per aggiungersi alle altre 500 famiglie di rifugiati, all'incirca 2500 persone, attualmente assistite.

“Ma lei è italiano! Allora parliamo italiano!”, esclama padre Khalil dopo essersi presentato in inglese. Fendiamo la folla dove tutti lo salutano, lo fermano per parlargli o semplicemente per abbracciarlo. “Venga le faccio vedere che cosa facciamo qui. Innanzitutto la parrocchia è aperta ogni giorno dalle sei del mattino alle 11 di sera e non soltanto ai cristiani, ma anche ai musulmani della zona”. Entriamo in una specie di sala da svago, con una decina di tavoli dove si gioca a carte, a domino, e backgammon. “I rifugiati non possono lavorare, allora preferisco che vengano qui a giocare piuttosto che stare per strada senza fare niente”.

Passiamo per un salone stretto e lungo dove ogni giorno dall'una alle due vengono distribuiti 300 pasti caldi per quelli che non cucinano, sono soli, o non hanno i soldi per comprarsi qualcosa. Saliamo nella canonica, dove non ci sono santi alle pareti e l'unica immagine sacra è il collage di un Gesù assiro su uno sfondo dorato fatto da un bambino di 8 anni. “Vede che bravura. Solo otto anni. Può crederlo?”.

Don Khalil mi mostra i registri dei suoi scolari divisi per età, grado di studio, città d'appartenenza. Le schede degli adulti, divisi per famiglie, sono in due grandi classificatori. “Vede, qui non c'è posto per tutti. Allora siamo stati costretti ad affittare degli appartamenti nel quartiere. In un appartamento grande stanno due famiglie e costa 310 dinari giordani (circa 450 dollari) al mese, in uno piccolo, che costa circa 200 dinari, 300 dollari, mettiamo una sola famiglia. Certe volte arriviamo alla fine del mese senza i soldi per gli affitti. Ma la provvidenza di solito ci da una mano...”

Piglia due fogli ministeriali con l'insegna dell'aquila del Regno Hashemita. “Un giorno sono venuti due ispettori dell'ufficio tasse - racconta - e si sono portati via la contabilità. Dopo una decina di giorni hanno chiamato. Padre Khalil, mi hanno detto, dovrebbe venire in ufficio per chiarire certe cose. Si sa che il fisco, per definizione, fa paura dappertutto, ma non posso dire di essermi spaventato. Ero tranquillo. Vado e il funzionario mi dice: mancano le ricevute dei salari dei suoi collaboratori. Io cado dalle nuvole: salari? Ma da noi non ci sono dipendenti salariati. Quelli che lavorano con noi sono tutti volontari. Il funzionario non poteva crederci, ma poi si è offerto di aiutarmi a tenere la contabilità gratuitamente”.

L'avventura in Medio Oriente di padre Khalil data ormai da più di dieci anni, durante i quali ha anche dovuto affrontare rischi seri. “Un giorno di primavera del 2006 sono andato a Bagdad a prendere due bambini ricoverati in un ospedale iracheno, ma bisognosi di cure speciali, per portarli all'ospedale San Raffaele qui ad Amman. Il 2006 è stato, credo, l'anno più brutto e più violento dell'intera periodo dell' occupazione americana. Scendo dall'aereo, salgo su un taxi, ci fermano e vengo scaraventato dentro un'altra macchina. Mi avevano rapito. Sono rimasto per una settimana bendato e legato mani e piedi. Ho pensato che non ne sarei uscito. Sentivo il mio guardiano che affilava il coltello, ssc...ssc...e mi si gelava il sangue. La sua radio a transistor mi aiutava a tenere il conto del tempo che passava. Mi davano quattro datteri al giorno che non riuscivo a mangiare tanto mi battevano i denti per la paura. Ma la cosa più terribile è stata che non riuscivo a pregare, io, che per tutta la vita ho aiutato gli altri a dire le preghiere, le avevo dimenticate tutte. Un giorno è venuto l'Emir, il comandante del gruppo dei rapitori ad interrogarmi. Ha voluto sapere chi ero, che facevo, dove vivevo. A un certo punto l'ho interrotto e gli ho detto: senta emiro, se quello che le sto per dire non è vero io metto la mia vita nelle sue mani e lei ne farà quello che vuole, ma se è vero, mi lascerà andare: vada all'ospedale tal dei tali di Bagdad e controlli se ci sono questi due bambini che mi aspettavano per essere ricoverati ad Amman. Così hanno fatto. Dopo due giorni mi hanno messo nel portabagagli di una macchina e lì ho pensato veramente che per me era finita. Invece, mi hanno portato in giro per un'ora e poi mi hanno lasciato vicino ad una moschea dicendomi di non farmi vedere mai più a Bagdad. Quando mi sono tolto la benda degli occhi non riuscivo a vedere, la luce era accecante. Mi sono seduto sul marciapiede ed ho pianto come un bambino...”

Ma oggi quest'avventura e definitivamente alle spalle: padre Khalil ha continuato ad esercitare il suo ministero in un'altra parrocchia di Amman e ad aiutare a distanza i cristiani iracheni. Nel frattempo l'eco del suo operato ha raggiunto le più alte gerarchie. Il Nunzio in Iraq, monsignor Giorgio Lingua è venuto a trovarlo. Ma non solo: “Sono stato per tre giorni a Roma, a Santa Marta. Il Santo Padre: 'So tutto di lei, grazie per quello che fa'. Io gli ho regalato il distintivo che hanno fatto i miei ragazzi” e mi porge un un bottone nero su cui è spicca in bianco la lettera araba “nun”, la N, in italiano, che i jiadisti hanno dipinto come un marchio sulle case dei cristiani iracheni. “Nun” sta per “nusrani”, nazareni, spiega padre Khalil.

Al secondo piano della scuola incontriamo i 60 rifugiati che vivono nelle cinque aule: i materassi ammonticchiati in un angolo, il tappeto che serve da tavolo da pranzo e da salotto, le coperte che pendono da una corda tesa come paraventi per creare un po' di intimità. Bambini e adulti si affollano attorno a padre Khalil. Dalla cucina arriva un odore gradevole di patatine fritte in casa. La cucina, come le due uniche toilette, una per gli uomini e una per le donne, sono linde. I profughi fanno di tutto per mantenere il decoro.

Non amano parlare della loro odissea. I racconti si somigliano. Pare di capire che il momento più drammatico sia stato quando hanno dovuto comprare dai jihadisti la la possibilità di fuggire da Mosul, da Ninive, da Kharakhosh e dagli altri paesini che rappresentavano la culla della cosiddetta cristianità orientale.

Contrariamente a quanto hanno fatto con gli Yazidi, una setta orientale sulla quale hanno infierito con uccisioni e rapimenti di giovani donne poi vendute al mercato di Raqq, i jihadisti dello Stato Islamico hanno imposto ai cristiani di Mosul l'aut aut: pagare la tassa prevista dalla Sharia per continuare a viver sotto il Califfato o andarsene.

“Il giorno in cui abbiamo deciso di partire, racconta un giovane rifugiato che lavorava come tecnico informatico, dopo aver separato i maschi dalle femmine, ci hanno detto che dovevamo consegnare tutto: soldi, oro, gioielli e tutto abbiamo consegnato. Ci hanno lasciato soltanto i vestiti con cui sono venuti”. Decine di chilometri a piedi, con i bambini sfiniti e gli anziani a pezzi (due sono morti subito dopo il loro arrivo) poi, con mezzi di fortuna, fino a Erbil, la capitale della regione autonoma del Kurdistan e da li ad Amman. Di violenze preferiscono non parlare: “Una volta hanno fatto saltare una casa dove sono morte quattro persone. Allora abbiamo capito quale sarebbe stato il nostro destino”.
di Alberto Stabile

giovedì 5 febbraio 2015

Giordania esecuzione dei jiadisti. Amnesty: “La pena di morte non va usata come strumento di vendetta”

Euro News
Re Abdallah di Giordania promette una risposta severa contro il cosiddetto stato islamico. Di ritorno prima del previsto da una visita negli Stati Uniti, il re è stato ricevuto da migliaia di giordani con bandiere e la foto del pilota assassinato dall’Isil.

Abdallah ha incontrato i vertici militari e ha affermato che la Giordania combatte “una guerra senza posa per salvaguardare i propri valori, la propria fede e i principi umani”. Amman intensificherà l’impegno con la coalizione internazionale contro l’Isil in Siria, dove a dicembre era stato catturato Muaz Kassasbeh.

Mohammad al-Momani, portavoce del governo: “La Giordania lavora con i membri della coalizione per fermare l’estremismo e il terrorismo e continuerà a farlo. La nostra forza e la nostra capacità sono note a tutti, per cui la Giordania continuerà su questa strada e al momento appropriato annunceremo ulteriori azioni”.

Alla morte del pilota la Giordania ha reagito giustiziando la jihadista di cui l’Isil chiedeva la scarcerazione. “La pena di morte non va usata come strumento di vendetta”, ha commentato Amnesty International.
A Karak, a sud di Amman, la famiglia di Muaz Kassasbeh ha ricevuto le condoglianze di civili e soldati. Il padre Saif ha esortato il governo a giustiziare più jihadisti.

martedì 6 gennaio 2015

Pena di morte, Pakistan e Giordania sospendono la moratoria e continuano molte esecuzioni in Iran e Arabia Saudita

La Repubblica
I governi di Amman e Islamabad hanno sospeso la moratoria. Mentre Arabia Saudita e Iran segnano il primato in negativo degli ultimi anni circa il numero delle esecuzioni. Un passo nella direzione opposta arriva dal Maryland dove quattro condannati sono stati salvati dalla pena capitale
Roma - Un anno finito male per i sostenitori della moratoria sull'abolizione della pena di morte. A fermare il trand postitivo che aveva visto negli ultimi anni sempre più Stati virare perso l'abolizione, sono stati Pakistan e Giodania che il 21 dicembre 2014 hanno ripreso le esecuzioni.

Il ritorno del Pakistan. Dopo sei anni di moratoria de facto, Islamabad è tornata sui suoi passi. Una decisione presa dopo l'attacco alla scuola di Peshawar del 16 dicembre 2014, quando sette appartenenti al gruppo del Tehrik-i-Taliban Pakistan (i talebani pakistani) ha aperto il fuoco uccidendo 141 persone, la maggior parte bambini. Il giorno seguente, il presidente Nawaz Sharif ha annunciato la fine della moratoria per i reati legati al terrorismo. Dal 21 al 31 dicembre sono state giustiziate cinque persone nelle prigioni di Faisalabad e Peshawar, colpevoli di aver preparato e messo in atto l'attentato contro il generale Pervez Musharraf nel 2003.

In Giordania. Ancora più drastica la decisione di Amman, che dopo otto anni di sospensione, il 21 dicembre 2014 ha ripreso le esecuzioni impiccando undici uomini condannati per omicidio nel Centro di correzione e riabilitazione di Swaqa, una prigione a circa 70 chilometri dalla capitale. "Alcuni prigionieri - ha riferito una fonte interna al carcere all'agenzia di stampa Petra - hanno chiesto di dare un ultimo messaggio alle loro famiglie, altri solo di fumare una sigaretta". Dal 2006, anno dell'ultima esecuzione in Giordania, più di 120 persone sono state condannate alla pena capitale per omicidio, stupro di minori e spionaggio, ma le loro sentenze non sono state eseguite. Un'altra dimostrazione della fermezza della sua decisione Amman l'ha dato sul palcoscenico internzionale. Il 18 dicembre 2014, infatti, il rappresentante giordano all'Assemblea generale delle Nazioni Unite si è astenuto durante la votazione sulla Risoluzione per una moratoria sull'uso della pena di morte.

Iran e Arabia Saudita. Un record in negativo anche per Teheran e Riyad, che nell'anno appena concluso hanno registrato il maggior numero di esecuzioni degli ultimi anni. Una tendenza che non sembra arrestarsi dato che in soli quattro giorni (dal 29 dicembre al 1° gennaio) tre persone sono state decapitate dallo stato saudita per reati di omicidio e traffico di droga, facendo salire così a 86 le esecuzioni del 2014, il numero più alto degli ultimi cinque anni. Mentre, secondo l'Iran humans rights documentation center nel 2014 Teheran ha giustiziato almeno 707 persone, un numero impressionante, che segna un 10% in più rispetto al 2013.

Buone notizie dagli Stati Uniti. Un passo, ma nella direzione opposta, l'ha fatto lo Stato del Maryland, il 18° stato statunitense, nell'aver abolito la pena di morte. Promulgata il 15 marzo 2013, l'abolizione non aveva carattere retroattivo, così il 31 dicembre il governatore Martin O'Malley ha deciso di commutare in ergastoli senza condizionale le condanne a morte degli ultimi quattro detenuti nel braccio della morte. "In un governo rappresentativo - ha detto O'Malley - le esecuzioni di Stato rendono ogni cittadino partecipe di un omicidio legalizzato". Inoltre, dopo l'abolizione in Maryland, non era in vigore nessun protocollo di esecuzione, quindi giustiziare i quattro condannati rimasti nel braccio della morte sarebbe stato "legalmente e di fatto impossibile", ha detto Doug Gasler procuratore generale dello Stato.

domenica 21 dicembre 2014

Pena di morte, in Giordania 11 impiccati: sono i primi dopo 8 anni di moratoria non dichiarata

Ansa
Interrotta moratoria non dichiarata. Erano condannati a morte per omicidio

Undici condannati a morte per omicidio sono stati impiccati all'alba di oggi in una prigione in Giordania, le prime esecuzioni dopo una moratoria non dichiarata durata otto anni. Lo ha annunciato il ministero dell'Interno

Un'altra fonte dell'amministrazione penitenziaria ha precisato che si trattava di persone condannate tra il 2005 e il 2006 per omicidi comuni, senza legami con la politica o il terrorismo.

Recentemente il ministro dell'interno Hussein Majali aveva dichiarato che nel paese c'è un grande dibattito sulla pena di morte e che "l'opinione pubblica ritiene che l'aumento dei reati derivi dalla mancata applicazione di questa pena". Secondo fonti giudiziarie, dal 2006, anno delle ultime esecuzioni, sono 122 le persone condannate a morte.

sabato 4 ottobre 2014

Rifugiati - Donne in fuga: dalla Siria alla Giordania per ricominciare - ONU: rischio di violenze nei campi profughi

Donne in fuga: dalla Siria alla Giordania per ricominciare :: Blog su Today
TODAY
La crisi umanitaria in Siria, nata a seguito della guerra civile che da ormai quattro anni flagella la regione, non accenna a smettere. L’ONU ha stimato che oltre dieci milioni di persone hanno bisogno di aiuto e che il numero di quelle costrette a fuggire dalla loro terra ha superato i tre milioni. I paesi verso i quali fuggono i rifugiati siriani sono principalmente Giordania e Libano.
"I campi che accolgono i rifugiati in Giordania e del Libano sono “pericolosamente” sovraffollati e il rischio di violenze, malattie, stupri e fame cresce ogni giorno. Vista l’enorme presenza di rifugiati, il rischio che i due paesi subiscano una destabilizzazione è alto. Siamo preoccupati che le tensioni crescenti e l’aumento dei costi possano portare ad una chiusura permanente delle frontiere, a meno che non si aiutino concretamente i paesi che stanno accogliendo i profughi"
In fuga, sono soprattutto donne e bambini: cercano una possibilità per ricominciare. Bizma Mohammed, una donna di trentasette anni, e sua sorella Nagwa Abdelhafz, di trentatré, sono arrivate in Giordania nel gennaio 2013, quando i combattimenti hanno colpito Dara, la città siriana dove vivevano. Hanno lasciato i mariti in Siria, preso i bambini e sono scappate.

Bizma si è rifugiata in Giordania con cinque figli e quattro nipoti, lasciandosi alle spalle tutto ciò che aveva di sicuro nella vita. Il marito, lavorava come autista ma ha deciso di restare a Dara per occuparsi dei suoi genitori. Anche il marito di Nagwa è rimasto in Siria e lei teme che possa essere stato arrestato, o peggio: non ha sue notizie da cinque mesi.

Bizma e Nagwa ricevono quattrocento dollari al mese dall’UNHCR, con i quali pagano affitto, cibo e bollette della famiglia. Dice Bizma:

"La vita è dura. Una volta abitavamo in un piccolo paese in cui conoscevamo tutti. I nostri mariti avevano entrambi un lavoro, e noi avevamo una vita serena!
Le due donne stanno provando a ricominciare e a ricostruire una quotidianità. Uno dei figli di Bizma lavora in un ristorante due volte a settimana per cercare di guadagnare qualcosa in più e dare una mano in famiglia mentre Bizma e Nagwa hanno partecipato ai corsi di formazione avviati da ActionAid. Per tre mesi, insieme ad altre diciotto donne, hanno imparato a lavorare come estetiste e parrucchiere. Alla fine del corso, ActionAid ha fornito alle partecipanti circa 750 dollari per acquistare i materiali necessari ad avviare la loro attività. Da un mese, le due sorelle hanno cominciato ad avere i primi clienti:
"Speriamo che la nostra attività cresca, così potremo migliorare le nostre vite e assicurare un futuro ai nostri figli."
Nella rovina, nella paura e nell’incertezza del domani, Bizma e Nagwa, come molte altre donne in tutto il mondo, si sono fatte forza e hanno trovato il modo di ricominciare. Per i proprio figli, per un futuro migliore. La forza delle donne non conosce confini.